Articoli marcati con tag ‘canti alpini’

Centenario della Grande Guerra

PolifonicoMonteforte

progetto TaPum TaPum

TaPum TaPum – prima parte

TaPum TaPum – seconda parte


email_iconEmail PolifonicoMonteforte

facebook_iconFacebook PolifonicoMonteforte

Mauro Pedrotti – intervista

MPedrotti-1M. Zuccante: Caro Mauro, come direttore del rinomato Coro della SAT di Trento, porti avanti quella che si può definire una tradizione di famiglia. La generazione di tuo padre e di tuo zio ha infatti dato vita al Coro, del quale tu stesso oggi hai la responsabilità artistica. Quali sono gli elementi di continuità che hai mantenuto e quelli di innovazione che hai introdotto?

M. Pedrotti: Molti amici che seguono il nostro coro da molti anni, direttamente o attraverso le produzioni discografiche, affermano che non è cambiato nel tempo. Invece, secondo me, è cambiato moltissimo: naturalmente non nello spirito originario, ma negli aspetti tecnici e interpretativi. Dirigo il coro da 25 anni e durante questo periodo si è verificato un processo che potremmo chiamare di “rimodellamento”. Partiamo da un coro di “mostri sacri”, di solisti con voci incredibili, capaci di sostenere il canto per ore, sia sul palcoscenico che davanti ad un tavolo; creatori di invenzioni geniali, che vanno ben oltre la partitura: il mitico Coro SAT di Silvio Pedrotti. Ma negli anni le cose sono cambiate: le voci sono divenute più “ordinarie”, i mostri sacri sono stati via via sostituiti da bravi coristi, sostenuti più da passione ed entusiasmo che da eccezionali doti vocali. E il coro, lentamente, si è adeguato: maggior rigore ed aderenza alla partitura, una più accurata ricerca del “suono” suppliscono alle invenzioni dei singoli ed alla loro piena spontaneità; segue sempre, con umiltà e convinzione, la strada tracciata dai “vecchi”, ma senza ricorrere alla scopiazzatura sterile, bensì utilizzando al meglio le nuove risorse disponibili. E oggi abbiamo un coro più duttile, più reattivo alle novità, più disponibile ad affrontare prove difficili. Ciò ha certamente influito anche sul piano interpretativo, dove le differenze sono tangibili perfino ad orecchie poco esperte. Non dobbiamo stupircene: nella musica “classica” troviamo oggi interpretazioni assai differenti rispetto a qualche decennio fa, frutto di sensibilità diverse, plasmate da influenze molteplici, più aderenti al momento attuale.

M. Zuccante: A mio parere – e con buona pace per l’etnomusicologia – il Coro della SAT non va considerato come un’espressione di autentica riproposizione dei canti popolari delle genti di montagna. Si tratta piuttosto di un’invenzione “cittadina”, in virtù della quale – preso lo spunto dai canti alpestri – è stato elaborato un repertorio del tutto originale. Un repertorio che vive della contaminazione tra materiali popolari e forme della musica colta. Che ne pensi?

M. Pedrotti: Uno dei meriti riconosciuti al Coro della SAT è di aver trasmesso e diffuso un patrimonio di valori culturali che rischiava di dissolversi. Ma lo ha fatto a modo suo, con una visione del canto popolare del tutto personale. Dobbiamo risalire brevemente ai fratelli Pedrotti ed alla loro educazione musicale: i canti appresi in famiglia; la musica sacra frequentata all’oratorio del Duomo di Trento; l’apprendimento di canti e musiche locali durante la permanenza nei campi profughi boemi nel periodo 1915-1918; la frequentazione con Antonio Pedrotti, futuro direttore d’orchestra, che favorì, attraverso molti concerti – cui spesso assistevano da dietro le quinte – una formazione musicale empirica ma estremamente varia. Tutto questo venne trasferito, spontaneamente, in una interpretazione del tutto originale del canto popolare. Contaminazione del materiale di partenza? Certamente, ma di alto livello, tale da suscitare – accanto alle giuste ma… inascoltate rimostranze degli etnomusicologi – il vivo interesse del mondo musicale e da trasportare il canto popolare, divenuto così musica pura, dall’osteria al palcoscenico.

M. Zuccante: Un ruolo determinante nella creazione dello “stile-SAT” è stato sostenuto dagli arrangiatori dei canti. Una pattuglia di musicisti di prim’ordine. Essi hanno saputo coniugare la loro arte colta e raffinata con un modello corale semplice e lineare, di immediato impatto timbrico ed espressivo. Come si è evoluta negli anni l’idea di arrangiamento delle canzoni? Mi riferisco, in particolare, ai lavori degli autori che hanno lasciato l’impronta più incisiva nel repertorio del coro: Pigarelli, Benedetti-Michelangeli e Dionisi.

M. Pedrotti: Il percorso artistico del Coro della SAT, da Pigarelli a Pedrotti, da Dionisi a Benedetti Michelangeli, da Mascagni a Ghedini, ha il sapore di un’avventura straordinaria nella quale si vive il futuro senza conoscerlo! L’evoluzione delle armonizzazioni è avvenuta con gradualità nei primi anni, poi con strappi decisi. L’omofonia di Pigarelli – che prendeva il via dalla lettura degli arrangiamenti ad orecchio dei primi cantori – ha lasciato il campo prima alla scarno ma geniale stile di Pedrotti e poi alle quasi contemporanee divagazioni armoniche, altrettanto geniali, di Dionisi e Benedetti Michelangeli: queste pervase da evidenti influenze chopiniane ed impressionistiche di stampo francese; quelle sostenute dalle esperienze contrappuntistiche e dalla profonda conoscenza dello strumento “coro”. Non fu una cosa facile: in particolare Benedetti Michelangeli rappresentò una vera e propria rivoluzione artistica per i coristi anche se, alla fine, i suoi insistiti cromatismi facilitarono molto l’assimilazione delle severe linee polifoniche di Dionisi. Dobbiamo tenere presente che il coro era formato – come oggi, del resto – da persone dotate sì di innata musicalità, ma assolutamente prive di qualsiasi formazione musicale, tanto che pochissimi coristi erano e sono in grado di leggere una partitura. Certamente l’orgoglio di essere protagonisti di un fenomeno artistico largamente apprezzato, confermato proprio dai lavori dei grandi musicisti nominati, ebbe una parte non marginale nella determinazione con cui i coristi affrontarono quegli strappi e quelle novità così rivoluzionarie, tanto da considerarli, piano piano, assolutamente naturali.

M. Zuccante: Renato Dionisi ha paragonato la sonorità del Coro della SAT a quella di un organo italiano rinascimentale. In effetti, tra gli aspetti apprezzabili del coro, c’è quello dell’accostamento di timbriche e dinamiche molto nette e contrastanti, che richiamano le nitide e smaglianti combinazioni dei registri di un organo antico. Possiamo considerare questa peculiarità una costante, nonostante le indiscutibili mutazioni nel tempo del profilo vocale del coro?

M. Pedrotti: Certamente sì: il suono rigorosamente privo di vibrato e derivante da una impostazione “naturale” della voce si avvicina al suono dell’organo rinascimentale evocato da Dionisi. L’avvicendamento nell’organico di decine di coristi non ha influito su questa caratteristica, perché quel suono è sempre stato cercato dai direttori che si sono susseguiti nel tempo, attraverso un paziente lavoro di amalgama e di fusione. Non bisogna dimenticare inoltre il tessuto vocale orientato verso il registro basso, che conferisce un particolare colore caldo al risultato finale.

M. Zuccante: I prestigiosi riconoscimenti raccolti a livello nazionale ed internazionale hanno trasformato il coro in una formazione corale da concerto tra le più richieste ed acclamate. Tra gli eventi che ricordi, quali sono quelli che ti hanno dato più soddisfazione sul piano artistico?

M. Pedrotti: Certamente i momenti più entusiasmanti li ho vissuti nei grandi “templi” della musica come il Teatro Regio di Parma, il Comunale di Bologna, il Teatro dell’Opera di Roma, La Fenice di Venezia, o ancora il Teatro Regio di Torino e il Conservatorio di Milano, solo per nominarne alcuni, dove un pubblico avvezzo a tutt’altro genere di musica si emoziona a sentire La pastora! Momenti indimenticabili!

Ma in assoluto la più grande soddisfazione l’ho provata nei concorsi internazionali cui il coro si è dedicato negli ultimi anni (Corea del Sud nel 2010, Praga nel 2011 e Llangollen in Galles nel 2012) con risultati insperati nel confronto con le maggiori compagini corali a livello mondiale. Pensa la soddisfazione di portare dosoline, angioline, pastore e… montanare in un contesto pervaso di Palestrina, Schubert, Brahms, Bieber, o altri autori classici e moderni! E lo stupore di colleghi coristi e delle giurie! Ciliegina sulla torta: la medaglia d’oro a Praga (solo due medaglie d’oro assegnate su 40 cori) o il giudizio della giuria di Llangollen: “Abbiamo apprezzato il vostro caratteristico suono sempre appropriato ai vari canti. Il vostro accordo è sempre stato eccellente. Non importa se voi non sorridete al pubblico: voi non sorridete, ma la vostra musica è assai comunicativa. Avete una solida compattezza dell’insieme con un magnifico, brillante, potente suono.” E pensare che ci siamo dedicati ai concorsi soprattutto per favorire ed accelerare l’inserimento dei nuovi coristi!

M. Zuccante: Ho sempre apprezzato, nella conduzione del Coro della SAT, la pratica del direttore di posizionarsi sulla stessa linea dei cantori. Questo apparente mettersi in disparte esalta – com’è giusto che sia – il protagonismo del collettivo e ne potenzia la comunicativa, a livello autenticità e spontaneità. Rinunciando alla tradizionale e più vistosa gestualità del direttore di coro, tu fai ricorso a più discreti accorgimenti comunicativi. Per mezzo di essi mantieni ugualmente il contatto con i cantori ed eserciti il controllo dell’esecuzione musicale. Puoi illustrare questa particolare tecnica?

M. Pedrotti: Il direttore non visibile al centro, ma nascosto tra i coristi ha rappresentato una caratteristica peculiare del Coro della SAT sin dall’origine e comune ai tre “capi coro” che si sono susseguiti: Enrico dal 1926 fino al 1938, poi Silvio per ben cinquant’anni, fino al 1988 e da lì in poi il sottoscritto. E a ben vedere questo è un tratto tipico che il coro ha ereditato dall’autentico canto popolare, dove i cantori “attaccano” le loro storie dopo un breve cenno del ” capo” o dopo la frase iniziale dell’intonatore. Nel coro di oggi questa caratteristica suscita lo stupore dell’ascoltatore specialmente all’estero, dove siamo poco conosciuti. Tecnicamente, il controllo dell’esecuzione viene mantenuto per mezzo di piccoli segni, pressoché impercettibili all’esterno ma perfettamente riconoscibili dai coristi: la mano destra, la testa, gli occhi, la spalla, il linguaggio corporeo. Naturalmente ciò richiede un lungo lavoro di prove, per consentire anche ai coristi che fisicamente non “vedono” il direttore – per esempio una parte dei bassi e dei baritoni – di acquisire gli automatismi necessari per il ritmo e la dinamica, e soprattutto per lo slancio interpretativo.

M. Zuccante: Al Coro della SAT va riconosciuto il titolo di caposcuola nel genere del canto corale di tradizione alpina. Immediatamente dopo il suo esordio, molteplici gruppi corali si sono conformati al modello satino, o, a partire da esso, hanno elaborato qualche variante nell’ambito della medesima tipologia corale. Negli ultimi anni il fenomeno sembra attenuarsi, soprattutto al di fuori del Trentino. Come interpreti questa fase?

M. Pedrotti: E’ vero che nel secondo dopoguerra e fino agli anni ’60 del secolo scorso il Coro della SAT ha fatto da modello ad un gran numero di cori nell’Italia settentrionale e centrale, nati proprio perché “spinti” dal suo modo di cantare, dalla bellezza degli arrangiamenti ed aiutati anche dalla disponibilità delle partiture che i fratelli Pedrotti andavano diffondendo con le loro edizioni. Poi le cose sono lentamente cambiate, con la nascita di vocalità diverse, di un diverso approccio al canto popolare. A titolo di esempio, cito soltanto De Marzi, Vacchi, Gervasi, che con le loro formazioni corali movimentarono la tipologia corale in Italia. Anche a livello di repertorio si videro differenze notevoli: una maggiore attenzione alla ricerca locale di canti ancora sconosciuti; oppure una decisa virata verso i canti d’autore, sia pure di ispirazione popolare; o ancora, in tempi più recenti, un repentino cambio di genere per accostarsi ad esperienze estranee alla nostra cultura (gospel, spiritual, eccetera). Negli ultimi venti anni il movimento corale italiano si è ulteriormente allontanato dal modello SAT, tanto che pochissimi cori oggi eseguono il nostro repertorio. Perché? Molto dipende, in primo luogo, dal cospicuo materiale alternativo che è stato messo a disposizione: nuove esperienze, armonizzazioni di notevole difficoltà, vocalità spinte al massimo hanno incuriosito e stimolato cori e direttori e ne hanno determinato il cambio di direzione. In secondo luogo, credo che il timore del “confronto qualitativo” verso il coro che con quel repertorio ha costruito la propria missione artistica, rappresenti un motivo determinante per la scelta di diversi orientamenti.

M. Zuccante: Una problematica di rilevanza vitale, comune a tutte le compagini corali amatoriali, è quella connessa al ricambio generazionale. La formazione del Coro della SAT è composta da cantori maturi ed esperti, che operano accanto a giovani di più recente inserimento. Attraverso quali strategie sei riuscito a risolvere queste delicate fasi di passaggio, senza che il generale equilibrio d’insieme ne risenta?

