In questi giorni, gli "arditi" figli e nipoti, di coloro che hanno combattuto durante la Grande Guerra, sono impegnati in una campagna di sicurezza nazionale, finalizzata a contenere l'afflusso dei nuovi stranieri, che minacciano - dicono - il nostro benessere e le nostre ricchezze. Io, non essendo coinvolto in questa mobilitazione, ho preferito accompagnare mio figlio sul Monte Pasubio. Ci siamo fermati ad osservare il campo di battaglia del 1915-1918. C'è un luogo in cui le trincee delle truppe italiane distano poco più di 11 metri da quelle austroungariche. Ho pensato, che se fossi stato lì dentro nell'estate del 1916, non mi sarei sentito per niente al sicuro!
E’ uno dei più noti e più diffusi canti della prima guerra mondiale, come dimostrano le numerose varianti al testo. L'onomatopeico ta-pum sta a imitare, come è noto, il colpo di un'arma da fuoco seguito dall'eco dello sparo nella valle. La sua origine risale a un vecchio canto di minatori, nato durante i lavori di scavo della galleria ferroviaria del San Gottardo tra il 1872 e il 1880. In quel caso, ovviamente, il ta-pum si riferiva allo scoppio delle mine. In una memoria del generale Pasquale Oro si legge che «si dubitava della fedeltà e del coraggio dei nostri Alpini». Essi, invece, quando furono lanciati all'assalto, «raggiunsero le falde dell'Ortigara e,» continua il generale Oro, «avrebbero proceduto oltre se non fossero stati fermati per ordine superiore sotto cresta in posizione critica esposti al fuoco concentrato nemico, coll'ordine di ridurre a testa di ponte la quota 2101 allora conquistata. Da quel momento cominciò il calvario di quelle balde truppe; attacchi e contrattacchi si succedettero senza posa fin oltre il 15 giugno mettendo a dura prova la resistenza di quei reparti. Il 19 giugno gli Alpini eseguirono un attacco di sorpresa e si impossessarono della cima dell'Ortigara senza per altro liberarsi dal fuoco dominante e concentrato da Corno di Campo Bianco, Val Sugana, Cima Castelnuovo e Campigoletti e si persistette in quella difficile posizione subendo perdite spaventose piuttosto che cedere. Il 25 il nemico sferrò un suo ultimo attacco violentissimo. Si impadronì di quota 2105 contrattaccato infruttuosamente dalle nostre truppe eroicamente prodigantisi sotto una orrenda furia di artiglieria e di getti di gas asfissianti. Si dovette ripiegare: abbandonare l'azione. Il massacro degli Alpini sull'Ortigara è rimasto leggendario; il loro nome risultò immacolato e coperto di nuova gloria che non tramonterà giammai».
Nella rielaborazione del canto del corredo e dell'armamento ho ritenuto doveroso soffermarmi sul cappello. In particolare per gli alpini, esso rappresenta un segno di appartenenza, che viene ostentato con orgoglio. Il cappello è l'elemento più rappresentativo degli alpini. È composto da molti elementi atti a rappresentare il grado, il battaglione, il reggimento e la specialità di appartenenza. Il cappello per l'alpino è simbolo sacro. La penna, lunga circa 25-30 cm, è portata sul lato sinistro del cappello, leggermente inclinata all'indietro. È di corvo, nera, per la truppa. Di aquila, marrone, per i sottufficiali e gli ufficiali inferiori. Di oca, bianca, per gli ufficiali superiori e generali.
Tra i canti di evasione e di orgoglio militare, è tra quelli più accattivanti. Le immagini che raffigurano i soldati in attesa nelle retrovie, non lasciano presagire le tragiche esperienze del combattimento.
E le stellette che noi portiamo son disciplina, son disciplina; e le stellette che noi portiamo son disciplina per noi soldà.
E tu biondina capricciosa garibaldina trullallà, tu sei la stella, tu sei la stella; e tu biondina capricciosa garibaldina trullallà, tu sei la stella di noi soldà.
E le giberne che noi portiamo son portacicche ... E tu biondina capricciosa ...
E la borraccia che noi portiamo è la cantina ... E tu biondina capricciosa ...
E la gavetta che noi portiamo è la cucina ... E tu biondina capricciosa ...
E le scarpette che noi portiamo son le barchette ... E tu biondina capricciosa ...
E il fucile che noi portiamo è la difesa ... E tu biondina capricciosa ...
E gli alamari che noi portiamo sono l'onore ... E tu biondina capricciosa ...
E quella penna che noi portiamo è la bandiera ... E tu biondina capricciosa ...
Ed il cappello che noi portiamo quello è l'ombrello ... E tu biondina capricciosa ...
