Una vita movimentata quella del poliedrico Alberto Tarchiani. Poeta crepuscolare. Emigrò negli negli Stati Uniti, dopo lo scioglimento del gruppo di giovani artisti ed intellettuali che si era radunato attorno alla figura di Sergio Corazzini, prematuramente scomparso nel frattempo («Nulla rimaneva per me, se non l'esodo. E così fu»). Rientrato dall'America come volontario, fu combattente nella Grande Guerra. Poi, divenne redattore capo al Corriere della Sera. Ma di nuovo fu costretto a rifugiarsi all'estero, a causa della diaspora degli antifascisti. Ritornò ancora in Italia, al seguito dell'esercito di liberazione anglo-americano. Eccolo, infine (a destra in questa foto), ambasciatore negli Stati Uniti, al fianco di George Marshall (quello del celebre piano di aiuto economico che ci risollevò dalle rovine della guerra). Uomini d'altri tempi! NOTTURNO di Alberto Tarchiani
Brulichio d'astri, tepido gorgoglio, filtro di fuochi tremulo sul mare; voce che chiama, ombra che scompare; passi sul greto e passi sul trifoglio.
Timida mano esangue, timida senza orgoglio, muove la cuna dell'infante. Rare, alla spiaggia, barche, in terra, bare, (un grave libro nel silenzio sfoglio)
dormon tranquille. S'ode l'oscillare dell'universo, d'onda in onda. E viene, dalle navi lontane e d'oltremare
folto uno stormo di messaggi. Pare (vela del mondo!) che si gonfi il cielo, pel mio folle desìo di navigare.
«Sono d'Alessandria d'Egitto: altri luoghi d'Oriente possono avere le mille notti e una, Alessandria ha il deserto, ha la notte, ha il nulla, ha i miraggi, la nudità immaginaria che innamora perdutamente e fa cantare a quel modo senza voce che ho detto. ... Ci sono due elementi della mia prima infanzia, anzi, gli elementi sono tre, e presto verranno a sorprendermi in senso d'ispirazione poetica. Innanzi tutto , la notte, la notte e il suo traffico: voci di guardiani notturni: si rincorrevano, venivano, s'allontanavano: Uahed!..., ritornavano Uahed!..., ogni quarto d'ora, rifatto il giro intorno al mio orecchio infantile. Era il primo percepire dell'infinito, d'un infinito cerchio, come già gli antichi Egiziani usavano rappresentarlo nel mordersi la coda di un serpente.» (G. Ungaretti, da Note del poeta sulla sua vita e sulla sua poesia)
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NOTTE DI MAGGIO (di G. Ungaretti, da L'Allegria)
Il cielo pone in capo ai minareti ghirlande di lumini LA NOTTE BELLA Devetachi il 24 agosto 1916
Quale canto s'è levato stanotte che intesse di cristallina eco del cuore le stelle
Soltanto da poco apprendo che la cerimonia funebre di Pier Paolo Pasolini venne officiata da David Maria Turoldo. Giunse da Bergamo apposta. Turoldo durante la messa lesse brani dal Vangelo secondo Matteo. Più tardi, lesse un brano dal discorso delle Beatitudini, la più semplice e colorata forma di amore verso Dio. Quella forma di amore che rende l'uomo simile a un giullare, che non può che disarmare la violenza. «Beati i poveri in spirito, beati gli affitti, beati i miti. Beati quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni male contro di voi...». ... «L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.» (Pier Paolo Pasolini, in Vie Nuove n. 36, 6 settembre 1962) ... «È vero che lui si dice ateo, agnostico; è però anche vero che era un missionario, che il suo io è un io totalizzante, coinvolgente…la sua letteratura è la sua vita, e la sua stessa vita un evento letterario. L’io è al centro di tutta la sua storia, di tutto il suo universo: perciò è sempre travolto. Non c’è distinzione tra la sua avventura e se stesso: lui è la sua parola, il suo scritto, il suo annuncio». (David Maria Turoldo, Intervista su Pier Paolo Pasolini)
Padre David Maria Turoldo venne al mio paese sul finire degli anni Settanta per una conferenza. Ero un ragazzino, ma ho conservato un vivo ricordo di quella serata. Ho faticato a seguire il discorso, ma sono stato impressionato dalla sua smisurata autorevolezza, dalla gravità della sua figura, dal calore della voce, dall'intensità dello sguardo, dall'eloquenza dei gesti. Da allora collego l'idea di profeta alla persona di Turoldo. da "LA NOTTE DEL SIGNORE" di David Maria Turoldo
Perfino gli olivi piangevano quella Notte, e le pietre erano più pallide e immobili, l'aria tremava tra ramo e ramo quella Notte.