M. Pedrotti: Alcuni anni fa intuii che il nostro coro stava per affrontare un periodo di allarmante accelerazione nel ricambio, che da fisiologico in pochi anni sarebbe diventato generazionale: molti coristi anziani si avviavano verso l’abbandono dell’attività. Era essenziale intervenire in anticipo per risolvere il problema. Così pensai di costituire la “scuola del Coro della SAT”, aperta a tutti, dove insegnare il nostro repertorio ed il nostro modo di cantare, nella speranza di attirare i giovani. In poco tempo, l’iniziativa ottenne un notevole successo, tanto che fu possibile, in seno ad essa, costituire il coro degli allievi SAT, compagine “precaria” perché in continuo cambiamento, ma attiva ed entusiasta. Ad oggi sono oltre 130 gli allievi passati per la scuola e di questi ben 17 sono entrati a far parte, negli ultimi cinque anni, del Coro della SAT, andando a sostituire i coristi anziani. Il loro grado di istruzione e la familiarità con lo stile SAT, plasmati nella “scuola”, hanno costituito il valore aggiunto per il loro inserimento in formazione senza grandi problemi di amalgama e di fusione. E certamente la particolare preparazione richiesta per la partecipazione ai concorsi internazionali di cui parlavo sopra ha favorito il processo di salvaguardia del timbro e dell’equilibrio interno dei vari reparti. Oggi il nostro coro è notevolmente ringiovanito e attrezzato al proseguimento dell’attività per diversi anni ancora; e, in caso di necessità, abbiamo nel coro allievi un consistente serbatoio di validi ricambi.

M. Zuccante: E’ scontato affermare che lo straordinario successo del Coro della SAT sia dovuto principalmente ai meriti artistici. Ma anche l’accortezza con cui sono stati curati gli aspetti manageriali ha contribuito a mantenerne alto il prestigio. Possiamo dire che l’immagine di un gruppo di cantori dilettanti è stata gestita – e lo è tutt’ora – con competenza professionale?

M. Pedrotti: I cori, anche quelli amatoriali come il nostro, sono delle piccole aziende che, per “produrre” convenientemente devono essere ben organizzate e strutturate. E’ importante la produzione, ma altrettanto importante è la gestione amministrativa. Nei rapporti tra le due strutture, secondo me è basilare la separazione netta tra gestione artistica e organizzazione: il direttore (la direzione artistica) deve pensare solo ai programmi, all’istruzione, ai problemi di formazione, alle prove ed alle prestazione artistiche, senza condizionamenti di sorta. Il resto spetta all’organizzazione, che deve muoversi “professionalmente” per venire incontro alle esigenze artistiche. E’ chiaro che le due strutture devono parlarsi, ma nel rispetto assoluto del rispettivo ruolo. Questo principio, che è manageriale, ha sempre caratterizzato la nostra gestione. Poi c’è l’aspetto dell’immagine non solo artistica che l’”azienda coro” deve dare all’esterno: la serietà, il mantenimento degli impegni, il comportamento di fronte al pubblico ed in ogni altra occasione sono importanti. Ancora, bisogna curare le relazioni con il territorio: per esempio, il nostro coro ha sempre cercato di rispondere positivamente anche a richieste di concerti provenienti da piccoli centri, dalle valli più lontane e questa disponibilità ha avuto riscontri sempre positivi.

M. Zuccante: Per finire, Mauro, uno sguardo in prospettiva. Cosa si profila all’orizzonte per il Coro della SAT? La riproposizione del repertorio “storico” sarà mantenuta come finalità prevalente, o saranno introdotte delle novità attraverso qualche inedito progetto?

M. Pedrotti: Negli ultimi 20 anni ci siamo dedicati principalmente alla riedizione discografica di tutto il repertorio inciso prima del 1992, anno di nascita della Fondazione Coro della SAT. Tutti quei canti sono stati ripresi in forma di “monografie” e così sono nati i compact disc dedicati nell’ordine a Arturo Benedetti Michelangeli, Antonio Pedrotti, Renato Dionisi e Luigi Pigarelli; vicino a questi, i cd dedicati ai Canti degli Alpini ed ai canti natalizi. La ripresa di quei canti non è stata solo formale: tutti sono stati “smontati”, rivisti, ristudiati nota per nota, per renderli attuali ed in linea con lo stile interpretativo del Coro SAT degli anni 2000. E tutto questo senza ridurre l’attività concertistica (facciamo circa 20 concerti all’anno, quasi tutti lontani dalla nostra residenza). Attualmente stiamo lavorando ad un cd dedicato agli Autori non compresi nelle monografie: Andrea Mascagni, Bruno Bettinelli, Renato Lunelli, Giorgio Federico Ghedini, Aladar Janes, Teo Usuelli, Luciano Chailly, Silvio Pedrotti: le registrazioni sono programmate nel mese di giugno ed il cd uscirà nel prossimo autunno. Un impegno di otto mesi circa! Programma concluso, quindi? Non credo: oggi, a quindici anni di distanza, la prima monografia, quella dedicata a Michelangeli, del 1997, mi sembra già … superata! E del resto i tanti giovani del coro di oggi, rinnovato per più di metà, non hanno mai cantato alcune delle armonizzazioni del grande pianista! Durante questo periodo abbiamo però vissuto emozionanti “digressioni”, esperienze lontane dalla nostra normale attività. Vorrei citarne alcune: i concerti con l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, con i nostri canti orchestrati da Armando Franceschini (il quale sta attualmente lavorando per l’ampliamento di quel progetto, che riprenderemo presto); la partecipazione alla realizzazione della colonna sonora di un vecchio film muto tedesco, assieme al violoncellista Mario Brunello ed al percussionista Valerio Tasca; la registrazione del Te Deum di Zandonai, per coro maschile e organo e il primo approccio a Mozart con l’Ave verum corpus nella trascrizione per coro maschile. Esperienze entusiasmanti, nel segno della continuità ma anche dell’apertura e della curiosità. Quindi, una parte consistente della nostra attività sarà dedicata al repertorio storico, ma ciò non esclude l’apertura ad esperienze diverse ma importanti per la nostra continua maturazione artistica.

CoroSat-RaiToIl Coro della SAT all’Auditorium RAI di Torino



M. Zuccante, “Isaira la si veste”, Coro della SAT, M. Pedrotti, dir.
Il Coro della SAT è nato ufficialmente a Trento il 25 maggio 1926, per opera dei fratelli Pedrotti e di alcuni amici. I fratelli Pedrotti intrapresero, inoltre, un’opera di recupero di tutto il patrimonio di canti popolari delle alpi italiane, in particolare del Trentino, curando personalmente le prime armonizzazioni. La formazione è considerata il più prestigioso coro di montagna, le cui interpretazioni hanno fatto scuola in tutta Italia. A partire dalla sua fondazione in avanti, in particolare dopo la guerra, sono nate svariate formazioni per voci maschili che prendono a modello il coro trentino, nella formazione e nel repertorio.Per il Coro della SAT hanno armonizzato brani numerosi musicisti di fama internazionale tra cui: Antonio Pedrotti, Renato Dionisi, Arturo Benedetti Michelangeli, Luigi Pigarelli, Andrea Mascagni, Giorgio Federico Ghedini, Bruno Zanolini.Attualmente il Coro è diretto da Mauro Pedrotti nipote di Silvio e figlio di Mario.Il coro SAT si è esibito in oltre mille concerti in Italia, Europa (Austria, Belgio, Cecoslovacchia e ora Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Russia, Svizzera), America (Brasile, Canada, Messico, Stati Uniti) ed Asia (Corea del Sud), nei teatri più prestigiosi.Sono qui catalogate le edizioni su dischi a 78 giri (Columbia e Odeon), 33 giri (Odeon e RCA) e compact disk (RCA e Fondazione Coro della SAT); non sono catalogate le edizioni su dischi a 45 giri (Odeon e RCA), su musicassetta (RCA), su stereo8 (RCA) e le edizioni per i mercati esteri (RCA e Telefunken).

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Bepi De Marzi – intervista

M. Zuccante: Innanzitutto, grazie, maestro Bepi, di aver accettato di colloquiare con me. Sono sicuro che i lettori di Choraliter gradiranno approfondire, attraverso le tue stesse parole, alcune delle tematiche inerenti alla tua opera. Un capitolo cospicuo della tua produzione raccoglie i canti di ispirazione popolare legati, più o meno direttamente, all’ambiente alpino. A distanza di diversi decenni dal suo fiorire, ed in un momento che coincide con il compiersi di un arco generazionale, prova a tracciare un bilancio della stagione dei cori di montagna.

B. De Marzi: A Milano c’è un coro di poche ma ottime voci molto giovani. Il repertorio che propone, eseguito con fedeltà e accuratezza, è quello classico, elaborato a Trento dai Pigarelli, i Pedrotti, poi i Mascagni, i Dionisi e l’ispiratissimo grande pianista Benedetti Michelangeli. Chiedere a questi giovani “perché cantano” potrebbe essere illuminante per capire l’attuale situazione corale. La montagna? In montagna non si è mai cantato così. Nelle valli alpine, questo genere vocale e armonico è arrivato dalle città con l’escursionismo. Alla fine degli Anni ’60, in un convegno a Cortina, si è detto che i cori maschili erano tutti “trentinizzati”. Ma se non ci fosse stato il Coro della SAT, nessun coro maschile sarebbe sorto nel secondo dopoguerra. Questo è un tempo sospeso, dove nell’incertezza del futuro si propone di tutto. Ma io vorrei tornare a quel “perché”, ben sapendo che rimarrebbe senza risposta. E non basta ricordare la celebre frase “perché la montagna è là!”. L’alpinismo classico è finito da tempo. Anche l’escursionismo di massa. Oggi si va nei boschi con il fuoristrada e sui sentieri con la moto da cross. E mi viene da piangere.

M. Zuccante: Alcuni detrattori ti accusano di confondere i generi. I tuoi canti sarebbero invenzioni personali che rischiano di contaminare la purezza e l’autenticità del repertorio storico di tradizione orale, esito di operato anonimo e collettivo. Premesso che l’intero repertorio dei cori alpini è, di fatto, un’invenzione, pensata per le sale da concerto – a partire dal modello-SAT –, condividi l’idea che l’apporto creativo dell’artista-individuo giochi, invece, un ruolo determinante, ai fini della sublimazione poetica dei contenuti e delle storie raccontate nelle cosiddette canzoni popolari?

B. De Marzi: Nel mirabile repertorio SAT ci sono dei generici canti d’autore che nessuno ha mai discusso perché proseguono dallo stile riconosciuto. Molte delle mie storie cantate dicono della mia partecipazione alla vita sociale, gridano la mia indignazione, invitano al rispetto della memoria, alla pace. Nella tradizione, non mi sono mai posto il problema della purezza, consapevole che un canto autenticamente popolare viene falsato appena lo si tocca, appena lo si elabora armonicamente e vocalmente. Certo: il mio modello iniziale è stato il coro trentino con i suoi inimitabili musicisti-armonizzatori. Oh, le armonizzazioni! Si è sempre parlato solo di armonizzazioni, per i nostri repertori. Mi intenerisce sentire tanti coristi delle centinaia di gruppi maschili che, nominando Beethoven, dicono che ha fatto “nove armonizzazioni”. Un coro piuttosto noto, nel registrare “La contrà de l’acqua ciara” ha scritto: “Testo di Giuseppe De Marzi, armonizzazione di Bepi De Marzi”. C’è ancora della confusione, qua e là. I detrattori? Dicono che sono “troppo semplice, troppo cantabile, tardoromantico”; scrivono che non pratico le dissonanze, che ignoro la tecnica moderna. Ma le cattiverie più organizzate sono venute dai cacciatori dopo che ho scritto “La Sisilla”, e soprattutto “Scapa, oseleto”, Scappa, uccellino, violino della siepe…

M. Zuccante: Il tuo linguaggio musicale esclude ogni sorta di complessità e persegue piuttosto la via della linearità nella scrittura, della semplicità espressiva e dell’immediatezza comunicativa. Sia nella prestazione esecutiva che in quella della percezione, insomma, le tue canzoni si attengono a quello che potremmo definire un “lessico popolare”. Eppure mi pare che qua e là affiorino modelli di origine colta. Tra gli altri esempi, mi vengono in mente la policoralità di Pavana, l’esordio in stile imitato di Nikolajewka, gli stretti ritmici presenti nelle ultime righe di Sanmatìo. Qual è dunque il debito che ti vincola alla formazione di musicista colto?

B. De Marzi: Grazie per essere entrato nel giusto significato del mio lavoro. L’immediatezza comunicativa me la impongo continuamente perché mi chiedo: “Chi canterà le mie storie? uomini, donne, ragazze, ragazzi che per lo più non sanno leggere la musica…”. Ecco: voglio facilitare il loro impegno. Potrei elaborare tessiture più complesse, certo. Ma a me basta, come diceva il mio grande amico Rigoni Stern “fare compagnia a qualcuno” con le mie storie cantate.  Però vorrei che dai concerti corali si uscisse con la memoria di qualche passaggio melodico, di qualche motivazione poetica e sociale, per continuare a vivere la tormentosa felicità di quel “perché”. Ciò che ho scritto lungo gli anni è stato dettato in parte dai miei studi giovanili, che sono anche i tuoi. Venendo dal conservatorio e operando nella musica nei diversi campi, ci si lascia tentare dalle grandi forme polivocali, pur se consapevoli che tutto il meglio sia già stato realizzato.

