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 "Quello che si vede dalla finestra del mio studio"... di mazuc
 
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Senza musica, la vita sarebbe un errore.

Friedrich Nietzsche
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di mazuc (del 01/01/2009 @ 16:55:50, in Mauro Zuccante, linkato 19 volte)

«... Io mi sono espresso chiaramente a proposito di questo problema che si chiuderà nei prossimi giorni. Me lo hanno chiesto i trentini. Ho detto ai trentini che sarebbe ora che venissero abolite in Italia le regioni a statuto speciale. Semplicemente questo.
Dal 1945 ad oggi sono passati 62 anni. Se allora poteva andare l'accordo De Gasperi-Gruber per la Provincia di Bolzano (non per la Provincia di Trento!), da allora sono passati 62 anni.
Siamo in Europa. Abbiamo una moneta unica. Perché dobbiamo avere in Italia delle differenze tra cittadini? E' semplicemente questo.
Io non andrò a votare. Se andrò a votare dirò no, perché io voglio restare veneto. Semplicemente per questo.
Sono italiano, sono veneto e sono dell'Altipiano. I nostri interessi nel passato erano sempre con la pianura di qua. Siamo Tribunale di Bassano, siamo Provincia di Vicenza, siamo Diocesi di Padova. Abbiamo Ufficio del Registro a Thiene, Ufficio delle imposte a Thiene, Procedure delle ipoteche a Schio. Abbiamo l'Archivio notarile a Vicenza. La storia da 1000 anni ci dice questo.
Perciò a quelli che vogliono il referendum [dico] lottiamo perché vengano abolite le regioni a statuto speciale. E' molto più semplice che fare tante regioni a statuto speciale. Perché dopo i veneti ci saranno anche altri. E questo semplicemente trovo [che sia] un'ingiustizia nella nostra Costituzione. Aboliamo nella Costituzione le regioni a statuto speciale e il problema viene risolto. Siamo tutti italiani dentro i confini e siamo tutti europei. Non ci devono essere differenze. Semplicemente questo.
Per quanto riguarda il referendum dico questo a voce alta. L'ho detto ai trentini, trentini che contano, che ho molti amici lì, mi han detto: «hai ragione», loro stessi. Io porto il mio pensiero, ognuno porta il suo. Per fortuna siamo in uno stato democratico. Semplicemente questo.
Volete fare il referendum? Fatelo. Lo approverà lo Statuto del Trentino? Lo approverà. Lo approverà il Parlamento? Lo approverà. Lo approverà la Costituzione? Lo approverà. Mi adatterò. Ma io resterò cittadino d'Europa che vive in Altipiano. Semplicemente questo».
(Mario Rigoni Stern, da un intervento orale del 2007)
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Di mazuc (del 18/12/2008 @ 22:03:28, in PolifonicoMonteforte - La Notte, linkato 12 volte)