E dicevi: “Padre, se è possibile...”. Così da questa ringhiera quale un reticolato da campo di concentramento, iniziava la tua Notte.
Si è levata la più densa Notte sul mondo: tra questa e l'altra preghiera estrema:
“Perché, perché... ma perché, mio Dio...” Notte senza lume: disperata tua e nostra Notte. “Perché...?”
«Alla riapertura autunnale della scuola mancava sempre qualche compagno, rimpiazzato tuttavia da chi nella classe superiore si era fermato ad aspettarci. Così i conti tornavano e l'equilibrio anche. Ma a lungo andare il fenomeno della diserzione sfoltiva le schiere. Noi si era partiti in prima con due sezioni numericamente robuste: una maschile e una femminile, divise alla stregua di un criterio pedagogico del tempo: omini e done diagolo insieme, come s'usava dire. Ebbene siamo giunti al traguardo raggruppati in una sezione unica e assottigliata. Allora lungo il corso degli studi molti cadevano inciampando nella “lettura ed esercizi per iscritto di lingua”, in “aritmetica e contabilità” e in altri ostacoli minori. Cadevano e restavano lì.» (Bruno Anzolin, da Il tempo dei ciottoli, 2002). ... Sono convinto che buona parte di coloro che plaudono alla restaurazione di antichi modelli, se tornassero bambini a frequentare la scuola del maestro unico, sarebbero da conteggiare tra i “caduti”. Coraggio maestre!
Mi colpisce questa immagine che ritrae insieme Giovanni Pascoli e Giacomo Puccini. Risale al 1908, allorché Puccini accompagnò un amico giornalista a Castelvecchio, per un'intervista a Pascoli, da pubblicare sul Corriere della Sera. Sembra che sia stato l'ultimo incontro tra il poeta e il compositore. Nella foto Puccini appare molto elegante, mentre Pascoli, vestito di bianco, indossa un abito più "alla buona". L'immagine non piacque molto al poeta, al punto che chiese a Puccini di stracciare «quella spettrale fottografia (sic!)». Insomma Pascoli e Puccini si conoscevano e si sono incontrati più di una volta, ma viene da chiedersi per quale motivo tra i due non si arrivò mai ad una collaborazione. Eppure, non è raro imbattersi in considerazioni di critici che paragonano e accostano il mondo poetico dei due artisti. «... un parallelo fra Pascoli e Puccini trova ragione: la trova sul terreno delle soluzioni espressive. Se osservate il modo in cui gli accenti del verso nelle strofe pascoliane sono emancipati dall'accentuazione tradizionale della poesia italiana, la sintonia con Puccini si fa chiara. La novità di Puccini, dal punto di vista linguistico, è il prosciugamento della vocalità Puccini riesce a far cantare una sola nota ... Anche Pascoli emancipa il proprio linguaggio dal linguaggio usato dalla poesia lirica, costruisce strofe senza soluzione e respiro». Sono parole di Enzo Siciliano, il quale riporta pure il punto di vista, alquanto caustico, di Sanguineti: «... entrambi, Pascoli e Puccini, metterebbero in azione macchinette sadiche, "macchinette liriche per lacrime, ad usum infantis", non inefficaci anche sugli adulti. Quel critico, Edoardo Sanguineti, avrebbe voluto liquidare, perché facevano impiccio alle sue tesi, tanto Myricae quanto Bohème (hélas!)» (Enzo Siciliano, Puccini, Milano, 1976). Il gelsomino notturno di G. Pascoli
E s'aprono i fiori notturni, nell'ora che penso a' miei cari. Sono apparse in mezzo ai viburni le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi: là sola una casa bisbiglia. Sotto l'ali dormono i nidi, come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala l'odore di fragole rosse. Splende un lume là nella sala. Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra trovando già prese le celle. La Chioccetta per l'aia azzurra va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s'esala l'odore che passa col vento. Passa il lume su per la scala; brilla al primo piano: s'è spento . . .