M. Zuccante: Tra le qualità più apprezzate nelle tue creazioni c’è quella di una semplice, ma attraente e coinvolgente vena melodica. Ritieni che questo sia il dato che più di ogni altro favorisca la popolarità del tuo repertorio?

B. De Marzi: Ne ho la certezza. “Cosa fai di mestiere?”, mi ha chiesto un mite fraticello della Verna nel tempo in cui ancora andavo a confessarmi. Di solito, a chi mi fa una simile domanda rispondo “faccio l’idraulico”. Quella volta, lassù, non potevo mentire:: “Il melodista”, ho risposto. “Oh, Gesù, e che mestiere sarebbe?”. Proseguendo dai pensieri precedenti, confermo il mio costante impegno nel realizzare piccole immagini cantate, facili da memorizzare. Molti dei miei canti vengono da tempo accompagnati con la chitarra o con altri strumenti. Vivono perciò per la sola melodia. A Lourdes, una volta che facevo servizio in un pellegrinaggio, mi sono avvicinato a dei coristi italiani che intonavano un mio mottetto con organo. “Lo sa anche lei?”, mi hanno chiesto. Sono queste, le piccole e inattese felicità.

M. Zuccante: Tra le tue canzoni, La contrà de l’Acqua ciara è quella che preferisco. Ogniqualvolta mi capita di ascoltare questo struggente motivo, la familiarità con i luoghi, in cui entrambi viviamo – ora ahimè imbruttiti da scempi indecenti -, accresce la partecipazione emotiva. L’amara malinconia di questa canzone consolida in me l’immagine di Bepi De Marzi cantore dell’inesorabile fine del mondo contadino-montanaro veneto. Mi sbaglio?

B. De Marzi: Mi conosci bene, ma bene. La mia è una infinita disperazione. Io, il “perché” l’ho sempre avuto, l’ho sempre espresso in diversi modi. Piango un mondo umiliato e offeso. Urlo anche per lo scempio delle città: “Come fosse morto il mondo, se la città d’autunno non ha più foglie gialle nei viali di cemento nero. Le foglie non sono mai nate, son rimaste nel cuore dei rami duri come pietra…”. Questo canto ha sorpreso i miei amici milanesi. Nella contrada che ho cantato, come in altre delle nostre montagne, ora vivono molti immigrati; e sono tornati i giochi dei bambini, magari in lingue diverse. Ecco un’altra felicità che consola i miei giorni inquieti.

M. Zuccante: Hai percorso la tua carriera a fianco di una nutrita schiera di musicisti, con i quali hai condiviso con successo un progetto di crescita e valorizzazione del canto corale. Quali, tra i compositori e direttori di coro della tua generazione, consideri più affini alla tua esperienza artistica?

B. De Marzi: Ho conosciuto e ammirato le dilatazioni vocali di Malatesta, le seduzioni armoniche di Bon, il sapiente fervore di Agazzani, la nobiltà internazionale di Gervasi, la passione popolare di Vacchi, l’arguzia di Corso, la poliedricità di Bordignon, il puntiglio popolare di Vigliermo, l’acutezza di Leydi. Ma il mio pensiero riconoscente va ai miei maestri di pianoforte, di organo, di composizione. E quanti sogni! Determinante è stato il mio entrare nei Solisti Veneti come clavicembalista e organista. Da Claudio Scimone ho imparato che nella musica non si deve mai finire di cercare, cercare e cercare. Anche nel dirigere i cori per Vivaldi, Mozart o Beethoven, il mio fraterno amico e maestro padovano ha sempre cercato la chiarezza per una emozionante comunicazione. Bandito l’intimismo, ha cercato, e ancora cerca, di parlare al mondo, di illuminarlo, di renderlo migliore. Si può fare con Vivaldi, con Bach! Ma anche con Pigarelli. Mi ha incoraggiato e aiutato Silvio Pedrotti, proprio il grande Silvio che ora più nessuno ricorda. Lui sì che manifestava il “perché” del cantare in coro. “Non basta cantare: bisogna far pensare”, mi ha scritto affettuosamente quarant’anni orsono.

M. Zuccante: Vorrei ora mettere a fuoco un paio di punti sul tuo ruolo di direttore di coro. I Crodaioli di Arzignano sono la fucina presso la quale hai plasmato gran parte delle tue creazioni. Mi sembra di cogliere in questo complesso vocale anche una certa originalità timbrica. Quali sono a tuo avviso i connotati fonici che distinguono I Crodaioli nel panorama dei cori alpini?

B. De Marzi: Forse eravamo un coro alpino. Le mie prime 6 raccolte pubblicate dalle Edizioni Curci avevano l’unico titolo “Voci della montagna”. Per la vocalità, è risaputo, bisogna adattarsi alle voci disponibili, plasmandole per la soluzione migliore nell’amatorialità. Nelle tre raccolte seguenti ci sono anche dei rifacimenti, delle rielaborazioni. Qualche canto tra i più diffusi l’ho proposto addirittura all’unisono. Ho creduto nella vocalità vagamente aggressiva, intensa, per una varietà dinamica tendente a provocare emozioni. Ultimamente ho un poco attenuato questo atteggiamento. Mi ripeto nel dire che questo è un momento di attesa. Perciò, rimanendo nel presente, dopo una pausa di un paio d’anni abbiamo deciso insieme di mutare l’impostazione vocale limitando l’estensione sui modelli polifonici a voci uguali. Ora i tenori primi hanno un timbro pieno e reale, non più di “falsetto”. Le armonie sono più intense con le voci “vicine”.

M. Zuccante: C’è un particolare nel tuo modo di condurre il fraseggio che mi ha sempre incuriosito. Quello cioè di “tirare la frase” senza interruzione e, alle volte, con alquanta lentezza, mettendo a dura prova le voci nel sostenere i suoni; quasi volessi cercare una continuità sonora in grado di oltrepassare i limiti del respiro. Penso ad un brano come Bènia Calastoria. Mi chiedo se si tratta di emulazione di sonorità strumentali, come possono essere, ad esempio, quelle dell’organo. Insomma, vezzo o scelta motivata da ragioni espressive?

B. De Marzi: Forse hai ascoltato qualche mio canto dai cori che non fraseggiano chiaramente. Benia Calastoria ha i respiri ben segnati. La mia esecuzione può dare l’impressione della continuità che tu sottolinei, ma è solo un’impressione perché c’è un pedale continuativo affidato prima ai bassi, poi ai baritoni, che riempie le brevissime sospensioni dei respiri. Pur usando per lo più l’omoritmia, tengo molto alle possibilità umane per un fraseggio naturale. Non ho mai contato i canti che ho fatto. Ma ci sono pedali all’alto, bassi ostinati, forme cicliche… La nona raccolta, edita sempre dalla Curci di Milano, contiene anche un canto in tre movimenti, Brina Brinella. C’è un Largo come introduzione, un Corale-Andante e una Fuga-Vivace costruita con soggetto, controsoggetto, modulazioni, divertimenti e stretti. In questo caso, il “perché” sta nel raccontare l’ansia del contadino per il raccolto minacciato dalle improvvise gelate primaverili.

M. Zuccante: Un lato non secondario della tua poliedrica personalità è rappresentato dalla vis polemica con la quale affronti pubblicamente tematiche relative alla vita musicale e non. Vorrei riservare ad esso le ultime riflessioni. Tralascio, e rimando ad una prossima puntata, lo spinoso argomento della musica liturgica, pur sapendo quanto ti stia a cuore e quanto ti sia speso per tutelarne il decoro. Qualche tempo fa fecero un certo scalpore alcune tue apocalittiche previsioni in merito al futuro del canto corale. Tra le altre, leggo queste affermazioni: «Il mondo corale amatoriale sta attraversando una profonda crisi, ma non solo per la mancanza di voci giovani, bensì per la confusione dei repertori. I testi in italiano non interessano più, tanto meno quelli nei vari dialetti». Sei ancora convinto di tutto ciò?

B. De Marzi: Manca la curiosità e la caratterizzazione. Il problema del ricambio delle voci nei cori maschili è sempe più sentito. Mi preoccupavo però della perduta dignità dei complessi corali che proponevano espressioni senza precise motivazioni. I cori misti nascono e si spengono in continuazione anche per la mancata ricerca di una personalizzazione. Per la musica sacra, e spero che se ne parli presto a più voci in queste pagine, non c’è niente da fare: siamo da tempo nel degrado. Le messe sono ovunque un’avventura locale e i canti prediligono i versi tronchi in “ai, ei, oi, ui”. Le musiche? Impera la “non melodia”. Hanno inventato la cantillazione, un recitativo con effetti esilaranti.

M. Zuccante: Infine, vorrei dire che reputo meritoria la tua indefessa azione di denuncia del degrado socio-culturale in cui siamo sprofondati da un paio di decenni a questa parte. Pensi che la crisi eclatante e finalmente riconosciuta ad ogni livello, si possa ergere a spartiacque tra un’epoca di infimo decadimento ed una nuova stagione di rigenerazione morale e riscoperta di valori culturali, morali e sociali più autentici? Insomma, c’è una speranza dietro l’angolo, o no?

B. De Marzi: Mia mamma era di Milano e mi diceva come “i veri milanesi non sono mai indifferenti davanti alle vicende del mondo”. La mia amata Milano, però, ha perduto molto del suo cosmopolitismo per diventare una specie di bigottificio provinciale. Mio papà, per il suo lavoro di tecnico elettromeccanico, aveva l’abbonamento per tutta la rete ferroviaria italiana e mi diceva: “Non accontentarti mai di ciò che ti dicono: vai a vedere e racconta la verità”. Per uscire da questo grigiore qualunquistico c’è solo da sperare nell’Europa, dove dobbiamo portare il calore della nostra rinnovata poesia.

[Choraliter, n. 37, Gennaio-Aprile, Ed. Feniarco, 2012]

Bepi De Marzi




B. De Marzi, “La Contrà de l’acqua ciara”, Coro “I Crodaioli”, B. De Marzi, dir.
Giuseppe (Bepi) De Marzi è nato ad Arzignano il 28 maggio 1935.Dopo i diplomi in organo e composizione organistica, pianoforte e gli studi di direzione e composizione si è dedicato alla musica da camera e al basso continuo diventando dal 1978 fino al 1998 l’organista e clavicembalista, nonché vicedirettore, de I Solisti Veneti diretti da Claudio Scimone. Insegnante nel Conservatorio di Padova dal 1976. Attualmente è direttore del coro maschile I Crodaioli da lui fondato nel 1958.
È certamente uno tra i più conosciuti ed eseguiti compositori di canto d’autore di ispirazione popolare. Sue sono pagine celebri come Signore delle cime, Sanmatio, Benia Calastoria, Improvviso, Joska la rossa, tratte da poesie i cui testi spesso dialettali, composti di sovente dall’amico Carlo Geminiani, incontrano una tessitura compositiva armonico-melodica di natura strumentale.
Durante la sua carriera ha conseguito numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il “Premio Masi” per la Civiltà Veneta. È chiamato spesso quale membro di giuria in concorsi nazionali e internazionali, corali e di composizione.
Il 21 giugno 2012 ha ricevuto a Salice Terme il Premio Antonio Cagnoni alla carriera (Prima edizione di questa manifestazione).Spesso critico nei confronti dell’attuale situazione, da lui definita confusa, nell’ambito della musica liturgica, ha composto molta musica sacra. Tra gli anni Settanta e Ottanta, con il Coro polifonico “Nicolò Vicentino” da lui fondato e diretto, ha realizzato per la Fonit-Cetra di Milano la prima incisione dei Salmi elaborati con Padre David Maria Turoldo e Ismaele Passoni. Gli stessi Salmi sono stati incisi nuovamente nel 2006 con le voci del suo coro I Crodaioli, accompagnato all’organo da Francesco Finotti. Le Edizioni Curci di Milano hanno registrato e pubblicato nove raccolte di suoi canti corali.
Notevole la sua produzione di musica per le scuole primarie, materna e elementare, diffusa dalla Casa Musicale Carrara di Bergamo. L’editore Galla di Vicenza ha raccolto nel volume “L’esclusiva dell’evento”, una settantina di suoi articoli di critica musicale, di viaggi e di costume, tra i quasi mille pubblicati su vari giornali (in particolare su Il Giornale di Vicenza) lungo gli ultimi trent’anni. L’editore Panda di Padova ha pubblicato una bizzarra e vivace raccolta di suoi scritti con il titolo “Contrà de l’acqua ciara”.

01Bepi De Marzi, “Signore delle cime” – PolifonicoMonteforte, M. Zuccante, dir.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Armando Corso – intervista

M. Zuccante: Gentile Maestro Armando Corso la notorietà di cui lei gode nell’ambito corale è soprattutto dovuta al fatto di essere lo storico direttore (ma potremmo dire l’anima motrice) del Coro Monte Cauriol di Genova. Partiamo perciò da qui. Un coro alpino radicato in terra di mare. Pare un controsenso. Ci spieghi.

A. Corso: A Genova e in Liguria in generale ci sono molte associazioni alpinistiche, cioè che organizzano gite, escursioni, arrampicate, scalate anche difficili. Il C.A.I. ligure a Genova è uno dei più grossi. C’è molta passione per la montagna. Forse per un contrasto, si vive tutto l’anno in mare, ma quando si può si fanno gite. Vicino sull’Appennino, oppure un po’ più lontano sulle Apuane e poi d’estate o in Valle d’Aosta o in Dolomiti. Si pratica anche molto sci. C’è molta passione per la montagna. Ci sono molti cori: sei cori di montagna, a Genova. Ma poi ci sono ancora a Savona, Imperia e qualcuno a La Spezia.

