Marco Berrini – intervista

M. Zuccante: Caro maestro Marco, a te il compito di aprire il nuovo spazio che la rivista Choraliter intende riservare al mestiere del direttore di coro. Un’arte alla quale ci si appassiona per motivi diversi. Vuoi riassumere brevemente quali sono stati, nel tuo caso, i fattori stimolanti?

M. Berrini: Senza alcun dubbio, voglio anzitutto ricordare l’incredibile esperienza che è stata per me cantare in un coro. Ho iniziato molto presto come voce bianca, proseguendo senza interruzioni di sorta anche dopo la muta della voce, fino a occupare, precocemente e con una buona dose di incoscienza, il ruolo di direttore. Sono di fatto cresciuto, anagraficamente e musicalmente, in un coro, che quasi per gioco mi sono trovato un giorno a dirigere. Un’esperienza della quale soltanto a posteriori ho capito la reale portata e la fondamentale incidenza sul mio essere musicista, tanto da ritenerla oggi l’unica veramente formativa a livello musicale. Consiglierei di anteporla a qualunque studio strumentale e di coltivarla comunque parallelamente, anche dopo aver scelto di specializzarsi in un qualsiasi strumento. Sì, ogni musicista dovrebbe poter includere nel proprio percorso formativo un’approfondita esperienza corale.

M. Zuccante: Tra le altre competenze, alla base della tua professionalità c’è una preparazione pianistica notevole. Posso affermare ciò perché ti ho ascoltato suonare il pianoforte con estrema disinvoltura. Quanto e in che circostanze ti facilita questa abilità nell’esercizio di dirigere il coro?

M. Berrini: Lo studio del pianoforte è stata una diretta conseguenza dell’esperienza corale: cantare provocava in me un tale piacere da chiedermi un ulteriore avvicinamento alla musica. Il pianoforte e l’organo sono stati, pertanto, i miei primi contatti con uno strumento e con una letteratura diversa da quella vocale. La pratica e l’approfondita conoscenza della tastiera mi sono infatti di aiuto in molte circostanze: dalla lettura delle partiture, al momento di studio con le formazioni vocali, nelle audizioni e nel lavoro con i cantanti. Mi rende autonomo e indipendente nel mio lavoro e questo è tanto utile quanto piacevole per me. Quindi se da un lato studiare approfonditamente uno strumento ha significato in realtà tornare alla mia passione iniziale per il canto con maggiore competenza e consapevolezza, dall’altro questo mio primario contatto con la voce si è rivelato e si rivela determinante anche quando suono o dirigo un’orchestra. Cerco sempre di portare nella pratica pianistica e strumentale quel bisogno di respiro che troppo spesso manca a chi suona uno strumento. La necessità del respiro (che nel canto e nell’espressione verbale diviene irrinunciabile veicolo di intenzioni espressive) è bisogno primario della musica come lo è per l’esistenza stessa dell’esecutore. L’assenza di respiro in musica uccide la musica stessa, come l’assenza del respiro è prerogativa di un corpo morto. Non è facile, da semplici strumentisti – figli della scuola italiana – capire di primo acchito questo postulato se non si ha una solida esperienza vocale alle spalle. Nella pratica strumentale, tutto rimanda alla voce e all’atto del cantare: i primi a capirlo furono, secoli fa, i trattatisti che hanno codificato nei loro testi informazioni e indicazioni mediandole dalla coeva pratica vocale, ossia usando la voce come modello per le istanze del nuovo idioma strumentale. Molte volte mi sono trovato a chiedere ai miei studenti di conservatorio (ottimi strumentisti, ma privi per formazione di qualunque esperienza vocale) cosa significasse per loro il termine cantabile col quale spesso si trovano a confrontarsi nella loro pratica strumentale; bene, la risposta è sempre stata univoca: «Cantabile deve essere qualcosa che attiene al cantare, che avvicina il mio far musica al modo del canto». Ma la risposta non è mai arrivata quando replicavo: «Ma per te che non hai mai cantato e sei in procinto di conseguire un diploma, cosa significa cercare sul tuo strumento un suono che attenga al cantare»? Paradossale, ma vero!

M. Zuccante: Nei concerti da te diretti, ai quali ho avuto il piacere di assistere, mi ha sempre colpito la cura riservata all’articolazione della parola. Ho l’impressione che nelle tue interpretazioni il disegno della frase musicale scaturisca da un minuzioso lavoro di limatura fatto attorno alla singola parola. Condividi?