E' l'alba: si chiudono i petali un poco gualciti; si cova, dentro l'urna molle e segreta, non so che felicità nuova.
«Ah le serenate a li tempi mii che ccose bbelle! Si cchiudo l’occhi, me pare incora adesso de vedelle e dde sentille. Le strade staveno guasi a lo scuro: perchè allora li lampioni ereno rari come le mosche bbianche, speciarmente pe’ la Regola, pe’ li Monti e ppe’ Ttrestevere. A quanto se sentiva in de la silenziosità de la notte una bbella voce che ccantava una tarantella accompagnata dar calascione o ddar mandolino. Si la serenata era fatta da quarche ggiovinotto che stava in collera co’ la su’ regazza, e questa, a ssentillo a ccantà’, s’inteneriva e upriva la finestra pe’ ssalutallo, la pace era fatta co’ li lanternoni!» (da Giggi Zanazzo, "Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma", 1908). ERA NOTTE di Luigi Zanazzo
Era notte. Una notte tanto bella con un celo e una luna che incantava. E io stavo a vardà na finestrella, che luccicava tanto, luccicava.
E vedevo apparì na capoccella che arzava la tennina, se n'annava, poi ritornava indietro e s'affissava coll'occhi fissi come su na stella.
Allora io je cantai: «Fior de fortuna: io spasimo pe voi, ciò er core in pena e voi ve state a contemprà la luna».
S'uprì la finestrella adacio adacio e in quer silenzio, appena appena appena, m'intesi fa un sospiro e mannà un bacio.
Ci sono alcuni punti di contatto tra l'opera di Salvatore Quasimodo e la musica. Innanzitutto, un particolare biografico. Nel 1941 egli venne nominato, per chiara fama, professore di Letteratura italiana presso il Conservatorio di musica "G. Verdi" di Milano , incarico che mantenne fino alla fine del 1968. In secondo luogo, la frequenza con la quale molti musicisti hanno attinto dai suoi testi. In particolare dalle traduzioni che egli fece dei Lirici greci. «Nel 1940 esce per i tipi di Corrente il volume Lirici greci di Salvatore Quasimodo. L’opera suscita subito un ampio dibattito che vede contrapposti quanti criticano l’eccessiva libertà delle traduzioni del poeta e quanti invece ne apprezzano la resa moderna, più vicina allo spirito del tempo. Decisivo è il saggio introduttivo di Luciano Anceschi, che coglie il legame tra i modi dell’ermetismo cui aderiscono le traduzioni e un nuovo ideale di classicità, privo dell’enfasi e della retorica che avevano caratterizzato le precedenti trasposizioni. La discussione in àmbito letterario ha una vasta eco in campo musicale, come mostrano le ben quattordici intonazioni dei testi, nel ventennio 1940-60, ad opera di Goffredo Petrassi, Luigi Dallapiccola, Sebastiano Caltabiano, Carlo Prosperi, Sylvano Bussotti, Luciano Berio, Bruno Maderna, Luigi Nono, Luciano Chailly e Ugalberto de Angelis». Queste parole sono tratte da Scalfaro, Anna (2007) I Lirici greci di Quasimodo: un ventennio di recezione musicale. L'intero studio si può scaricare da qui. DORMONO LE CIME DEI MONTI (trad. di Salvatore Quasimodo, da ALCMANE)
Dormono le cime dei monti e le vallate intorno, i declivi e i burroni;
dormono i rettili, quanti nella specie la nera terra alleva, le fiere di selva, le varie forme di api, i mostri nel fondo cupo del mare;
dormono le generazioni degli uccelli dalle lunghe ali.