M. Zuccante: Difficile negare che il canto corale alpino abbia accompagnato l’arco vitale di una generazione segnata dagli avvenimenti bellici e dalle vicende della ricostruzione. Le prospettive di apertura geografica e culturale attuali sembrano inevitabilmente allontanarci da quel passato. Nonostante ciò, si registrano segnali di ripresa di interesse verso questa forma di canto corale, proprio da parte di gruppi formati da giovani cantori. Come spiega questo fenomeno? Ritiene che il canto alpino possa avere un futuro?

A. Corso: Certamente. Noi abbiamo cominciato con il repertorio della Società Alpinisti Tridentini. Avevamo gli spartiti e il libro del Coro della SAT. Da lì siamo partiti e siamo fortemente ancorati come base a quel tipo di canto. Naturalmente abbiamo aggiunto molte cose. Nell’ultimo Canzoniere abbiamo raccolto circa 245 armonizzazioni. La maggior parte nostre e poche di altri, in particolare di Dodero. Abbiamo sempre cercato di pescare nel canto popolare, canto di montagna, canto di gite, canto giovanile, di escursioni. Molti di noi hanno camminato per tutta la gioventù e qualcuno ancora adesso. Quindi sentiamo molto questi canti. Sentiamo anche il bisogno ogni tanto di allargare. Abbiamo qualche spiritual, canti natalizi, canti religiosi e anche canti popolari di altre regioni. Naturalmente scegliamo cose molto belle. Noi riscontriamo un interesse nei giovani. Tant’è vero che noi abbiamo cominciato in 10-12. Anzi, per la verità, il primo gruppo nel 1949 era solo di 4 e sono sopravvissuto solo io di quel gruppo. Però, adesso siamo più di 60 e dobbiamo frenare le richieste. Abbiamo molti giovani che vogliono entrare. Forse alcuni hanno tradizione di famiglia. Non dico di canto, ma di alpinismo o escursionismo, oppure di vita militare negli Alpini.

M. Zuccante: I Cori alpini si formano, in genere, in ambito prettamente amatoriale; e amatoriale è, di frequente, la formazione del loro direttore. Se non sbaglio, anche lei non è musicista di professione. Crede che il presupposto di sano diletto contribuisca a valorizzare l’autenticità di chi si esprime attraverso il canto corale alpino?

A. Corso: Sicuramente sì. Non nego che per i professionisti la musica nelle sue varie forme sia proprio la vita. Ma nel coro tutti noi abbiamo una vita professionale diversa, che va dall’operaio, al perito, al geometra, al laureato in ingegneria, come me, oppure in economia e commercio, oppure in giurisprudenza, molti in medicina. Il coro era nato a ingegneria, quando eravamo studenti. Quindi, c’è una cultura abbastanza elevata nel coro e questo l’abbiamo visto anche in altri cori di città importanti, come Milano, Trento e altre. Il fatto di essere liberi, perché abbiamo altre professioni, ci rende veramente consoni con un bisogno interno di questo tipo di vocalità e di musica, che non è stato imparato in un Conservatorio, ma magari cantando in montagna, cantando in gita. Io ho cominciato perché ero sfollato a Rovereto nel Trentino con i miei compagni di Liceo. Abbiamo fatto gite e cantavamo in cima. Lì ho sentito alcune delle cante che non conoscevo, ad esempio Sul rifugio. In molti di noi non c’è l’aver sentito questi canti e gradirli, ma c’è l’aver vissuto la montagna, aver passato la serata fuori dal rifugio a guardare le stelle, o il plenilunio e così via. Quindi, cerchiamo di restituire qualche cosa di autentico che abbiamo dentro, che abbiamo vissuto.

M. Zuccante: Di certo non si impara lo stile del canto corale alpino frequentando i Conservatori di musica. Ad eseguire il canto alpino s’impara piuttosto sul campo, dall’esperienza diretta di chi già lo pratica. L’istruzione di un coro alpino presuppone il possesso di un insieme di perizie che non sempre coincidono con le competenze necessarie per la direzione di un coro di tipo accademico. E’ d’accordo? Se sì, in cosa consistono le qualità peculiari di un direttore di coro alpino?

A. Corso: Sicuramente all’inizio c’è non una preparazione, ma un istinto e una certa musicalità da parte di tutti i cantori e del malcapitato direttore. Alle volte uno lo è perché, tra tanti ciechi, l’orbo, cioè uno che ce l’ha, diventa il re. E questo è successo a me e ad altri. Altri invece che hanno una preparazione accademica nella musica. Però prevale sicuramente l’istinto che porta a cantare in questo modo chi già lo ha fatto in gita, in montagna, in rifugio o durante la gioventù, o nella vita militare. E poi affinando un po’ opportunamente le proprie istintive qualità di orecchio, canore e di vocalità porta ad entrare in sintonia con questo modo di cantare, che ci permette di esprimere tanti sentimenti umani, restituire proprio umanità, che poi è la base di tutto questo discorso.

M. Zuccante: Il Coro Monte Cauriol viene annoverato tra le compagini che hanno fatto la fortuna del canto alpino. Vorrei chiederle su quali aspetti espressivi lei ha lavorato più insistentemente, per differenziare lo stile del Coro Monte Cauriol da quello delle altre formazioni storiche, che potremmo definire “di riferimento” nello stesso genere corale.

A. Corso: C’è un dato fondamentale. Su 250 armonizzazioni, più un centinaio di quelle della SAT (che non sono perciò nel nostro Canzoniere), parlo quindi di tutte quelle che noi eseguiamo, c’è per noi radicata la convinzione che un canto di questo tipo debba essere stato levigato da secoli di tradizione orale, in modo che tutte le falsità, le asperità sono state tolte e ne esce proprio qualche cosa di puro, di estremamente valido, che sentito una volta rimane nella testa di chi ha un po’ di orecchio, di musicalità. Quindi noi privilegiamo assolutamente canti non d’autore, salvo rarissime eccezioni, cito Stelutis alpinis, La Paganella, La montanara e qualche altra. Ma in generale privilegiamo i canti che sappiamo sono rimasti nelle orecchie della gente, delle famiglie. Siamo andati in giro, anche in Trentino, a farci cantare nelle osterie i canti, lo stesso a Trieste e così via. Abbiamo sentito le preferenze e anche l’entusiasmo di chi le cantava senza preparazione musicale, ma evidentemente con un orecchio di base e una certa abitudine, data una melodia, a fare a orecchio il secondo, il basso. E quindi, secondo noi, questi canti sono molto più validi degli altri, noi li privilegiamo.

M. Zuccante: Sveliamo l’arcano della dizione «Armonizzazione: Cauriol», che contrassegna il maggior numero delle partiture del Canzoniere del suo coro. In verità, è lei l’autore degli arrangiamenti corali dei brani che costituiscono il grosso del repertorio del Coro Monte Cauriol. Quali sono le corrispondenze stilistiche tra le sue stesure e la prassi esecutiva del Coro Monte Cauriol?

A. Corso: Perché non ho voluto firmare le mie armonizzazione fin da 61 anni fa? Perché ho desiderato fin dall’inizio che il coro le sentisse proprie, non mie, cioè che non ci fosse un maestro con degli altri che lo seguivano, ma che fossimo tutti uguali. Perciò ho cercato, finché qualche sciagurato non ha tirato fuori il mio nome, di non comparire. Io lo ringrazio naturalmente questo sciagurato, questo gruppo di sciagurati, però avrei preferito di no, perché c’è nel nostro coro un forte senso di appartenenza al coro, sentiamo proprie queste canzoni. Altri non le cantano, altri le imitano magari adesso da un po’ di tempo. Ma è molto importante questo aspetto di comproprietà, di orgoglio da parte dei cantori. Volevo insomma che le sentissero proprie.

M. Zuccante: Da un coro alpino c’è da aspettarsi una coerente adesione a canti popolari di derivazione storico-geografica circoscritta.  Eppure, nel repertorio del Coro Monte Cauriol si annoverano alcuni sconfinamenti. Canzoni napoletane, sarde, armene, americane, gospel, pop e così via. Quali sono le ragioni di queste divagazioni?

Perché ci piacciono e secondo noi sono altrettanto popolari, antiche, valide. Ne ho parlato con Silvio Pedrotti a suo tempo e mi ha detto «Fate bene. Lo dovete fare. Perché dovete anche un po’ aprire la vostra testa verso altre musicalità, altre culture». Nel caso degli spirituals, siccome io ho una parallela attività jazzistica, non ho avuto nessuna difficoltà. Anzi, siamo stati pionieri in Italia. Perché ora c’è pieno di cori che cantano gospel, eccetera, ma noi li cantavamo 50 anni fa.

M. Zuccante: Per finire, vorrei formulare la seguente questione. Abbiamo detto che i cori alpini si formano, di norma, in ambito amatoriale. Ma le origini del Coro Monte Cauriol ci portano negli ambienti colti delle aule universitarie genovesi. Analogamente, altri cori alpini si sono formati tra persone non musiciste di professione, ma comunque di estrazione colta. E aggiungo che Massimo Mila definì il Coro della SAT «ll Conservatorio delle Alpi», come a volere attribuire al canto dei satini di Trento un marchio di prodotto d’arte. Insomma, l’ingrediente popolare nel genere del canto corale alpino in che misura è filtrato e valorizzato dall’anima colta di chi lo mantiene vivo?

A. Corso: In misura massima. E’ importantissima la cultura di tutti i coristi, dei vice maestri, del maestro, perché è necessario avere molta misura, rispetto per lo stile, rispetto per questi canti, senza voler strafare o debordare. Molti dei coristi – me compreso – hanno fatto studi, anche studi classici – io ho avuto quella fortuna, ho fatto il Liceo classico, ho studiato filosofia, ho studiato l’estetica, ho studiato Benedetto Croce – e questo mi ha insegnato tante cose, tante cose su che cosa è valido e su che cosa è invece cerebrale. Tutto sommato noi siamo dei romantici. Il Coro Monte Cauriol è formato da persone romantiche, cioè che credono che la musica non sia altro che un’espressione dell’umanità, dell’uomo: cosa c’è dentro quello che scrive, che canta, che suona, che dipinge. I suoi pensieri, i suoi sentimenti. Quando io sento un coro e dico «Ah come sono tecnicamente bravi», la cosa finisce lì. Ma ci sono stati dei cori oggi – non mi vergogno a dirlo – che mi hanno fatto piangere. Ma non tutti, alcuni. Sanno esprimere l’umanità che hanno dentro. Forse questa è la chiave più importante per fare queste cose

[Choraliter, n. 32, Maggio-Agosto, Ed. Feniarco, 2010]

Armando Corso




F. Mingozzi: “Sul Rifugio”, Coro MONTE CAURIOL – A. Corso, direttore
Armando Corso è nato a Genova il 25.2.1929, ha conseguito la laurea in Ingegneria Meccanica e Navale nel 1954. Assunto all’Italsider nel 1955, alla Segreteria Tecnica della Direzione.
Nel 1960 Dirigente del servizio Ricerca Operativa.
Nel 1967 Vice Direttore Organizzazione della Produzione e Ricerca Operativa.
Nel 1968 Vice Direttore “ad interim” della Produzione Aziendale. Nominato in seguito Direttore Centrale.
Nel 1971 passato alla Direzione Studi dell’Italimpianti, nella quale ha creato il nucleo di Ricerca Operativa.
Nel 1975 Direttore Pianificazione e Sviluppo dell’Italimpianti (salvo una parentesi per organizzare la nuova Direzione Relazioni Esterne). Ad interim, nel 1986, Assistente all’Amministratore Delegato dell’Italimpianti
Nel 1987 anche Presidente della Nuova Mecfond di Napoli.
E’ stato per 5 anni Presidente nazionale dell’AIRO (Ass. Ital. di Ricerca Operativa).
E’ stato Vice Presidente nazionale dell’ANIPLA (Ass. Italiana per l’Automazione).
E’ stato membro di Consigli Direttivi di numerose associazioni scientifiche, fra cui l’Associazione Nazionale di Impiantistica (ANIMP) e quella di Letture Scientifiche di Genova.Libero docente in Ricerca Operativa, incaricato stabilizzato di “Metodi di Conduzione Aziendale” dal 1967; superato l’esame di idoneità, nel 1988 ha preso servizio come professore associato di “Sistemi di controllo gestionale” e dal 1991 anche di “Economia ed Organizzazione Aziendale”presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Genova. A queste materie sono state aggiunte le due seguenti per i diplomandi: “Sistemi Organizzativi” (per il Polo di Savona della Facoltà) e “Organizzazione della produzione e Logistica”.Nel 1993 è stato Direttore Responsabile della Rivista Scientifica “IMPIANTISTICA ITALIANA”. Ha diretto dallo stesso anno al 2003 tutti i corsi organizzati dall’ANIMP sul territorio nazionale.
Ha pubblicato una cinquantina di lavori scientifici.Armando Corso agisce nel campo del jazz dal 1947. Ha inciso con Albert Nicolas, Bobby Hackett e vari complessi nazionali; ha suonato in numerosi concerti e festival in Italia e all’estero, con molti fra i maggiori jazzisti stranieri. Tra essi citiamo Max Kaminsky, Bud Freeman, Bill Coleman, Wild Bill Davison, Billy Butterfield, Eddie Miller, Oscar Klein, Bennie Morton, Louis Nelson e Joe Venuti.Fondatore e direttore, dal 1949, del Coro “Monte Cauriol”, dal 1980 al 2002 del Coro “Cinque Terre”, dal 1982 al 2002 dei “Mississippi Minstrels” e dal 1989 al 1998 del “Trio Vaudeville”, dal 2002 del “Mississippi Mainstream Group”. Nel 1993 ha formato un Duo Pianistico con Ljuba Pastorino, poi col figlio Massimo Corso, e dal 2003 con la violinista Lucia Tozzi.Esegue concerti solista di pianoforte e di fisarmonica.