M. Berrini: Ti ringrazio molto per questa tua osservazione, che mi rende molto felice perché rende giustizia a quella che è la mia idea fondamentale del far musica con la voce, con il coro: chi canta, canta la parola! E anche in questo, lo scontro con i presupposti dello studio accademico, si fa ruvido. Ci hanno sempre insegnato a “leggere le note e a suonarle tutte esattamente intonate e a tempo” (presupposto sicuramente imprescindibile), quasi che la fedele e corretta riproduzione dei suoni possa esaurire in sé stessa il nostro rapporto di interpreti con l’opportunità semantica che il codice scritto ci offre. Per chi fa musica con la voce, la parola rappresenta quel che può trasformare la pagina che avviciniamo, silenziosa e ferma nella sua staticità grafica, in un veicolo di comunicazione espressiva, in un medium tra sé e gli altri. La parola è già musica: lo diceva già Cicerone parlando del cantus obscurus; in essa già convivono tutti quegli ingredienti che la rendono espressione musicale per eccellenza (altezza dell’intonazione, ritmo, opportunità timbrica, intenzione espressiva … ). E la prerogativa che connota la parola, l’accento, non ha forse un’etimologia (ad cantus, verso il canto) che lo lega intimamente all’atto del cantare? L’accento è il canto della parola stessa, è la sua naturale intonazione, e questa deve mantenersi altrettanto espressiva in musica. Quando il compositore ha saputo rendere giustizia alla parola, dipingendola con un gesto grafico che asseconda il suo corretto modo di pronunciarla, è compito della sensibilità dell’interprete lasciar risuonare la sua intrinseca e connaturata musicalità nel suono che emette. Perché, domando sempre ai direttori con i quali ho il piacere di confrontarmi, pur riconoscendo un valore espressivo e musicale alla parola e non potendo fare a meno di sentire la grande potenza espressiva della musica che la riveste, alla fine riusciamo a far sì che la feconda unione di parola e suono risulti sterile, monocorde? Forse il condizionamento stilistico di certe esecuzioni d’oltralpe pesa sulle nostre idee …

M. Zuccante: Nella tua carriera hai avuto modo di spaziare nei diversi generi della musica corale e di eseguire musiche di autori di epoche diverse. Ma qual è il repertorio dove ti senti più a tuo agio e dove pensi di saper esprimere al meglio la tua sensibilità artistica?

M. Berrini: Agli inizi della mia attività di direttore ho indirizzato le mie scelte verso la letteratura del periodo rinascimentale e barocco, anche in ragione del fatto che il gruppo con cui lavoravo in quel periodo non mi consentiva di avvicinarmi consapevolmente e con cognizione di causa da un punto di vista tecnico e musicale ad altri repertori. Ho sempre creduto, e ancor oggi lo credo fermamente, che i propri desiderata di interprete musicale vadano consapevolmente filtrati e mirati sulle reali potenzialità del gruppo di cui si dispone. In quegli anni, davvero fecondi per lo studio, il lavoro di formazione con Domenico Zingaro e di approfondimento con Giovanni Acciai ha contribuito in maniera sostanziale a strutturare il mio pensiero di interprete. Oggi ho il piacere di poter avvicinare letterature corali di epoche diverse: la formazione che dirigo me lo consente e credo che, nel tempo, anche io sia cresciuto con loro. Resto sempre però particolarmente attratto e stimolato dalla letteratura più antica, anche perché la lunga e intensa frequentazione della stessa mi ha aiutato a leggere e interpretare meglio quel che è seguito. In ogni caso, quale che sia l’autore e il periodo da affrontare, cerco sempre di pormi in modo intellettualmente onesto di fronte alla pagina da interpretare, e solo dopo aver dedicato cura e tempo all’analisi e allo studio della partitura lascio che le istanze estetiche e stilisti che di un linguaggio musicale risuonino in me: la pagina musicale parla all’interprete che umilmente si predispone ad ascoltarla.

M. Zuccante: Una performance corale prevede varie fasi di lavoro. Dico le più importanti. Lo studio della partitura, l’istruzione delle sezioni del coro, la concertazione, l’esecuzione vera e propria. In quale momento concentri l’impegno maggiore? Vien da pensare che un coro ben addestrato possa cantare senza direttore. Eppure, c’è chi considera irrinunciabile il gesto del direttore, anche (o soprattutto) in concerto. Come la pensi?