«... Avrei voluto fare come il protagonista de La vita agra di Luciano Bianciardi che arriva a Milano con la volontà di far saltare in aria il Pirellone per vendicare i quarantotto minatori di Ribolla, massacrati da un’esplosione in miniera, nel maggio 1954, nel pozzo Camorra. Chiamato così per le infami condizioni di lavoro. Dovevo forse anch’io scegliermi un palazzo, il Palazzo, da far saltare in aria, ma ancor prima di infilarmi nella schizofrenia dell’attentatore, appena entrai nella crisi asmatica di rabbia mi rimbombò nelle orecchie l’Io so di Pasolini come un jingle musicale che si ripeteva sino all’assillo. E così invece di setacciare palazzi da far saltare in aria, sono andato a Casarsa, sulla tomba di Pasolini. Ci sono andato da solo, anche se queste cose per renderle meno patetiche bisognerebbe farle in compagnia. In banda. Un gruppo di fedeli lettori, una fidanzata. Ma io ostinatamente sono andato da solo.
Casarsa un bel posto, uno di quei posti dove ti viene facile pensare a qualcuno che voglia campare di scrittura, e invece ti è difficile pensare a qualcuno che se ne va dal paese per scendere più giù, oltre la linea dell’inferno. Andai sulla tomba di Pasolini non per un omaggio, neanche per una celebrazione. Pier Paolo Pasolini. Il nome uno e trino, come diceva Caproni, non è il mio santino laico, né un Cristo letterario. Mi andava di trovare un posto. Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell’architettura dell’autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l’affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura.
Presi il treno da Napoli per Pordenone, un treno lentissimo dal nome assai eloquente sulla distanza che doveva percorrere: Marco Polo. Una distanza enorme sembra separare il Friuli dalla Campania. Partito alle otto meno dieci arrivai in Friuli alle sette e venti del giorno dopo, attraversando una notte freddissima che non mi diede tregua per dormire neanche un po’. Da Pordenone con un bus arrivai a Casarsa e scesi camminando a testa bassa come chi sa già dove andare e la strada può anche riconoscerla guardandosi la punta delle scarpe. Mi persi, ovviamente. Ma dopo aver vagato inutilmente riuscii a raggiungere via Valvasone, il cimitero dove sepolto Pasolini e tutta la sua famiglia. Sulla sinistra, poco dopo l’ingresso, c’era un’aiuola di terra nuda. Mi avvicinai a questo quadrato con al centro due lastre di marmo bianco, piccole, e vidi la tomba. "Pier Paolo Pasolini (1922-1975)." Al fianco, poco più in là, quella della madre. Mi sembrò d’essere meno solo, e là iniziai a biascicare la mia rabbia, con i pugni stretti sino a far entrare le unghie nella carne del palmo. Iniziai a articolare il mio io so, l’io so del mio tempo». (Roberto Saviano, da Gomorra)

LA NOTTE DI SAN GIOVANNI
[di Pier Paolo Pasolini, da "Poesie disperse e inedite"]

Li fantatis a van crotis ta l'ort,
la luna di San Zuan a li monda.
Sot dal milussar a si pognin crotis
vuardant li stelis spierdudis e il nul.

Mondini, rosada di San Zuan!
a ciantussèin plan plan li fantatis
pognetis sot dal milussar neri neri:
la Cuarnussa, la Piela, la Batistona.

Se bielis ches fantatis, ches stroligutis!
Il grin dut mol di rosada
al brila coma la nèif, a la luna di Zùin.
Intant i fantàs a ciantin... ju par un mond lontàn.

[Le ragazze vanno nude nell'orto.
La luna di San Giovanni le monda.
Sotto il melo si distendono nude,
guardando le stelle sperdute e il nuvolo.

Mondaci, rugiada di San Giovanni!,
canterellano pian piano le ragazze,
distese sotto il melo nero nero:
la Cuarnussa, la Piela, la Batistona.

Che belle quelle ragazze, quelle strologucce!
Il grembo tutto molle di rugiada
brilla come la neve, sotto la luna di Giugno.
Intanto i giovani cantano... giù per un mondo lontano.]

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Di mazuc (del 30/11/2008 @ 20:19:23, in PolifonicoMonteforte - La Notte, linkato 31 volte)

Tre incroci di poeti.
Salvatore Di Giacomo dal 1893 ricoprì l'incarico di bibliotecario presso la Biblioteca del Conservatorio di S. Pietro a Maiella di Napoli. Salvatore Quasimodo fu professore di Letteratura italiana presso il Conservatorio di musica "G. Verdi" di Milano.
Salvatore Di Giacomo aderì al Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925. Tra i firmatari del Manifesto figurava anche Giuseppe Ungaretti.
Salvatore Di Giacomo scrisse una poesia dal titolo Voce d'ammore antiche. Pier Paolo Pasolini ne fece una versione in italiano. Eccone l'ultima strofa.
[...]
Vienetenne cu mmico chiano chiano,
malincunia, ca maie nun m'abbandune;
j'ammuncenno p' 'a strata a mano a mano,
e nun guardammo maie nfaccia a nisciuno.
Ca si quaccuno vo' sapé che ppene
mme porto appriesso a me sera e matina,
nun di', nun di' ca nun me vo' cchiù bene...
E rispunne: Se sente poco buono...
[...]
Vieni con me piano piano, malinconia,
che mai non mi abbandoni;
andiamocene per la strada a mano a mano,
e non guardiamo mai in faccia nessuno.
Che se qualcuno vuol sapere che pene
mi porto appresso sera e mattina,
non dire, non dire che non mi ami più...
E rispondi: non si sente bene...
PIANEFFORTE 'E NOTTE
di Salvatore Di Giacomo

Nu pianefforte 'e notte
sona luntanamente,
e 'a museca se sente
pe ll'aria suspirà.