E’ stato insignito dei seguenti Premi al merito musicale: Castello d’oro (Conegliano Veneto 1973), La Bollente (Acqui Terme 1990), Rigo Musicale (Adria 1990), Diapason d’argento (Lodi 1992), il Caravaggio (1997).

Già membro del Consiglio Direttivo e Presidente della Commissione Artistica della Associazione Cori Liguri. Ha Fatto parte della Commissione Artistica della FE.N.I.A.R.CO (Fed. Naz. Associazioni Regionali Corali). Dal 2002 è “Probo Viro” della stessa FE.N.I.A.R.CO.

E’ stato membro di giuria a molti concorsi nazionali corali, a Ivrea, Adria, Genova, Savignone, S.Daniele del Friuli, ecc.

Ha vinto il premio di poesia indetto dall’Ordine del Cardo per il componimento “Un canto di montagna”.
Di lui sono state pubblicate recentemente alcune poesie, ed altre sono in corso di pubblicazione.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Marco Crestani – in memoriam

A pochi giorni dalla scomparsa di Marco Crestani, riprendo, in suo ricordo, l’articolo con cui avevo tracciato un breve profilo del musicista vicentino. Quello scritto è comparso nel 2003 all’interno del N.81 della rivista Musica Insieme, il periodico dell’ASAC, l’Associazione corale del Veneto. Ma ora che il Maestro non c’è più, sento la necessità di integrare quelle parole con annotazioni sul temperamento della persona, che ho avuto modo di apprezzare direttamente.

Gli studi e la passione per la Musica corale hanno orientato Marco Crestani a privilegiare il coro come strumento ideale, attraverso il quale realizzare le diverse attività che hanno contrassegnato la sua carriera musicale: compositore, direttore di coro e animatore del movimento corale.

Il percorso rappresentato dalla sua notevole produzione per le varie formazioni corali segue, in parallelo, le tappe più significative dell’evoluzione storica e della crescita qualitativa della coralità italiana e veneta in particolare.

Tra i primi esiti significativi del mestiere di Marco Crestani vanno menzionate le numerose raccolte di armonizzazioni ed elaborazioni di canti popolari italiani e stranieri, realizzate con lo scopo di assecondare la richiesta dei tanti cori amatoriali che hanno dedicato il loro repertorio al canto di montagna e più in generale popolare. AI musicista marosticano va riconosciuto il merito di aver contribuito in modo significativo, assieme ad altri autori veneti (tra i quali ricordiamo De Marzi, Bon, Malatesta), alla definizione di una prassi e di uno stile corale di riferimento nel trattamento del folclore musicale. In particolare, Crestani si differenzia per l’innesto di canti scelti da tradizioni diverse, soprattutto sarda e occitana. Indimenticabili gli arrangiamenti di Triste ei lo cèu, Tristu Passirillanti, Pasci, Angionedda e Hava nagila.

Marco Crestani sapeva entrare nella sede di un coro amatoriale alpino con l’immediatezza di chi ha familiarità con quelle persone e quell’ambiente. Una volta consumato il rito della captatio benevolentiae con un paio di battute da caserma, entrava nel merito di quel genere di canto che frequentava fin dalla giovinezza e di cui conosceva a menadito le coloriture espressive. Era stato il fondatore del Coro CAI di Marostica e aveva successivamente diretto il Coro Monte Grappa di Bassano. Scudisciava le pigre ugole dei cantori con l’impeto di un capitano degli Alpini. Ad ascoltare il brano E gira che te gira – sua libera invenzione sulla falsariga dei canti alpini – si coglie fino a che grado di autenticità egli avesse introiettato quel modello canoro e quello stile corale.

La formazione organistica e gli incarichi ricoperti nelle chiese hanno inevitabilmente condotto Crestani a confrontarsi con la musica liturgica. Anche su quello che pur rimane un terreno minato (almeno dal Concilio Vaticano Il ad oggi), egli si è mosso con perizia, confezionando pagine in cui l’immediatezza e la semplicità del canto non risultano svilite a livello di facilità e banalità, ma conservano un certo grado di decoro musicale ed ispirazione spirituale.

Un fraterno legame di amicizia lo univa al collega padre Terenzio Zardini. Forse in virtù di questo, si sentiva al riparo dall’accusa di irriverenza, quando si lanciava in infuocate invettive contro l’insipienza musicale delle gerarchie ecclesiastiche. Monsignori, preti e sacrestani chitarristi non la scampavano.

In sintonia con la valorizzazione di repertori più impegnati, di cui si sono fatti promotori molti cori di buon livello di impostazione polifonica classica, la produzione di Crestani tende ad assumere, negli ultimi decenni, connotati più colti: prevalgono, quindi, composizioni che fanno riferimento a grandi autori della modernità (Kodaly, Hindemith), senza però dimenticare la lezione dei sommi polifonisti del passato e del Canto gregoriano, origine della vocalità occidentale. La scrittura lineare, l’autonomia delle voci e la ricerca di giochi contrappuntistici e ritmici, prevalgono ora sugli aspetti armonici e timbrici. Queste le premesse che motivano la composizione dei brani più riusciti per complessità e originalità di ispirazione (Rex autem David, Antiphonae, Sequentia Paschalis, Enfant, si j’etais roi, Les compagnons), che hanno contribuito all’ottenimento di importanti riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale.

«Posso, Mauro, farmi un regalo per i miei 70 anni?!». Così sembrava giustificarsi, allorché mi annunciava l’intenzione di pubblicare Momenti di polifonia sacra e profana. Un CD monografico caparbiamente autoprodotto, che sanciva un affrancamento dalle forme corali generalmente considerate meno avvaloranti. Lo preoccupava l’apprezzamento di musicista a tutto tondo, che sapeva esprimersi parimenti nei generi alti e bassi.

La professione di insegnante, esercitata, per lo più, ricoprendo il ruolo di Cultura musicale generale presso il Conservatorio di Verona, oltre a consentirgli di mantenere vivo il contatto con le giovani generazioni, ha tenuto desta la sua attenzione per le problematiche della didattica musicale; nel campo prediletto della musica corale, egli ha prodotto numerosi lavori (destinati soprattutto ai cori di bambini), che testimoniano questo particolare aspetto della sua sensibilità.

Quanti docenti (giovani, troppo giovani profeti!) sperimentano nelle classi di armonia didattiche rivoluzionarie e personali; improbabili, quanto inutilmente complicate metodologie di analisi; astruse ricostruzioni dei modelli armonici. Il tutto sulla pelle ancora delicata di imberbi studenti. Marco Crestani aveva, invece, il dono della chiarezza e della semplicità nello spiegare le fondamenta del linguaggio musicale occidentale. Un “maestro elementare” come non se ne trovano più. Faceva il suo mestiere con l’umiltà e con l’orgoglio di chi si fa carico di trasmettere ai principianti i rudimenti con limpida intelligibilità. «Fai i complimenti a chi ti ha insegnato in modo così chiaro la teoria armonica», mi disse Renato Dionisi alla prima lezione di composizione musicale.

Marco Crestani fu musicista appassionato del coro e della sua dimensione educativa e socializzante. Ha sempre testimoniato fiducia nei valori dell’associazionismo corale. Ha speso gran parte del suo lavoro, cercando la propria collocazione in questo particolare ambito musicale. Ha scritto di lui Marco Materassi: «Una trasparente sincerità d’espressione e una solida coscienza artigianale del comporre come “servizio” reso alla musica, e nello specifico alla coralità e ai suoi cultori, appaiono essere i tratti unificanti  […] di Marco Crestani».

La fisionomia di Marco Crestani mi ricordava i lineamenti di Arnold Schönberg. Entrambi avevano un volto severo, ma gli occhi furbetti e le sopracciglia incidevano sull’ampia fronte di Crestani curvature scherzose e beffarde, tracce delle storielle d’ogni genere che sapeva raccontare con spirito irresistibile, meglio di chiunque altro. «Dài, Maestro, ‘naltra barzeleta!»

[Choraliter, n. 32, Maggio-Agosto, Ed. Feniarco, 2010]

Marco Crestani nel 1954, direttore del Coro CAI di Marostica




M. Crestani, “E gira che te gira”, Coro PICCOLA BAITA di San Bonifacio

Marco Crestani (1926-2010) è nato nell’Altopiano di Asiago, in comune di Conco, l’11 settembre 1926. Ancora in giovanissima età si trasferisce con la sua famiglia a Marostica. All’età di 9 anni, spinto dalla passione del padre per la musica, inizia i suoi primi studi d’organo.
Viene assunto da subito in qualità di organista titolare della chiesa arcipretale di S. Maria Assunta dove resterà fino al 1959.
Il suo primo insegnante, il M. Bevilacqua di Bassano del Grappa, lo prepara a sostenere il primo esame presso il Conservatorio di musica di Bolzano e, in seguito, lo consiglia di rivolgersi ad altri maestri poiché lui “non ha più nulla da insegnargli”. Nel frattempo compie gli studi di ragioneria a Bassano prima e a Vicenza poi.
Nel 1945, al termine della guerra, si iscrive al Conservatorio di musica “Benedetto Marcello” di Venezia, diretto allora da Gianfrancesco Malipiero: vi rimarrà per 11 anni, conseguendo i diplomi di composizione, pianoforte, organo e composizione organistica, musica corale e direzione di coro. Lo guidano insegnanti di fama: Gabriele Bianchi per la composizione; Sandro Dalla Libera, famoso organista e redattore di testi organistici, per l’organo; Sante Zanon, direttore del coro del Teatro “La Fenice”, per la musica corale e direzione coro; e il noto pianista Gino Tagliapietra per il pianoforte.
La sua preparazione musicale gli vale l’apprezzamento dei suoi rispettivi insegnanti, testimoniato da alcune loro lettere indirizzate al direttore d’orchestra Yohn Barbirolli il quale, a quel tempo, cercava giovani insegnanti per l’istutuendo Conservatorio di Brisbane in Australia.
L’attività di direttore di coro di Marco Crestani inizia con la fondazione del coro “Monte Grappa” dei CAI Marostica, l’attuale Coro Bassano. Saranno 10 anni di proficuo lavoro e di meritati successi che porteranno il gruppo corale ad un alto grado di preparazione musicale tanto da renderlo famoso in Italia e all’estero. Il coro Monte Grappa si esibirà in diverse città italiane e straniere, cantando alla radio italiana e svizzera, nonché alla televisione, allora ai suoi primi passi. Il buon nome di Marostica valica così i confini territoriali non solo per merito dell’entusiasmo e della seria preparazione del coro stesso ma anche grazie alla manifestazione folkloristica de “La Partita a Scacchi” (v. marosticascacchi.it) di cui il M. Crestani sarà valente collaboratore per le musiche.
Nel 1959 lascia Marostica per approdare in Sardegna, dopo aver vinto il concorso per l’incarico di titolare della Cattedrale di Sassari, posto che occuperà fino al 1970.
In questa città, oltre all’impegno del servizio liturgico, viene chiamato a dirigere la corale polifonia “Luigi Cànepa” con la quale farà diverse tournèe in Europa (Debrecen, Budapest, Berna, Le Locleville, La Chaux de Fonds, Llanghollen); in particolare, nel 1965, a Budapest, il coro si è esibito alla presenza del grande compositore ungherese Zoltan Kodaly che esprimerà un apprezzamento lusinghiero sia per le qualità vocali ed espressive del coro sia l’interesse verso alcuni canti sardi proposti. Con lo stesso coro il M. Crestani collabora con diversi direttori d’orchestra nel campo della lirica in diverse stagioni teatrali in Sardegna.
Come organista si esibisce in varie città italiane ed estere, suonando anche per conto della RAI italiana, per radio Monteceneri (Svizzera) e per la radio austriaca di Vienna. Ha fatto parte, sempre in qualità di organista, del gruppo strumentale “Ottoni di Verona” col quale ha partecipato al festival internazionale di Magadino (Svizzera) e alla commemorazione di Andrea e Giovanni Gabrieli nella Basilica di San Marco a Venezia; ambedue queste manifestazioni sono state trasmesse dalle rispettive reti radiofoniche. Ha in seguito diretto il complesso strumentale veronese “Organa et bucinae” formato da due trombe, due tromboni e organo.
In qualità di compositore si è dedicato quasi esclusivamente alla musica corale. Le sue composizioni (circa 300 lavori di carattere sacro e profano) sono eseguite da svariati complessi corali italiani e stranieri e molte sono incise.
Ha partecipato parallelamente a numerosi concorsi nazionali e internazionali di composizione corale sempre con lusinghieri successi che gli hanno permesso di far conoscere ed apprezzare il suo nome in questo campo. Ha al suo attivo circa una ventina di riconoscimenti ufficiali di premi vinti in vari concorsi (vedi concorsi).
Molte delle sue composizioni sono state inoltre pubblicate dalle più importanti case editrici musicali come la Ricordi, la Suvini-Zerboni, la Zanibon e la Carrara (vedi pubblicazioni). Ha collaborato con La Cartellina anche in qualità di scrittore.
Ha fatto parte di giurie in varie competizioni corali (Arezzo, Gorizia, Trento, Trieste, Vittorio Veneto) ed è stato membro della Commissione artistica dell’USCI di Roma per tutti i cori italiani. Attualmente, fino alla sua scomparsa, faceva parte della Commissione artistica dell’ASAC per tutti i cori del Veneto.
Ha insegnato presso i Conservatori di musica di Sassari, Cagliari e Verona.
Ormai da anni ritirato dall’insegnamento e residente a Marostica ha sempre continuato a scrivere musica e ad incontrare musicisti, studenti e ammiratori di ogni dove. Marco Crestani si è spento il 1 luglio del 2010 in seguito alla malattia che lo costrinse immobile negli ultimi anni della sua vita.