M. Berrini: Il cammino che porta dalla scelta di un brano, al suo studio individuale e corale, alla concertazione e infine alla esecuzione è una sorta di cammino di iniziazione. Il primo a dover essere “iniziato” al significato della musica da eseguire è proprio il direttore. Prediligo pertanto uno studio molto approfondito della pagina da eseguire; questo mi aiuterà a condurre con più facilità il gruppo che con me dovrà condividere l’esperienza musicale lungo le strade della comprensione del brano. Una comprensione che dovrà nutrirsi di cognizioni storiche, estetiche, tecniche, vocali, corali. .. Il coro deve conoscere, comprendere e condividere i percorsi interpretativi del direttore, che si esprimono – durante le fasi di lavoro collettive – attraverso un uso sapiente della parola parlata, un uso ancor più intenso ed efficace della parola cantata nelle esemplificazioni vocali, in un gesto che istante dopo istante diviene sempre più visualizzazione del pensiero, non mera pulsazione metronometrica avulsa da quel dire espressivo che abita il suono. Un coro tecnicamente ben addestrato può arrivare a cantare senza un gesto direttoriale accademicamente inteso, ma può ugualmente non poter fare a meno di aver di fronte quella figura che nel momento della esecuzione è solo e semplicemente promemoria visivo di un percorso di iniziazione, condiviso e compreso, al di là del gesto chironomico. Il gesto del direttore può arrivare a sganciarsi da tutti i presupposti tecnici che lo abitano per divenire, nel momento della esecuzione, “medium” di una comunicazione, unica, intima ed esclusiva, con il coro che ha di fronte. È un gesto d’amore.

M. Zuccante: Il tuo palmarès è ricco di successi ottenuti in concorsi nazionali ed internazionali. Credo che in primis sia doveroso ricordare la splendida affermazione del 2003 all’Internazionale di Arezzo. con il conseguimento del Gran Prix. Vuoi raccontarci le emozioni di quei giorni.

M. Berrini: Il ricordo di quei giorni, e di quelli che gli sono seguiti riporta alla mente emozioni molto forti, anche contrastanti fra loro. Ripenso senz’altro in prima istanza al lavoro condiviso con il coro e ai brillanti riconoscimenti ottenuti, ma anche a un certo malsano clima della coralità italiana, che dietro a luminescenti vetrine nasconde, a volte neanche troppo, grandi povertà …

M. Zuccante: A giudicare dai tuoi impegni ti occupi molto di formazione. In forma stabile od occasionale, tieni corsi, stages e masterclass per direttori di coro in varie località italiane e straniere. Mi incuriosisce sapere se, dopo anni di questa attività, riconosci la tua impronta in qualche giovane direttore; insomma, se, come si dice, pensi di aver fatto scuola.

M. Berrini: Non è mai stato un mio obbiettivo quello di creare una “scuola di pensiero”. Sicuramente ci sono persone a me più vicine, con le quali oggi vivo lo stupore fecondo di un rapporto di discenza trasformato in vera amicizia, e che in maniera più diretta di altre hanno condiviso con me esperienze formative, didattiche e musicali forti e caratterizzanti, che oggi si riconoscono, come me, entro i confini di una determinata linea di pensiero musicale e più in generale di una idea del “far coro”. Mi preme comunque dire, che ho ricevuto moltissimo in ogni esperienza corsuale che ho avuto il privilegio di condividere con cantori e direttori: la mia crescita è passata prepotentemente anche attraverso questi incontri, nei quali il desiderio di approfondimento e conoscenza dei discenti è indiscutibilmente diventato uno stimolo per il sottoscritto.

M. Zuccante: Una questione spinosa. Ho assistito lo scorso anno alle selezioni per il Premio Nazionale delle Arti, riservato ai cori di conservatorio. Francamente, c’è stato poco da entusiasmarsi per il livello espresso dalle compagini che si sono esibite. Approfitto pertanto della tua schiettezza e del tuo ruolo di docente di esercitazioni corali, per chiederti i motivi per cui, all’interno dei conservatori italiani (cioè dei luoghi deputati all’alta istruzione musicale), stentano a formarsi gruppi corali di valore e di riferimento.