Una tendenza degli ultimi anni è quella di animare le stagioni turistiche estive con concerti in alta quota: musica classica strumentale, corale, musica etnica, jazz, o di altro genere. Le località montane offrono agli escursionisti momenti di ascolto, in prossimità di conche e valloni, di siti ameni, a pochi passi da baite e rifugi alpini. Si sfruttano le ore magiche: alba, tramonto; il tutto - si dice - nel rispetto dell'ambiente naturale. Suggestivo! Insomma, un sussidio alla spettacolarizzazione dei luoghi (come se ce ne fosse bisogno). Lassù si trapiantano colonne sonore, che vanno a sovrapporsi a quei "sovrumani silenzi". Non sempre la natura gradisce; con una leggera folata, il vento ammutolisce voci e strumenti. A meno che non si tratti di opere che un artista ha espressamente pensato, affinché vengano eseguite in quegli spazi e a quelle altezze, l'operazione puzza di specchietto per le allodole: i turisti, a cui si offre l'emozione e l'illusione di vivere in un film. Sempre e ovunque!
La vien giù da le montagne l'é vestita a la francese da un bel giovane cortese gli fu chiesto di far l'amor.
Lo ringrazio giovanotto, lo ringrazio del buon cuore, appartengo a un altro amore che mi ama e mi vuol ben.
Vatten via, oh sciagurata, vatten via su le montagne. A raccoglier le castagne con gli agnelli a pascolar.
Sono nata in mezzo ai fiori, tra i bei fiori di Vermiglio, sono pura come un giglio, come un giglio voi morir.
... non sarà che quel bel giovane cortese, furioso per il rifiuto, assume le sembianze del lupo con la faccia nera nera, e sbrana il bel caprin della ritrosa e casta pastora?
«... perché ogni giorno ci sono fatti nuovi. La scienza e la tecnica vanno avanti, ma corre di più il vuoto del consumismo; corre di più l'inutilità del capitale finanziario, reso astrazione suprema, ma che condiziona la realtà; corre di più la sparizione addirittura del territorio, parlando del Veneto; perché è talmente cresciuta l'antropizzazione, anche negativa proprio in modo totale, che tanti posti sono diventati addirittura irriconoscibili, a partire anche da quelli miei originari». ... Natale mordicchia gli orecchi glissa ad affilare altre altre radure. Lascia le luminarie a darsi arie sulla piazza abbandonata col suo presepio di agenzie bancarie. ... «C'è un effetto di imbarbarimento. Per esempio, una delle cose che mi offendono di più è anche quel voler saltare l'italiano. Questo è propagandato soprattutto da persone, che non sanno neanche il dialetto, prima di tutto. Perché i dialetti la loro deriva verso il nulla la stanno compiendo, e poco o nulla potrà frenarla, per essere tutto poi coinvolto dentro l'omogeneizzazione, che viene sulle ali dell'informatica, della finanza, della globalizzazione, tutta in chiave anglosassone, ma di un anglosassone sempre più slabbrato, sbrodolato, insomma. Troppa gente blatera senza nessuna cognizione di causa di: bèh, tanto si passa dal dialetto all'inglese, che quello serve; l'italiano serve poco» Questo è detto da gente che non sa più il dialetto; non lo conosce più e lo altera; l'italiano: meglio che non apra bocca; e l'inglese: crede di sapere qualche cosa, ma è meglio che la cementi, addirittura, la bocca». ... «Si può sbagliare da un giorno all'altro, perché le mutazioni che stanno verificandosi oggi, in tutti i casi, sono talmente rapide, che sgomentano proprio perché se prima c'era il famoso chiasmo dell'equilibrio del terrore, che immobilizzava, come di fronte alla testa di Medusa, adesso c'è il senso della velocizzazione da motus in fine velocior, veramente da catastrofe generale per eccesso di velocità. Perché anche nell'informatica, ad esempio, l'obsolescenza è talmente rapida e veloce, che non si sa se interessi imparare qualche cosa adesso, perché già domani qualcuno avrà creato qualche cosa di nuovo, che obbligherà a cambiare usi ed abitudini ancora. Una cosa impossibile». ... «In questa febbre, che adesso sembra non aver senso, speriamo si celino anche dei valori nuovi, capaci di consentire al cosiddetto homo sapiens sapiens (l'han messo due volte, anche), che ne ha combinate di tutti i colori, di salvarsi e di non assassinare il pianeta che lo ospita». (Andrea Zanzotto, riflessioni)