Concorsi vinti:
Pieve di Cadore (1954/55/56), Varese (1956), Roma (1968), Lecco (1972), Bergamo (1976), Carrara (1977), Loreto (1981), Trento (1982/86/88), Tours (1983/86), Codroipo (1984/86), Verona (1985), Vaison-la-Romaine (1992)

Case editrici che hanno pubblicato i suoi lavori:
Ricordi, Suvini-Zerboni, Zanibon, Carrara, Ares, Incas, Eco, Porfiri & Horváth, A Cœur Joie, Crestani (autopubblicazioni)
Diversi pezzi sono pubblicati anche per varie riviste corali fra le quali: Fondazione Guido d’Arezzo, ASAC, La Cartellina (Carrara).

Incisioni (principali):
– Coro Monte Grappa, registrazione storica del concerto di Sandrigo, Vicenza – Reg. privata, 1958
– I canti dei nostri alpini, Gruppo Corale “Monte Grappa”, dir. Antonio Piotto, contenente un paio di arrangiamenti di canti alpini e il brano E gira che te gira) – EMI / emidisc, 1963
– Momenti di polifonia sacra e profana, con il Coro città di Rovigo (dir. Giorgio Mazzucato) e il Gruppo corale polifonico Isola Vicentina (dir. Pierluigi Comparin) – Ed. privata, 1996

Onorificenze ricevute:
– Rigo musicale del Comune di Adria per la ricerca, la diffusione e lo sviluppo del canto corale italiano.
– Premio speciale alla carriera, dell’ASAC (Associazione per lo Sviluppo delle Attività Corali del Veneto), con la motivazione di essere un “grande protagonista della coralità veneta”.
– Riconoscimento per i 60 anni di attività del Coro Bassano (ex coro Monte Grappa) sotto l’egida del Comune di Bassano del Grappa e del Comune di Marostica.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

TaPum TaPum – prima parte

Musiche di Mauro Zuccante, Voce recitante di Paolo Cagnazzo

Gli Alpini hanno molto cantato negli anni della Grande Guerra.
Hanno cantato sulle tradotte, durante le marce di trasferimento, nelle retrovie; hanno cantato la baldanza, la spavalderia e il loro giovanile ardore.
Ma hanno altresì cantato nei rifugi, nei covi e nelle trincee; hanno cantato il terrore e lo sgomento che attanaglia l’animo dei soldati in prima linea.
Il progetto TA-pum TA-pum del PolifonicoMonteforte propone in sequenza alcune delle più note canzoni degli Alpini.
Un’immaginaria narrazione che si apre con la struggente lirica del forzato distacco dagli affetti domestici e termina con l’epica celebrazione della morte del capitano.
Un itinerario lungo il quale sono evocati leggendari luoghi ed episodi storici e si aprono emozionanti squarci sui temi fondamentali dell’esistenza umana (amore e morte in primis)
Il rinnovato arrangiamento musicale dei canti non ricalca gli standard dei cori alpini. Esso si avvale della maggiore ampiezza polivocale del coro di voci miste, ulteriormente dilatata dalla timbrica e dalla dinamica del pianoforte. Inoltre, l’andamento delle melodie e delle armonie è a tratti svincolato dalla versione originale e s’intreccia con elementi di libera invenzione.

Mauro Zuccante

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Senti cara Nineta

Senti, cara Nineta,
cosa m’è capità:
m’è capità una carta
che sono richiamà.
Se sono richiamato,
bella, non sta’ a zigar:
tra quattro o cinque mesi
mi vegno congedà.
Senti, cara Nineta,
il treno a cifolar.
“Sali sulla tradotta,
alpin ti tocca andar!”

Giovanni Comisso, da Giorni di Guerra,
Milano, 1930

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

 

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Sul ponte di Bassano

Sul ponte di Bassano
noi ci darem la mano…
Noi ci darem la mano
ed un bacin d’amor.
Per un bacin d’amore
succedon tanti guai…
Non lo credevo mai,
doverti abbandonar.
Doverti abbandonare,
volerti tanto bene…
Quel mazzo di catene
che m’incatena il cuor!
Che m’incatena il cuore,
che m’incatena i fianchi.
Io lascio tutti quanti,
non mi marito più.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

E l’an taglia i suoi biondi capelli

E l’an taglia i suoi biondi capelli,
la si veste da militar,
lé la monta sul cavallo,
verso il Piave se ne va.
Quan’ fu giunta in riva al Piave,
d’un tenente si l’ha incontrà:
“Rassomigli a una donzella,
fidanzata d’un mio soldà.”
“No, donzella io non sono,
né l’amante di un suo soldà.
Sono un povero coscritto:
dal governo son stai richiamà…”
Il tenente la prese per mano,
la condusse in mezzo ai fior:
“E se lei sarà una donna,
la mi coglierà i miglior. ”
“I soldati che vanno alla guerra
non raccolgono dei fior,
ma han soltanto la baionetta
per combatter l’imperator.”
Il tenente la prese per mano,
la condusse in riva al mar:
“E se lei sarà una donna,
la si laverà le man. ”
“I soldati che vanno alla guerra
non si lavano mai le man,
ma soltanto una qualche volta
con il sangue dei cristian. ”
Il tenente la prese per mano,
la condusse a dormir:
“E se lei sarà una donna,
la dirà che non può venir”
“I soldati che vanno alla guerra,
lor non vanno mai a dormir,
ma stan sempre sull’attenti
se un qualche attacco l’an vedon venir.”
Suo papà l’era a la porta
e sua mamma l’era al balcon
per veder la sua figlia
che ritorna col battaglion.
“Verginella ero prima,
verginella sono ancor,
ed ho fatto sett’anni a la guerra
sempre al fianco del mio primo amor.”

Emilio Lussu, da Un anno sull’Altipiano,
Torino, 1945

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Se te toco le to manine

Se te toco le to manine in t’un cantón,
lo diresti al to papà… incantonà?
“Sito mato che mi gh’el diga al mio papà,
che contenta mi son restà… incantonà!”
Se te toco i to brasseti in t’un cantón,
lo diresti al to papà… incantonà?
“Sito mato che mi gh’el diga al mio papà,
che contenta mi son restà… incantonà!”
Se te toco le to tetine in t’un cantón,
lo diresti al to papà… incantonà?
“Sito mato che mi gh’el diga al mio papà,
che contenta mi son restà… incantonà!”

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

La rivista del corredo

E le stellette che noi portiamo
son disciplina, son disciplina…
E le giberne che noi portiamo
son portaciche di noi soldà.
E tu biondina
capricciosa garibaldina trullallà,
tu sei la stella, tu sei la stella…
E tu biondina
capricciosa garibaldina trullallà,
tu sei la stella di noi soldà.
E la borraccia
che noi portiamo
è la cantina, è la cantina…
E la gavetta che noi portiamo
è la cucina di noi soldà.
E tu biondina…
E le scarpette che noi portiamo
son le barchette, son le barchette…
E il fucile che noi portiamo
è la difesa di noi soldà.
E tu biondina…
E quella penna che noi portiamo
è la bandiera, è la bandiera…
E gli alamari che noi portiamo
sono l’onore di noi soldà.
E tu biondina…
E il cappello che noi portiamo,
quello è l’ombrello di noi soldà.

Federico De Roberto, da La paura,
1921, #1

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

 

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Monte Canino

Non ti ricordi quel mese di aprile?
Quel lungo treno che andava al confine,
che trasportava migliaia degli alpini:
“Su, su, correte, è l’ora di partir!”
Dopo tre giorni di strada ferrata
ed altri due di lungo cammino,
siamo arrivati sul Monte Canino
e a ciel sereno ci tocca riposar.
Non più coperta, lenzuola, cuscini.
Non più si sente l’amor dei tuoi baci:
solo si sentono gli uccelli più rapaci
e più sovente il rombo del cannon.
Alla mattina il tenente fa sveglia,
il capitano raduna i plotoni,
e sulle cime degli alti burroni
là tutti assieme, fucile si sparò!
“Se avete fame, guardate lontano;
se avete sete, la tazza alla mano.
Se avete sete, la tazza alla mano:
qui c’è la neve che vi ristorerà. ”
E più di dieci ne ho visti cadere
e più di cento no ho visti scappare.
Là si sentivano, sentivano gridare:
“Su, su, rendiamoci, se siamo prigionier!”

Federico De Roberto, da La paura,
1921, #2

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Al comando dei nostri ufficiali

Al comando dei nostri ufficiali
caricheremo cartucce a mitraglia,
ma se per caso il colpo si sbaglia,
a baionetta l’assalto farem.
Tu nemico, che sei tanto forte,
fatti avanti, se hai del coraggio!
E se qualcuno ti lascia il passaggio,
noialtri alpini fermarti saprem.
O care mamme che tanto tremate,
non disperate pei vostri figlioli,
che qui sull’Alpe non siamo noi soli:
c’è tutta Italia che a fianco ci sta.

TaPum TaPum – seconda parte

TaPum TaPum – seconda parte

Musiche di Mauro Zuccante, Voce recitante di Paolo Cagnazzo

Federico De Roberto, da La paura,
1921, #3

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Monte Nero

Spunta l’alba del sedici giugno,
comincia il fuoco l’artiglieria.
Il Terzo Alpini è sulla via
Monte Nero a conquistà.
Monte Nero, Monte Nero,
traditor della vita mia!
Ho lasciato la casa mia
per venirti a conquistà!
Per venirti a conquistare
abbiam perduto tanti compagni,
tutti giovani sui vent’anni:
la loro vita non torna più.
Colonnello che piangeva
a veder tanto macello:
“Fatti coraggio, Alpino bello,
che l’onore sarà per te!”
Arrivati a trenta metri
dal costone trincerato,
con assalto disperato
il nemico fu prigionier.

Federico De Roberto, da La paura,
1921, #4

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

 

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Dove sei stato mio bell’alpino?

“Dove sei stato,
mio bell’alpino?
Dove sei stato,
bell’alpino,
che ti ha cangià colore?”
“L’è stata l’aria
dell’Ortigara.
L’è stata l’aria
dell’Ortigara
che mi ha cangià colore.
È stato il fumo
della mitraglia.
È stato il fumo
della mitraglia
che mi ha cangià colore.”
“Ma i tuoi colori
ritorneranno,
Ma i tuoi colori
ritorneranno
questa sera a far l’amore.”

Federico De Roberto, da La paura,
1921, #5

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

 

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Ai preât la biele stele

Ai preât la biele stele,
duç i sants dal Paradîs
che il Signôr fermi la vuère,
che il gno ben torni al paîs.
Ma tu stele, biele stele,
va’, palêse ’l gno destin.
Va’ daûr di che montagne,
là ch’al è ’l gno curisin.

Federico De Roberto, da La paura,
1921, #6

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Bersaglier ha cento penne

Bersaglier ha cento penne,
ma l’alpin ne ha una sola,
un po’ più lunga, un po’ più mora:
sol l’alpin la può portar.
Quando vien la notte nera
e la valle s’addormenta,
in mezzo al freddo e la tormenta
sol l’alpin non può dormir.
Se l’alpin da rupe cade,
non piangete nei vostri cuori,
perché se cade, va in mezzo ai fiori:
non gl’importa di morir!
Su pei monti vien giù la neve,
la tormenta dell’inverno.
Ma se venisse anche l’inferno,
sol l’alpin può star lassù.

Federico De Roberto, da La paura,
1921, #7

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

 

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Ta-pum ta-pum

Venti giorni sull’Ortigara
senza cambio per dismontà…
Ta-pum ta-pum ta-pum
Ta-pum ta-pum ta-pum
Se domani si va all’assalto,
soldatino, non farti ammazzar!
Ta-pum ta-pum ta-pum
Ta-pum ta-pum ta-pum
Quando poi si discende a valle,
battaglione non ha più soldà.
Ta-pum ta-pum ta-pum
Ta-pum ta-pum ta-pum
Nella valle c’è un cimitero,
cimitero di noi soldà…
Ta-pum ta-pum ta-pum
Ta-pum ta-pum ta-pum
…cimitero di noi soldati,
forse un giorno ti vengo a trovà…
Ta-pum ta-pum ta-pum
Ta-pum ta-pum ta-pum

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Il Capitan de la Compagnia

Il Capitan de la Compagnia
si l’è ferito e sta per morir
e manda a dire ai suoi alpini
perché lo vengano a ritrovà.
I suoi alpini gli manda a dire
che non han scarpe per camminà.
“O con le scarpe o senza scarpe
i miei alpini li voglio qua!”
Cosa comanda, sior Capitano,
che i suoi alpini sono arivà?
“E io comando che il mio corpo
in cinque pezzi sia taglià.
Il primo pezzo al Re d’Italia,
che si ricordi dei suoi alpin.
Secondo pezzo al Battaglione,
che si ricordi del suo Capitan!
Il terzo pezzo alla mia mamma,
che si ricordi del suo figliol.
Il quarto pezzo alla mia bella,
che si ricordi del suo primo amor.
L’ultimo pezzo alle montagne,
che lo fioriscano di rose fior…”

L’addormentato nella valle
di Arthur Rimbaud

È una gola di verzura dove il fiume canta
impigliando follemente alle erbe stracci
d’argento: dove il sole, dalla fiera montagna
risplende: è una piccola valle che spumeggia di raggi.
Un giovane soldato, bocca aperta, testa nuda,
e la nuca bagnata nel fresco crescione azzurro,
dorme; è disteso nell’erba, sotto la nuvola,
pallido nel suo verde letto dove piove la luce.
I piedi tra i gladioli, dorme. Sorridente come
sorriderebbe un bimbo malato, fa un sonno.
O natura, cullato tiepidamente: ha freddo.
I profumi non fanno più fremere la sua narice;
Dorme nel sole, la mano sul suo petto
tranquillo. Ha due rosse ferite sul fianco destro.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

 

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Il Canto degli Italiani

Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta,
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

 

«Cari genitori, fra cinque ore qui sarà un inferno. Fremerà la terra, s’oscurerà il cielo, una densa caligine coprirà ogni cosa, e rombi e tuoni e boati risuoneranno fra questi monti, cupi come le esplosioni che in questo istante medesimo sento in lontananza. Vorrei dirvi tante cose, tante, ma Voi ve l’immaginate. Vi amo, Vi amo tutti… Darei un tesoro per potervi rivedere. Ma non posso. Il mio cieco destino non vuole…»

Sottotenente Adolfo Ferrero, morto nella battaglia dell’Ortigara il 18 giugno 1917


TaPum TaPum – prima parte


Napolitano-PiccoliMusici-150Anni

“Il Canto degli italiani” – Piccoli Musici di Casazza, Mario Mora, dir.