E' ll'una dorme 'o vico
ncopp' a sta nonna nonna
'e nu mutivo antico
'e tanto tiempo fa.

Dio, quanta stelle ncielo!
Che luna! E c'aria doce!
Quanto na bella voce
vurria sentì cantà!

Ma sulitario e lento
moro 'o motivo antico;
se fa cchi˘ cupo 'o vico
dint' a ll'oscurità.

Ll'anema mia surtanto
rummane a sta fenesta.
Aspetta ancora. E resta,
ncantannose, a penzà.

[Un pianoforte, di notte,
suona in lontananza,
e la musica si sente
sospirare per l'aria.
E' l'una: dorme il vicolo
su questa ninna nanna
di un motivo antico,
di tanto tempo fa.
Dio, quante stelle in cielo!
Che luna! E che aria dolce!
Quanto una bella voce
vorrei sentir cantare!
Ma solitario e lento
muore il motivo antico;
si fa più buio il vicolo
nell'oscurità.
Solo la mia anima
rimane a questa finestra.
Aspetta ancora. E resta,
sognando, a pemsare.]

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Di mazuc (del 16/11/2008 @ 19:30:04, in PolifonicoMonteforte - La Notte, linkato 42 volte)

Una vita movimentata quella del poliedrico Alberto Tarchiani.
Poeta crepuscolare. Emigrò negli negli Stati Uniti, dopo lo scioglimento del gruppo di giovani artisti ed intellettuali che si era radunato attorno alla figura di Sergio Corazzini, prematuramente scomparso nel frattempo («Nulla rimaneva per me, se non l'esodo. E così fu»). Rientrato dall'America come volontario, fu combattente nella Grande Guerra. Poi, divenne redattore capo al Corriere della Sera. Ma di nuovo fu costretto a rifugiarsi all'estero, a causa della diaspora degli antifascisti. Ritornò ancora in Italia, al seguito dell'esercito di liberazione anglo-americano. Eccolo, infine (a destra in questa foto), ambasciatore negli Stati Uniti, al fianco di George Marshall (quello del celebre piano di aiuto economico che ci risollevò dalle rovine della guerra).
Uomini d'altri tempi!

NOTTURNO
di Alberto Tarchiani

Brulichio d'astri, tepido gorgoglio,
filtro di fuochi tremulo sul mare;
voce che chiama, ombra che scompare;
passi sul greto e passi sul trifoglio.

Timida mano esangue, timida senza orgoglio,
muove la cuna dell'infante. Rare,
alla spiaggia, barche, in terra, bare,
(un grave libro nel silenzio sfoglio)

dormon tranquille. S'ode l'oscillare
dell'universo, d'onda in onda. E viene,
dalle navi lontane e d'oltremare

folto uno stormo di messaggi.
Pare (vela del mondo!) che si gonfi il cielo,
pel mio folle desìo di navigare.
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Di mazuc (del 07/11/2008 @ 18:49:25, in PolifonicoMonteforte - La Notte, linkato 63 volte)

«Sono d'Alessandria d'Egitto: altri luoghi d'Oriente possono avere le mille notti e una, Alessandria ha il deserto, ha la notte, ha il nulla, ha i miraggi, la nudità immaginaria che innamora perdutamente e fa cantare a quel modo senza voce che ho detto. ... Ci sono due elementi della mia prima infanzia, anzi, gli elementi sono tre, e presto verranno a sorprendermi in senso d'ispirazione poetica. Innanzi tutto , la notte, la notte e il suo traffico: voci di guardiani notturni: si rincorrevano, venivano, s'allontanavano: Uahed!..., ritornavano Uahed!..., ogni quarto d'ora, rifatto il giro intorno al mio orecchio infantile. Era il primo percepire dell'infinito, d'un infinito cerchio, come già gli antichi Egiziani usavano rappresentarlo nel mordersi la coda di un serpente.» (G. Ungaretti, da Note del poeta sulla sua vita e sulla sua poesia)

...