«In Italia, a qualche anno dalla fine della guerra, le cose si erano messe male. Si veniva instaurando un regime che consideravo nefasto, e il panorama culturale mi sembrava particolarmente deprimente. Si sentiva nell'aria l'arretratezza della nostra cultura tradizionale, comune matrice degli indirizzi più palesemente retrivi a cui appoggiava il nuovo regime, e di quelli velleitari e in parte spuri che cercavano di contrastarlo. E lì in mezzo si distingueva appena il nucleo striminzito delle idee e delle cose che approvavo: parzialmente santo ai miei occhi, ma striminzito. Ero convinto invece che "fuori" ci fosse un mondo migliore, migliore non solo di qualche grado ma incomparabilmente. E la chiave era la cultura dell'Europa moderna, per brevità avrei detto della Francia e dell'Inghilterra. ... Prendendo contatto con la gente, ero venuto a trovarmi in un ambiente che non era prospero e rilassato, anzi aspro e austero, e meravigliosamente serio. La gente spartiva davvero le risorse disponibili, spartiva il cibo, il carbone, i vestiti, le tasse, le "code", le scomodità della vita, in modi inconcepibili in Italia. Inconcepibili purtroppo anche per quelli tra noi italiani che si consideravano amici del progresso e della "giustizia" o perfino della rivoluzione. Contrapponevo la serietà inglese, le ristrettezze da tempo di guerra, le privazioni condivise e accettate come base della vita comune, alla cultura del privilegio che dominava in Italia». (Luigi Meneghello, da Il Dispatrio, 1993)
Sono diverse le tecniche che si adottano per arrangiare un canto popolare. Con la semplice armonizzazione si lasciano i dati melodici e formali nel loro stato originario. Ma se si vogliono evidenziare alcuni aspetti particolari del carattere, si può ricorrere a qualche ingrediente di libera invenzione. Toni Bortolamoni è una filastrocca, di cui intendo sottolineare l'andamento travolgente. Pertanto, l'ideazione di uno spunto scattante, affidato agli strumenti, imprime maggior incisività agli accenti ritmici. Questo nuovo elemento, intrecciandosi con il dato melodico originario, provoca una dilatazione delle dimensioni formali, ma non stravolge lo spirito generale del canto, anzi ne accresce il movimento frenetico.
Secondo la tradizione più diffusa, il canto della Pastora e il Lupo viene presentato evidenziandone il tono lirico, echi agresti e melodia di struggente tenerezza. A me, invece, colpisce maggiormente l'agitazione d'animo e il contenuto drammatico dell'evento narrato. Qualunque sia il significato (palese o nascosto) della storia, sta di fatto che, in conclusione, viene rappresentata un'immagine alquanto straziante: «Ed allor si mise a piangere; e piangeva tanto forte, al veder 'l pu bel caprin, vederlo andare a morte».
Non è un canto degli alpini, ma della Resistenza. Lo inserisco, ugualmente, qui, perché c'è sempre stato nel repertorio del cori alpini. Ora, invece, lo si sente cantare di rado. Molte delle persone che cantano nei cori alpini, col tempo, sono diventate allergiche a tutto ciò che ha a che fare con la Resistenza e il 25 Aprile. Bella ciao, oggi in Italia, è ormai un tabu. Però, non sono passati molti anni da quando, ragazzini, cantavamo in pullman a squarciagola quel ritornello, di ritorno dalle gite di fine catechismo a Riese Pio X. Recentemente, un parroco lo ha escluso dal programma di concerto, che comprendeva gli altri canti della guerra, arrangiati per coro e quartetto d'archi; mentre, qualche giorno prima, altrove, ci aveva pensato un assessore a depennarlo, dallo stesso programma. Miserie di casa nostra! Eppure, nei raduni corali internazionali, quando i gruppi fraternizzano, prima o poi, capita di sentire O sole mio, Santa Lucia, Nel blu dipinto di blu e Bella ciao. Condividiamo all'estero, quello che ci vergogniamo di condividere in patria. Sono orgoglioso che il mio arrangiamento di Bella ciao sia stato inserito sulle pagine del sito dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia
Viene considerata la canzone ufficiale della Resistenza italiana. In realtà, i partigiani preferivano cantare Fischia il vento. Semmai, Bella ciao circolava, all'epoca, in alcune circoscritte zone dell'Emilia. Anni dopo la fine della guerra, Bella ciao si è imposta su Fischia il vento (qualcuno sostiene in virtù del suo contenuto più politicamente corretto). La storia del canto non è ancora stata chiarita con esattezza. Sono stati tirati in ballo collegamenti con i canti di lavoro delle mondine, con le filastrocche infantili e, recentemente, è stata rintracciata una derivazione dal folklore yiddish. Prima o poi, gli etnomusicologi si metteranno d'accordo! Sta di fatto, che, col tempo, Bella ciao si è caricata di un peso politico che, probabilmente, in origine non aveva. Dovrebbe essere una canzone che, inquadrata nel proprio contesto storico-culturale, inneggia al valore universale della libertà. Invece, a causa delle dispute ideologiche, quel carattere universale non le viene riconosciuto e si preferisce attribuirle un significato di parte. Forzature operate in egual misura da detrattori e sostenitori del canto.