Ta-pum Ta-pum 2012


Gli Alpini hanno molto cantato negli anni della Grande Guerra.

Hanno cantato sulle tradotte, durante le marce di trasferimento, nelle retrovie; hanno cantato la baldanza, la spavalderia e il loro giovanile ardore.

Ma hanno altresì cantato nei rifugi, nei covi e nelle trincee; hanno cantato il terrore e lo sgomento che attanaglia l’animo dei soldati in prima linea.

Il progetto TA-pum TA-pum del PolifonicoMonteforte propone in sequenza alcune delle più note canzoni degli Alpini.

Un’immaginaria narrazione che si apre con la struggente lirica del forzato distacco dagli affetti domestici e termina con l’epica celebrazione della morte del capitano.

Un itinerario lungo il quale sono evocati leggendari luoghi ed episodi storici e si aprono emozionanti squarci sui temi fondamentali dell’esistenza umana (amore e morte in primis)

Il rinnovato arrangiamento musicale dei canti non ricalca gli standard dei cori alpini. Esso si avvale della maggiore ampiezza polivocale del coro di voci miste, ulteriormente dilatata dalla timbrica e dalla dinamica del pianoforte. Inoltre, l’andamento delle melodie e delle armonie è a tratti svincolato dalla versione originale e s’intreccia con elementi di libera invenzione.


  1. Senti, cara Nineta
  2. Sul ponte di Bassano
  3. E l’an taglia i suoi biondi capelli
  4. Se te toco le to manine
  5. La rivista del corredo e dell’armamento
  6. Monte Canino
  7. Al comando dei nostri ufficiali
  8. Monte Nero
  9. Dove sei stato, mio bell’alpino?
  10. Ai prêat la biele stele
  11. Bersaglier ha cento penne
  12. Ta-pum
  13. Il testamento del capitano

PolifonicoMonteforte, “Ta-pum Ta-pum”, 25 Giugno 2011

TA-pum TA-pum

 


Gli Alpini hanno molto cantato negli anni della Grande Guerra.

Hanno cantato sulle tradotte, durante le marce di trasferimento, nelle retrovie; hanno cantato la baldanza, la spavalderia e il loro giovanile ardore.

Ma hanno altresì cantato nei rifugi, nei covi e nelle trincee; hanno cantato il terrore e lo sgomento che attanaglia l’animo dei soldati in prima linea.

Il progetto TA-pum TA-pum del PolifonicoMonteforte propone in sequenza alcune delle più note canzoni degli Alpini.

Un’immaginaria narrazione che si apre con la struggente lirica del forzato distacco dagli affetti domestici e termina con l’epica celebrazione della morte del capitano.

Un itinerario lungo il quale sono evocati leggendari luoghi ed episodi storici e si aprono emozionanti squarci sui temi fondamentali dell’esistenza umana (amore e morte in primis)

Il rinnovato arrangiamento musicale dei canti non ricalca gli standard dei cori alpini. Esso si avvale della maggiore ampiezza polivocale del coro di voci miste, ulteriormente dilatata dalla timbrica e dalla dinamica del pianoforte. Inoltre, l’andamento delle melodie e delle armonie è a tratti svincolato dalla versione originale e s’intreccia con elementi di libera invenzione.


  1. Senti, cara Nineta
  2. Sul ponte di Bassano
  3. E l’an taglia i suoi biondi capelli
  4. Se te toco le to manine
  5. La rivista del corredo e dell’armamento
  6. Monte Canino
  7. Al comando dei nostri ufficiali
  8. Monte Nero
  9. Dove sei stato, mio bell’alpino?
  10. Ai prêat la biele stele
  11. Bersaglier ha cento penne
  12. Ta-pum
  13. Il testamento del capitano

PolifonicoMonteforte, “Ta-pum Ta-pum”, 25 Giugno 2011

Canti alpini

TaPum TaPum – prima parteTaPum TaPum – seconda parte



PolifonicoMonteforte, “Ta-pum Ta-pum”, 25 Giugno 2011

TaPum TaPum – prima parte / TaPum TaPum – seconda parte

Canti degli Alpini
e di montagna

coroAlpini
ponteBassanoOld

Sul ponte di Bassano

In queste ore gli Alpini sfilano (e bevono!) fieri e allegri a Bassano del Grappa, in occasione della loro 81a Adunata nazionale. Figli, nipoti e pronipoti di coloro che hanno vissuto l’immane evento bellico, da cui si è fatta l’Italia, che cosa stanno celebrando? Che cosa hanno a che fare con le truppe che nel corso del conflitto del 1915-18 attraversarono innumerevoli volte il celebre ponte, per raggiungere le zone di combattimento?

A memoria di quegli eventi resta una melodia struggente, presagio di sofferenze che la nostra opulenza ha in seguito sedato.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

BassanoDelGrappaOld Ho arrangiato alcune canzoni degli Alpini (e, più in generale, di montagna) per coro e quartetto d’archi, con l’intenzione di esaltare i tratti della loro bellezza melodica. Lungi da me il proposito di aggiornare il modello corale attraverso cui si tramandano. Per tradizione, questi canti, sono eseguiti da cori alpini virili, secondo uno stile a volte poco fantasioso, per cui i canti finiscono per assomigliarsi uno all’altro.Della canzone del Ponte di Bassano, mi interessava ripristinare il carattere di brano d’amore tenero e struggente.Non sono un filologo, ma una certa analogia del profilo melodico e ritmico tra le due arie credo si possa riscontrare. Tra l’altro, in entrambe si parla di “darsi la mano”!sulPonte-Mozart

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

LaVedetta

Era una notte che pioveva

«La sentinella si prepara alla pericolosa uscita di tutte le notti. Negli zaini ripone coperte, munizioni, bombe a mano, pistole a razzi illuminanti, un poco di vettovaglie e un poco di legna per la piccola stufa di latta. Dopo che il comando di compagnia ha dato la parola d’ordine, la sentinella è pronta a partire. Calzati i ramponi e mascheratosi con i mantelli da neve, la sentinella lascia la sua postazione e si dirige verso gli ostacoli di filo spinato sparsi sul terreno tra i due fronti. La sentinella risale un ripido pendio, silenziosa, evitando ogni rumore. C’è ancora la luce crepuscolare e deve essere prestata la più grande abilità e prudenza, per non richiamare l’attenzione del nemico e non scatenare il suo fuoco di annientamento. La via da seguire, conosciuta da ogni sentinella, è riconoscibile solo agli esperti, quando ci si deve orientare con la nebbia o tra il nevischio.

E’ diventato più buio. La sentinella entra nel bosco che si dirada dal fondovalle verso un pendio ripido [...] Il primo posto di vedetta, che si trova su un pendio sotto la baracca di guardia, in un angolo di bosco al di sopra del fondovalle e vicino ad un abete isolato, offre un buon panorama sul davanti e sui fianchi del territorio nemico. Alcuni piccoli pali alti poco più di un metro, disposti disordinatamente come protezione dalle bufere, ed un vecchio ed arrugginito scudo di protezione della fanteria, compongono il posto di vedetta numero 1. Dopo l’insediamento del primo posto di vedetta, come prima cosa viene esaminato il funzionamento del “campanello d’allarme”. Da ognuno dei due posti di vedetta, un sottile filo metallico conduce nella baracca di guardia, dove a metà della stessa pende un bossolo di proiettile appeso ad un fermaglio che ha come batacchio un grande chiodo arrugginito. La via per il secondo posto di vedetta, il più spiacevole, conduce su un pendio a circa 100 metri sulla destra. Si trova in mezzo ad un bosco di piante giovani alte 2 – 3 metri ed è simile al posto di vedetta numero 1, vicino ad alcuni alberelli. E’ situato in una piccola radura ed offre la possibilità di avere una visuale libera. Si monta la guardia in entrambi i posti. Il comandante, il capoposto ed il cambio della guardia, che rimangono nella baracca, si dispongono attorno alla piccola stufa di latta, la migliore amica della vedetta nelle gelide, fredde notti invernali. Il comandante ed il capoposto devono alternarsi alla veglia, mentre i componenti del cambio della guardia possono mettersi a dormire sulle semplici panche di legno.

Più in alto nelle rispettive trincee, nei periodi di tregua, si dorme normalmente. Solo le sentinelle sono sveglie, vengono sostituite ogni 2 ore, spiano giù nella valle lontana [...] La sentinella se ne sta immobile in mezzo agli alberelli, o mimetizzato, spesso trattenendo il fiato ed origliando ad ogni rumore…» (dal Diario del soldato austriaco Dolf Kickel)

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

vedettaB E’ la canzone in cui “un forte vento” fa rima con “grande tormento”; in cui“l’acqua giù per la valle” fa rima con “l’acqua giù per le spalle”. Essa rappresenta una situazione in cui lo stato d’animo e fisico dell’alpino sono messi a più dura prova. Ai disagi della guerra si sommano quelli causati degli eventi naturali avversi, che, alle alte quote, si scatenano con maggiore virulenza.«Riprese poi a nevicare. Tirava un vento freddo e insistente e alle vedette gelavano i piedi. Il vento, a quell’altezza, era nel suo regno: fischiava, urlava, gemeva, rombava, ruggiva: sollevava nuvoli di neve, li abburattava, li sbatteva contro gli uomini e contro le rupi; poi li ripigliava, i suoi nuvoli, e li riportava via con sé, contro altri uomini e contro altre rupi. Questa, del vento e del freddo, era guerra già di per sé: non mai il vento aveva visto i piccoli uomini vivere nella neve della montagna e li flagellava così, li avversava perché fuggissero o morissero.» (da C. Pastorino, La prova del fuoco. Cose vere, 1931)

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

innoPopolare

Sui monti Scarpazi

Questo non è un canto degli alpini, ma appartiene ugualmente al repertorio dei cori che cantano le storie della Grande Guerra. Sui Monti Scarpazi (storpiatura di Carpazi) narra dei giovani trentini arruolati nel 1917 dall’esercito austriaco, per combattere sul fronte russo, in difesa dell’Impero asburgico. Dei giovani (classe 1899), che partirono per quelle terre remote, pochissimi fecero ritorno.

«Coloro che non caddero finirono prigionieri dei russi, e un cupo silenzio e un’ansia di notizie scesero sulle province italiane di governo asburgico; simili a quelli che nella primavera del 1943 avrebbero raggiunto da Don le valli delle Alpi. Fu allora che in Trentino nacque una canzone popolare; si racconta di una sposa che parte dal paese e va a cercare il padre dei suoi figli: «Quando fui sui monti Scarpazi | miserere sentivo cantar. | T’ò cercato tra il vento e i crepazi | ma una croce soltanto ò trovà». Allora grida: «Maledetta sia sta guèra!» e vorrebbe seppellirsi in quella neve per restare vicina al suo uomo». (Mario Rigoni Stern, daTra due guerre e altre storie)

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

kaiserjager Il canto viene menzionato per la forte invettiva contro la guerra: «Maledeta la sia questa guera, che mi ha dato sì tanto dolor. Il tuo sangue hai donato a la tera, hai distruto la tua gioventù». Ma non mi interessa evidenziare questo aspetto, che è pur rilevante. Piuttosto, mi commuove il tono tragico, la cadenza che accompagna il dolore inconsolabile di chi ha perduto il suo sposo: «Io vorei scavarmi una fossa, sepelirmi vorei da me, per poter colocar le mie ossa solo un palmo distante da te». Un piccolo requiem, che ha per sfondo eventi prossimi allo scoppio della Grande Guerra.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

preghieraSoldati

Ai preât la biele stele

Ai preât la biele stele è una villotta friulana, in cui è possibile riconoscere la tipica forma poetica origine ottocentesca: quattro ottonari alternati piani (primo e terzo) e tronchi (secondo e quarto).

Ai preât la biele stele,
ducj i sanz dal Paradîs.
Che ‘l Signôr fermi la uere
e’l gnò ben torni in paîs.

Ma tu stele, biele stele
và palese ‘l gnò destin.
Và daûr di che montagne
là ch’al è il gnò curisin.