NOTTE DI MAGGIO
(di G. Ungaretti, da L'Allegria)

Il cielo pone in capo
ai minareti
ghirlande di lumini

LA NOTTE BELLA
Devetachi il 24 agosto 1916

Quale canto s'è levato stanotte
che intesse
di cristallina eco del cuore
le stelle

Quale festa sorgiva
di cuore a nozze

Sono stato
uno stagno di buio

Ora mordo
come un bambino la mammella
lo spazio

Ora sono ubriaco
d'universo.

(Giuseppe Ungaretti, da L'Allegria)
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Di mazuc (del 24/10/2008 @ 18:00:23, in Mauro Zuccante, linkato 69 volte)

Soltanto da poco apprendo che la cerimonia funebre di Pier Paolo Pasolini venne officiata da David Maria Turoldo. Giunse da Bergamo apposta. Turoldo durante la messa lesse brani dal Vangelo secondo Matteo. Più tardi, lesse un brano dal discorso delle Beatitudini, la più semplice e colorata forma di amore verso Dio. Quella forma di amore che rende l'uomo simile a un giullare, che non può che disarmare la violenza. «Beati i poveri in spirito, beati gli affitti, beati i miti. Beati quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni male contro di voi...».
...
«L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.» (Pier Paolo Pasolini, in Vie Nuove n. 36, 6 settembre 1962)
...
«È vero che lui si dice ateo, agnostico; è però anche vero che era un missionario, che il suo io è un io totalizzante, coinvolgente…la sua letteratura è la sua vita, e la sua stessa vita un evento letterario. L’io è al centro di tutta la sua storia, di tutto il suo universo: perciò è sempre travolto. Non c’è distinzione tra la sua avventura e se stesso: lui è la sua parola, il suo scritto, il suo annuncio». (David Maria Turoldo, Intervista su Pier Paolo Pasolini)

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Di mazuc (del 24/10/2008 @ 17:52:19, in PolifonicoMonteforte - La Notte, linkato 39 volte)

Padre David Maria Turoldo venne al mio paese sul finire degli anni Settanta per una conferenza. Ero un ragazzino, ma ho conservato un vivo ricordo di quella serata. Ho faticato a seguire il discorso, ma sono stato impressionato dalla sua smisurata autorevolezza, dalla gravità della sua figura, dal calore della voce, dall'intensità dello sguardo, dall'eloquenza dei gesti. Da allora collego l'idea di profeta alla persona di Turoldo.

da "LA NOTTE DEL SIGNORE"
di David Maria Turoldo

Perfino gli olivi piangevano
quella Notte, e le pietre
erano più pallide e immobili,
l'aria tremava tra ramo e ramo
quella Notte.

                             E dicevi:
“Padre, se è possibile...”. Così
da questa ringhiera
quale un reticolato da campo
di concentramento, iniziava
la tua Notte.

Si è levata la più densa Notte
sul mondo: tra questa
e l'altra preghiera estrema:

“Perché, perché... ma perché, mio Dio...”
Notte senza lume: disperata
tua e nostra Notte. “Perché...?”
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Di mazuc (del 23/10/2008 @ 20:00:21, in Mauro Zuccante, linkato 44 volte)

«Alla riapertura autunnale della scuola mancava sempre qualche compagno, rimpiazzato tuttavia da chi nella classe superiore si era fermato ad aspettarci. Così i conti tornavano e l'equilibrio anche. Ma a lungo andare il fenomeno della diserzione sfoltiva le schiere. Noi si era partiti in prima con due sezioni numericamente robuste: una maschile e una femminile, divise alla stregua di un criterio pedagogico del tempo: omini e done diagolo insieme, come s'usava dire. Ebbene siamo giunti al traguardo raggruppati in una sezione unica e assottigliata.
Allora lungo il corso degli studi molti cadevano inciampando nella “lettura ed esercizi per iscritto di lingua”, in “aritmetica e contabilità” e in altri ostacoli minori. Cadevano e restavano lì.» (Bruno Anzolin, da Il tempo dei ciottoli, 2002).
...
Sono convinto che buona parte di coloro che plaudono alla restaurazione di antichi modelli, se tornassero bambini a frequentare la scuola del maestro unico, sarebbero da conteggiare tra i “caduti”.
Coraggio maestre!