E' trascorso più di un mese, da quando è stato diffuso il piano del governo (largamente condiviso dall'opinione pubblica), in merito ai tagli di spesa nel settore scolastico, di proporzioni rilevanti ed inedite. Pressoché contemporaneamente, è stato inaugurato, a pochi passi da casa mia, un nuovo edificio, che, da qualche settimana, ospita le classi della locale Scuola primaria. Mentre partecipavo alla cerimonia di inaugurazione, nutrivo stati d'animo contrastanti. Da un lato, l'orgoglio di assistere ad un evento raro e basilare, su cui si fonda la vita di una comunità di cittadini. Dall'altro, l'imbarazzo di far parte di una nazione, per cui l'educazione dei bambini è considerata meno importante di un marciapiede da asfaltare.
Sembra che questa canzone risalga al 1704, all'epoca di Luigi XIV. In origine era una marcia militare dal titolo Le prisonnier de Hollande. Il suo presunto autore, Andé Joubert du Collet, venne, infatti, tenuto prigioniero dagli olandesi e liberato grazie all'intervento dello stesso Luigi XIV. La canzone, diffusasi in seguito al di fuori dell'ambiente militare, assunse il carattere di canzone infantile.
E' una delle canzoni popolari francesi più note. Sorprende trovarla nel repertorio dei cori alpini. Credo che la sua diffusione dalle nostre parti sia da attribuire alla notorietà della versione curata da Arturo Benedetti Michelangeli per il Coro della SAT. I canti che il celebre pianista, intorno agli anni Cinquanta, ha arrangiato per il coro trentino provengono, infatti, dalla tradizione piemontese e francofona. Michelangeli ha individuato nel folclore di quell'area gli spunti melodici di impronta modale, che favorivano la sua predilezione per ambientazioni armoniche di sapore impressionista. Così, il raffinato interprete di Debussy e Ravel ha trovato il modo di coniugare i "modi rustici" del canto alpino con una sensibilità armonica, che rimanda alle "squisitezze" del suo tocco pianistico.
In plaghe remote mi volgo alla sacra, ineffabile, arcana notte. (Novalis, Inni alla notte)
La notte è l’infinito che si contrappone al finito. In essa si immerge l’io dei poeti nell’anelito di superare i limiti mortali di spazio e tempo, di valicare la soglia tra mondo visibile ed invisibile, di oltrepassare la realtà per approdare alla sfera dell’immaginazione assoluta. Ma le visioni notturne a volte sfuggono alla razionalità della parola. Il poeta definisce la notte “ineffabile”. Ecco, dunque, viene in soccorso la musica. La musica, a-semantica per natura, non sa dirci nulla di ciò che si può comunicare con il linguaggio comune; ma è la via d’accesso a quelle verità che sono più profonde (l’Idea, lo Spirito, l’Infinito) e che la parola – sia pur poetica – non riesce a spiegare. Attraverso la musica “si è trasportati in una sfera di idee più elevate, si sente nel proprio intimo realizzata la vita sublime sognata dai poeti” (Berlioz). Una concezione cara all’estetica romantica, sta all’origine di questo progetto. La notte, infatti, esalta i caratteri della regina delle arti (la musica, appunto, per i filosofi romantici), la più lontana dalla corporeità e la più vicina al puro movimento dei mondi inaccessibili, l’unica in grado di esprimere l’in sé del mondo, di rappresentare la pura volontà (Schopenauer), di esprimere quel punto limite del sentire umano, a cui tendono tutte le arti ed in particolare la poesia. Tutto ciò in quanto la musica trae la sua forza dall’Urklang (il suono primordiale, rievocato all’inizio, al termine e – a parole – a metà del programma); quella misteriosa origine acustica che mette l’animo in sintonia con il tutto, che fa provare un brivido dell’aldilà, che si manifesta come voce dell’universo, come canto primigenio dell’umanità intera. Di notte, quindi, s’incontrano poesia e musica; e di notte l’ispirazione apollinea della poesia finisce col parlare il linguaggio di Dioniso (Nietzsche).ALLA SERA di Ugo Foscolo
Forse perché della fatal quiete tu sei l'immago a me sì cara vieni o Sera! E quando ti corteggian liete le nubi estive e i zefiri sereni,
e quando dal nevoso aere inquiete tenebre e lunghe all'universo meni sempre scendi invocata, e le secrete vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme che vanno al nulla eterno; e intanto fugge questo reo tempo, e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si strugge; e mentre io guardo la tua pace, dorme quello spirto guerrier ch'entro mi rugge.