[Ho pregato la bella stella,
tutti i santi dal Paradiso
che il Signor fermi la guerra,
che il mio ben torni in paese.

Ma tu stella, bella stella,
rendi noto il mio destino.
Vai oltre quelle montagne,
là dove si trova il mio cuoricino.]

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

sole I cori alpini hanno adottato nel loro repertorio la celebre villotta friulana Ai preât la biele stele. Come spesso accade, la musica unisce ciò che la guerra divide. Le villotte friulane, infatti, dal punto di vista della struttura melodico-ritmica, risentono di una forte influenza della musica strumentale di matrice austro-ungarica e slavo-balcanica. Aggiungerei, inoltre, che gli arrangiamenti delle canzoni popolari dell’arco alpino discendono, in generale, da modelli di canto corale di tradizione austro-tedesca e non da tipologie derivate dalle scuole musicali italiane, le quali hanno, invece, riservato a queste forme di canto corale un ruolo piuttosto marginale.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

partigiani1

Bella ciao

Viene considerata la canzone ufficiale della Resistenza italiana. In realtà, i partigiani preferivano cantare Fischia il vento. Semmai, Bella ciao circolava, all’epoca, in alcune circoscritte zone dell’Emilia. Anni dopo la fine della guerra,Bella ciao si è imposta su Fischia il vento (qualcuno sostiene in virtù del suo contenuto più politicamente corretto).

La storia del canto non è ancora stata chiarita con esattezza. Sono stati tirati in ballo collegamenti con i canti di lavoro delle mondine, con le filastrocche infantili e, recentemente, è stata rintracciata una derivazione dal folklore yiddish. Prima o poi, gli etnomusicologi si metteranno d’accordo!

Sta di fatto, che, col tempo, Bella ciao si è caricata di un peso politico che, probabilmente, in origine non aveva. Dovrebbe essere una canzone che, inquadrata nel proprio contesto storico-culturale, inneggia al valore universale della libertà. Invece, a causa delle dispute ideologiche, quel carattere universale non le viene riconosciuto e si preferisce attribuirle un significato di parte. Forzature operate in egual misura da detrattori e sostenitori del canto.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

anpi1956 Non è un canto degli alpini, ma della Resistenza. Lo inserisco, ugualmente, qui, perché c’è sempre stato nel repertorio del cori alpini. Ora, invece, lo si sente cantare di rado. Molte delle persone che cantano nei cori alpini, col tempo, sono diventate allergiche a tutto ciò che ha a che fare con la Resistenza e il 25 Aprile.Bella ciao, oggi in Italia, è ormai un tabu. Però, non sono passati molti anni da quando, ragazzini, cantavamo in pullman a squarciagola quel ritornello, di ritorno dalle gite di fine catechismo a Riese Pio X.Recentemente, un parroco lo ha escluso dal programma di concerto, che comprendeva gli altri canti della guerra, arrangiati per coro e quartetto d’archi; mentre, qualche giorno prima, altrove, ci aveva pensato un assessore a depennarlo, dallo stesso programma. Miserie di casa nostra!Eppure, nei raduni corali internazionali, quando i gruppi fraternizzano, prima o poi, capita di sentire O sole mioSanta LuciaNel blu dipinto di bluBella ciao. Condividiamo all’estero, quello che ci vergogniamo di condividere in patria.Sono orgoglioso che il mio arrangiamento di Bella ciao sia stato inserito sulle pagine del sito dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

pastora

La pastora

E lassù, su la montagna
gh’era su ‘na pastorela,
pascolava i suoi caprin
su l’erba fresca e bela.

E di lì passò un signore
e ‘l ghe diss: «Oi pastorela,
varda ben che i tuoi caprin
lupo non se li piglia».

Salta fòr lupo dal bosco
con la faccia nera nera;
l’à magnà ‘l pu bel caprin
che la pastora aveva.

Ed allor si mise a piangere;
e piangeva tanto forte
al veder ‘l pu bel caprin
vederlo andare a morte.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

segantini Secondo la tradizione più diffusa, il canto della Pastora e il Lupo viene presentato evidenziandone il tono lirico, echi agresti e melodia di struggente tenerezza. A me, invece, colpisce maggiormente l’agitazione d’animo e il contenuto drammatico dell’evento narrato. Qualunque sia il significato (palese o nascosto) della storia, sta di fatto che, in conclusione, viene rappresentata un’immagine alquanto straziante: «Ed allor si mise a piangere; e piangeva tanto forte, al veder ‘l pu bel caprin, vederlo andare a morte».

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

pecora

Toni Bortolamoni

Animo Toni Bortolamoni
para le pegore para le pegore soto quel pin.
Tra la la la

Parele tute parele meze
finché le è teze laghele star.
Tra la la la

Gh’era na vaca ‘n font a la fera
co’ la testera co’ la testera tacada ‘n tel pal.
Tra la la la

E dai tussoni che la butava
à dat ‘na scornada ‘n tel cul del patron.
Tra la la la

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

mucca Sono diverse le tecniche che si adottano per arrangiare un canto popolare. Con la semplice armonizzazione si lasciano i dati melodici e formali nel loro stato originario. Ma se si vogliono evidenziare alcuni aspetti particolari del carattere, si può ricorrere a qualche ingrediente di libera invenzione.Toni Bortolamoniè una filastrocca, di cui intendo sottolineare l’andamento travolgente. Pertanto, l’ideazione di uno spunto scattante, affidato agli strumenti, imprime maggior incisività agli accenti ritmici. Questo nuovo elemento, intrecciandosi con il dato melodico originario, provoca una dilatazione delle dimensioni formali, ma non stravolge lo spirito generale del canto, anzi ne accresce il movimento frenetico.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

lilium

La vien giù da le montagne

La vien giù da le montagne
l’é vestita a la francese
da un bel giovane cortese
gli fu chiesto di far l’amor.

Lo ringrazio giovanotto,
lo ringrazio del buon cuore,
appartengo a un altro amore
che mi ama e mi vuol ben.

Vatten via, oh sciagurata,
vatten via su le montagne.
A raccoglier le castagne
con gli agnelli a pascolar.

Sono nata in mezzo ai fiori,
tra i bei fiori di Vermiglio,
sono pura come un giglio,
come un giglio voi morir.

… non sarà che quel bel giovane cortese, furioso per il rifiuto, assume le sembianze del lupo con la faccia nera nera, e sbrana il bel caprin della ritrosa e casta pastora?

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

tramonto Una tendenza degli ultimi anni è quella di animare le stagioni turistiche estive con concerti in alta quota: musica classica strumentale, corale, musica etnica, jazz, o di altro genere. Le località montane offrono agli escursionisti momenti di ascolto, in prossimità di conche e valloni, di siti ameni, a pochi passi da baite e rifugi alpini. Si sfruttano le ore magiche: alba, tramonto; il tutto – si dice – nel rispetto dell’ambiente naturale. Suggestivo! Insomma, un sussidio alla spettacolarizzazione dei luoghi (come se ce ne fosse bisogno).Lassù si trapiantano colonne sonore, che vanno a sovrapporsi a quei “sovrumani silenzi”. Non sempre la natura gradisce; con una leggera folata, il vento ammutolisce voci e strumenti.A meno che non si tratti di opere che un artista ha espressamente pensato, affinché vengano eseguite in quegli spazi e a quelle altezze, l’operazione puzza di specchietto per le allodole: i turisti, a cui si offre l’emozione e l’illusione di vivere in un film. Sempre e ovunque!

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

gruppoAlpini2

La rivista del corredo

Tra i canti di evasione e di orgoglio militare, è tra quelli più accattivanti.

Le immagini che raffigurano i soldati in attesa nelle retrovie, non lasciano presagire le tragiche esperienze del combattimento.

E le stellette che noi portiamo
son disciplina, son disciplina;
e le stellette che noi portiamo
son disciplina per noi soldà.

E tu biondina capricciosa
garibaldina trullallà,
tu sei la stella, tu sei la stella;
e tu biondina capricciosa
garibaldina trullallà,
tu sei la stella di noi soldà.

E le giberne che noi portiamo
son portacicche …
E tu biondina capricciosa …

E la borraccia che noi portiamo
è la cantina …
E tu biondina capricciosa …

E la gavetta che noi portiamo
è la cucina …
E tu biondina capricciosa …

E le scarpette che noi portiamo
son le barchette …
E tu biondina capricciosa …

E il fucile che noi portiamo
è la difesa …
E tu biondina capricciosa …

E gli alamari che noi portiamo
sono l’onore …
E tu biondina capricciosa …

E quella penna che noi portiamo
è la bandiera …
E tu biondina capricciosa …

Ed il cappello che noi portiamo
quello è l’ombrello …
E tu biondina capricciosa …

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

alpinoBaldanzoso Nella rielaborazione del canto del corredo e dell’armamento ho ritenuto doveroso soffermarmi sul cappello. In particolare per gli alpini, esso rappresenta un segno di appartenenza, che viene ostentato con orgoglio. Il cappello è l’elemento più rappresentativo degli alpini. È composto da molti elementi atti a rappresentare il grado, il battaglione, il reggimento e la specialità di appartenenza. Il cappello per l’alpino è simbolo sacro. La penna, lunga circa 25-30 cm, è portata sul lato sinistro del cappello, leggermente inclinata all’indietro. È di corvo, nera, per la truppa. Di aquila, marrone, per i sottufficiali e gli ufficiali inferiori. Di oca, bianca, per gli ufficiali superiori e generali.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

mortiOrtigara

Ta-pum

E’ uno dei più noti e più diffusi canti della prima guerra mondiale, come dimostrano le numerose varianti al testo. L’onomatopeico ta-pum sta a imitare, come è noto, il colpo di un’arma da fuoco seguito dall’eco dello sparo nella valle. La sua origine risale a un vecchio canto di minatori, nato durante i lavori di scavo della galleria ferroviaria del San Gottardo tra il 1872 e il 1880. In quel caso, ovviamente, il ta-pum si riferiva allo scoppio delle mine. In una memoria del generale Pasquale Oro si legge che «si dubitava della fedeltà e del coraggio dei nostri Alpini». Essi, invece, quando furono lanciati all’assalto, «raggiunsero le falde dell’Ortigara e,» continua il generale Oro, «avrebbero proceduto oltre se non fossero stati fermati per ordine superiore sotto cresta in posizione critica esposti al fuoco concentrato nemico, coll’ordine di ridurre a testa di ponte la quota 2101 allora conquistata. Da quel momento cominciò il calvario di quelle balde truppe; attacchi e contrattacchi si succedettero senza posa fin oltre il 15 giugno mettendo a dura prova la resistenza di quei reparti. Il 19 giugno gli Alpini eseguirono un attacco di sorpresa e si impossessarono della cima dell’Ortigara senza per altro liberarsi dal fuoco dominante e concentrato da Corno di Campo Bianco, Val Sugana, Cima Castelnuovo e Campigoletti e si persistette in quella difficile posizione subendo perdite spaventose piuttosto che cedere. Il 25 il nemico sferrò un suo ultimo attacco violentissimo. Si impadronì di quota 2105 contrattaccato infruttuosamente dalle nostre truppe eroicamente prodigantisi sotto una orrenda furia di artiglieria e di getti di gas asfissianti. Si dovette ripiegare: abbandonare l’azione. Il massacro degli Alpini sull’Ortigara è rimasto leggendario; il loro nome risultò immacolato e coperto di nuova gloria che non tramonterà giammai».

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

cimiteroSoldati In questi giorni, gli “arditi” figli e nipoti, di coloro che hanno combattuto durante la Grande Guerra, sono impegnati in una campagna di sicurezza nazionale, finalizzata a contenere l’afflusso dei nuovi stranieri, che minacciano – dicono – il nostro benessere e le nostre ricchezze. Io, non essendo coinvolto in questa mobilitazione, ho preferito accompagnare mio figlio sul Monte Pasubio. Ci siamo fermati ad osservare il campo di battaglia del 1915-1918. C’è un luogo in cui le trincee delle truppe italiane distano poco più di 11 metri da quelle austroungariche. Ho pensato, che se fossi stato lì dentro nell’estate del 1916, non mi sarei sentito per niente al sicuro!

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

satMichelangeli

La blonde

E’ una delle canzoni popolari francesi più note.

Sorprende trovarla nel repertorio dei cori alpini.

Credo che la sua diffusione dalle nostre parti sia da attribuire alla notorietà della versione curata da Arturo Benedetti Michelangeli per il Coro della SAT. I canti che il celebre pianista, intorno agli anni Cinquanta, ha arrangiato per il coro trentino provengono, infatti, dalla tradizione piemontese e francofona. Michelangeli ha individuato nel folclore di quell’area gli spunti melodici di impronta modale, che favorivano la sua predilezione per ambientazioni armoniche di sapore impressionista. Così, il raffinato interprete di Debussy e Ravel ha trovato il modo di coniugare i “modi rustici” del canto alpino con una sensibilità armonica, che rimanda alle “squisitezze” del suo tocco pianistico.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

luigiXIV Sembra che questa canzone risalga al 1704, all’epoca di Luigi XIV. In origine era una marcia militare dal titolo Le prisonnier de Hollande. Il suo presunto autore, Andé Joubert du Collet, venne, infatti, tenuto prigioniero dagli olandesi e liberato grazie all’intervento dello stesso Luigi XIV. La canzone, diffusasi in seguito al di fuori dell’ambiente militare, assunse il carattere di canzone infantile.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

mauro zuccante – 2009-08-20
Calendario
aprile: 2014
L M M G V S D
« mar    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
282930  
Categorie
Archivio