«Non mi illudo di essere capito dai giovani, perché con i giovani è impossibile instaurare un rapporto di carattere culturale; perché i giovani vivono nuovi valori, con cui i vecchi valori, in nome dei quali io parlo, sono incommensurabili. Sembra che si mettano d'accordo. Parlano allo stesso modo, ridono allo stesso modo, si comportano allo stesso modo, fanno gli stessi gesti, amano le stesse cose, montano le stesse motociclette. Insomma, io ho visto delle divise, perché io, quando ero ragazzo, ho visto i balilla, gli avanguardisti; però, non ho mai visto la gente in divisa come oggi. Cioè non è organizzata, cioè non si chiamano boy scouts, o balilla, o gioventù nazista; non si chiameranno così, però, è tutto fondato su questo movimento informale e autocreantesi di gioventù; è tutto fondato sui ragazzi, sui giovani. Ma poi, pensa, che la cosa orrenda di tutto il giornalismo e la cultura italiana è che questi giovani siano liberi, siano privi di complessi, siano disinibiti, essi vivano una vita felice; pensa, che tutta la borghesia italiana è convinta di questo; anche tutta la sinistra, sì. Non capiscono, non vedono, perché non li amano. Chi non ama i contadini non capisce la loro tragedia, chi non ama i giovani, se ne frega di loro, dice: «Ma sì, son contenti, son disinibiti». Se ne frega di loro, perché non li ama. Non avendo amato quelli di prima, non si accorge che quelli di adesso sono cambiati, rispetto a quelli; son sempre gli stessi per lui, capito? Io, avendoli molto amati, e, quindi, li ho sempre seguiti, per me, è una catastrofe questa. E' tutta una dichiarazione d'amore, tutti i miei libri e le mie opere narrative parlano di giovani. I giovani li amavo e li rappresentavo. Adesso non potrei fare un film su questi imbecilli che ci circondano. Sai che, delle volte, mi vengono letteralmente le lacrime agli occhi, quando vedo il figlio di Ninetto, che ha un anno. Mi vengono letteralmente le lacrime agli occhi, per la pietà per il suo futuro. E sì, perché i padri di questi figli, che sono diventati orribili, di questa nuova generazione di giovani odiosa nella massa (perché poi, poveretti, ci sono ancora un'infinità di eccezioni); insomma, nelle grandi città industrializzate la gioventù è diventata odiosa, insopportabile. Però, i loro padri, in fondo, cos'hanno fatto? quelli che hanno 40-50 anni. Cos'hanno fatto, perché i loro figli non fossero così? Sì, perché i padri che hanno dei figli che hanno adesso 15-20 anni, ormai, oggettivamente, non possono più insegnare niente; perché il tipo di vita, che vivono i loro figli, è un tipo di vita, di cui loro non hanno fatto esperienza; quindi, non hanno voce in capitolo per dire: «Guarda...» Cioè, loro, quando erano giovani, avevano il problema del pane, mentre i loro figli hanno il problema della motocicletta. Quindi, loro non possono dire: «Io, quando ero giovane...». No, perché il tipo di vita era così diverso, che loro non hanno nessun diritto di insegnare. Allora, stanno zitti. Però, quale è stata la generazione che ha creato le condizioni, perché poi i figli vivessero in quel modo lì? In fondo, son sempre stati loro. Quindi, poveretti, nei rapporti con i figli sono impotenti e si possono anche capire; però, i responsabili di questa situazione son loro. C'è l'ideale del consumismo. C'è un enorme gruppo, che si estende da Milano a Bologna, comprende Roma, arriva serpeggiando nel Sud. E' una civiltà omologatrice, che rende tutto uguale, da cima a fondo. E', quindi, chiaro che cadono i confini, i piccoli gruppi. Come, non ha ideologia? L'ideologia consumistica! Invece, che scrivere una bandiera, si mettono un vestito, che è una bandiera. Cioè, vorrei dire, sono cambiati alcuni mezzi, alcuni strumenti esterni, ma, in pratica, tutto quello è una depauperazione della individualità, che si maschera attraverso una sua valorizzazione». (dichiarazioni del 1975, da Pasolini prossimo nostro, regia di G. Bertolucci, Venezia 2006)