In questi giorni, gli "arditi" figli e nipoti, di coloro che hanno combattuto durante la Grande Guerra, sono impegnati in una campagna di sicurezza nazionale, finalizzata a contenere l'afflusso dei nuovi stranieri, che minacciano - dicono - il nostro benessere e le nostre ricchezze. Io, non essendo coinvolto in questa mobilitazione, ho preferito accompagnare mio figlio sul Monte Pasubio. Ci siamo fermati ad osservare il campo di battaglia del 1915-1918. C'è un luogo in cui le trincee delle truppe italiane distano poco più di 11 metri da quelle austroungariche. Ho pensato, che se fossi stato lì dentro nell'estate del 1916, non mi sarei sentito per niente al sicuro!
E’ uno dei più noti e più diffusi canti della prima guerra mondiale, come dimostrano le numerose varianti al testo. L'onomatopeico ta-pum sta a imitare, come è noto, il colpo di un'arma da fuoco seguito dall'eco dello sparo nella valle. La sua origine risale a un vecchio canto di minatori, nato durante i lavori di scavo della galleria ferroviaria del San Gottardo tra il 1872 e il 1880. In quel caso, ovviamente, il ta-pum si riferiva allo scoppio delle mine. In una memoria del generale Pasquale Oro si legge che «si dubitava della fedeltà e del coraggio dei nostri Alpini». Essi, invece, quando furono lanciati all'assalto, «raggiunsero le falde dell'Ortigara e,» continua il generale Oro, «avrebbero proceduto oltre se non fossero stati fermati per ordine superiore sotto cresta in posizione critica esposti al fuoco concentrato nemico, coll'ordine di ridurre a testa di ponte la quota 2101 allora conquistata. Da quel momento cominciò il calvario di quelle balde truppe; attacchi e contrattacchi si succedettero senza posa fin oltre il 15 giugno mettendo a dura prova la resistenza di quei reparti. Il 19 giugno gli Alpini eseguirono un attacco di sorpresa e si impossessarono della cima dell'Ortigara senza per altro liberarsi dal fuoco dominante e concentrato da Corno di Campo Bianco, Val Sugana, Cima Castelnuovo e Campigoletti e si persistette in quella difficile posizione subendo perdite spaventose piuttosto che cedere. Il 25 il nemico sferrò un suo ultimo attacco violentissimo. Si impadronì di quota 2105 contrattaccato infruttuosamente dalle nostre truppe eroicamente prodigantisi sotto una orrenda furia di artiglieria e di getti di gas asfissianti. Si dovette ripiegare: abbandonare l'azione. Il massacro degli Alpini sull'Ortigara è rimasto leggendario; il loro nome risultò immacolato e coperto di nuova gloria che non tramonterà giammai».
Nella rielaborazione del canto del corredo e dell'armamento ho ritenuto doveroso soffermarmi sul cappello. In particolare per gli alpini, esso rappresenta un segno di appartenenza, che viene ostentato con orgoglio. Il cappello è l'elemento più rappresentativo degli alpini. È composto da molti elementi atti a rappresentare il grado, il battaglione, il reggimento e la specialità di appartenenza. Il cappello per l'alpino è simbolo sacro. La penna, lunga circa 25-30 cm, è portata sul lato sinistro del cappello, leggermente inclinata all'indietro. È di corvo, nera, per la truppa. Di aquila, marrone, per i sottufficiali e gli ufficiali inferiori. Di oca, bianca, per gli ufficiali superiori e generali.