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Di mazuc (del 16/10/2008 @ 17:02:54, in PolifonicoMonteforte - La Notte, linkato 45 volte)

Mi colpisce questa immagine che ritrae insieme Giovanni Pascoli e Giacomo Puccini. Risale al 1908, allorché Puccini accompagnò un amico giornalista a Castelvecchio, per un'intervista a Pascoli, da pubblicare sul Corriere della Sera. Sembra che sia stato l'ultimo incontro tra il poeta e il compositore. Nella foto Puccini appare molto elegante, mentre Pascoli, vestito di bianco, indossa un abito più "alla buona". L'immagine non piacque molto al poeta, al punto che chiese a Puccini di stracciare «quella spettrale fottografia (sic!)».
Insomma Pascoli e Puccini si conoscevano e si sono incontrati più di una volta, ma viene da chiedersi per quale motivo tra i due non si arrivò mai ad una collaborazione.
Eppure, non è raro imbattersi in considerazioni di critici che paragonano e accostano il mondo poetico dei due artisti. «... un parallelo fra Pascoli e Puccini trova ragione: la trova sul terreno delle soluzioni espressive. Se osservate il modo in cui gli accenti del verso nelle strofe pascoliane sono emancipati dall'accentuazione tradizionale della poesia italiana, la sintonia con Puccini si fa chiara. La novità di Puccini, dal punto di vista linguistico, è il prosciugamento della vocalità Puccini riesce a far cantare una sola nota ... Anche Pascoli emancipa il proprio linguaggio dal linguaggio usato dalla poesia lirica, costruisce strofe senza soluzione e respiro». Sono parole di Enzo Siciliano, il quale riporta pure il punto di vista, alquanto caustico, di Sanguineti: «... entrambi, Pascoli e Puccini, metterebbero in azione macchinette sadiche, "macchinette liriche per lacrime, ad usum infantis", non inefficaci anche sugli adulti. Quel critico, Edoardo Sanguineti, avrebbe voluto liquidare, perché facevano impiccio alle sue tesi, tanto Myricae quanto Bohème (hélas!)» (Enzo Siciliano, Puccini, Milano, 1976).

Il gelsomino notturno
di G. Pascoli

E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.

Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.

Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento . . .

E' l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
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Di mazuc (del 10/10/2008 @ 18:18:00, in PolifonicoMonteforte - La Notte, linkato 31 volte)

«Ah le serenate a li tempi mii che ccose bbelle!
Si cchiudo l’occhi, me pare incora adesso de vedelle e dde sentille.
Le strade staveno guasi a lo scuro: perchè allora li lampioni ereno rari come le mosche bbianche, speciarmente pe’ la Regola, pe’ li Monti e ppe’ Ttrestevere.
A quanto se sentiva in de la silenziosità de la notte una bbella voce che ccantava una tarantella accompagnata dar calascione o ddar mandolino.
Si la serenata era fatta da quarche ggiovinotto che stava in collera co’ la su’ regazza, e questa, a ssentillo a ccantà’, s’inteneriva e upriva la finestra pe’ ssalutallo, la pace era fatta co’ li lanternoni!»
(da Giggi Zanazzo, "Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma", 1908).

ERA NOTTE
di Luigi Zanazzo

Era notte. Una notte tanto bella
con un celo e una luna che incantava.
E io stavo a vardà na finestrella,
che luccicava tanto, luccicava.

E vedevo apparì na capoccella
che arzava la tennina, se n'annava,
poi ritornava indietro e s'affissava
coll'occhi fissi come su na stella.

Allora io je cantai: «Fior de fortuna:
io spasimo pe voi, ciò er core in pena
e voi ve state a contemprà la luna».

S'uprì la finestrella adacio adacio
e in quer silenzio, appena appena appena,
m'intesi fa un sospiro e mannà un bacio.
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  • A. Konchalovsky, "A 30 secondi dalla fine"
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06/01/2009 @ 9.22.10
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