M. Berrini: Rispondo a questa domanda con la curiosità di chi verrà a contatto (in qualità di membro della commissione di ascolto) per la prima volta alla fine di questo mese di aprile con questa esperienza concorsuale nella quale vengono coinvolti i cori dei conservatori italiani. Lavoro ormai da un ventennio nei conservatori italiani e posso solo dire una cosa a questo riguardo: come per tutte le esperienze concrete della vita, quando accade (o non accade) qualcosa c’è sempre qualcuno che vuole che sia così. Nei conservatori italiani non ci sono cori? Quelli che ci sono non cantano o esprimono un livello decisamente basso? La risposta a questi interrogativi è presto data. Gli studenti dei conservatori italiani non hanno nulla da invidiare a nessuno studente di nessun altro conservatorio europeo. Dobbiamo soltanto porci con estrema franchezza alcune domande: in quale misura la gestione didattica dei conservatori italiani (e sto parlando in modo concreto, pensando ai direttori) promuove la coralità in seno al conservatorio? Obbligando gli studenti a un numero irrisorio di anni di frequenza alla classe di esercitazioni corali, in un momento della vita formativa dello studente che è magari non è neanche fisiologicamente idoneo (leggi, per le voci maschili: quello della muta della voce)? Esonerando gli studenti delle classi di canto a partecipare alle lezioni di esercitazioni corali? Ebbene sì, i cantanti vengono esonerati perché l’attività corale “danneggia il loro strumento” … Continuiamo pure a creare degli illusi! Coloro i quali dovrebbero far tesoro di una esperienza didattica che potrebbe essere – nel loro poco roseo futuro – l’unica valvola di sfogo per poter continuare a far musica dopo lo straccio di diploma che verrà loro rilasciato, vengono esonerati dalla stessa! Ma lo sanno questi cantanti che chiedono esoneri a raffica presentando false certificazioni mediche (se ci fosse lo spazio avrei una letteratura in proposito … ) che alcuni fra gli attuali più grandi cantanti al mondo (facciamo solo un paio di nomi: Anne Sofie von Otter, mezzosoprano svedese, e Brin Terfel, baritono gallese) provengono da qualificatissime esperienze corali? Ma forse, in Svezia e in Scozia, la voce ai cantanti che studiano non si rovina come in Italia! Che dire poi, quand’anche non ci si imbatta in situazioni come quella sopra descritta, delle scelte di repertorio delle classi di esercitazioni corali? Gli studenti dei conservatori italiani devono cantare, devono frequentare la pratica vocale come un nutrimento formativo per la parallela pratica strumentale: la voce, il coro, deve tornare – anche qui da noi – a essere un punto centrale del progetto formativo. I giovani che frequentano i conservatori italiani vanno formati alla coralità dalla base, con le difficoltà che si incontrano solitamente lavorando con un coro di dilettanti: hanno poca esperienza nella lettura cantata (mi esimo dall’esprimere opinioni sulle competenze acquisite dagli studenti nelle classi di teoria e solfeggio), nessuna esperienza vocale e tantomeno corale; non sono abituati a pensare all’intonazione di un suono come a un fatto legato alla volontà della coscienza … Quindi, in sostanza, cosa fargli cantare? Ma, come per tutte le esperienze della vita, ci sono le “eccezioni che confermano la regola”: laddove in un conservatorio si uniscono lungimiranza e competenza didattica e c’è una volontà “che vuole”, i cori cantano … e bene!

M. Zuccante: Una delle iniziative in cui sei stato di recente particolarmente attivo è quella della conduzione del Coro Regionale Valdostano e, fuori dai confini nazionali, del Coro Nazionale Giovanile Argentino. Forme analoghe di aggregazioni corali attorno a un progetto si ripetono altrove e in diversi contesti. Vuoi brevemente parlarci del senso di queste esperienze?

M. Berrini: L’esperienza del Coro Giovanile Nazionale Argentino è stata incredibile. Una formazione solidissima, formata da giovani tra i 18 e i 29 anni selezionati su scala nazionale e provenienti da tutto il territorio argentino (che conta una superficie pari a cinque volte quella italiana): il meglio del meglio dal punto di vista musicale e non soltanto per la qualità vocale! Ricordo che nei giorni immediatamente successivi alla mia produzione musicale a Buenos Aires (con un repertorio completamente dedicato alla letteratura italiana del ’900) si sarebbero svolte selezioni nazionali per integrare l’organico alla fine della stagione sarebbe stato privato di un paio di voci per raggiunti limiti di età. Gli iscritti alla selezione per soli due posti erano più di 150! Sì, perché il Coro Giovanile Nazionale Argentino è un coro trattato professionalmente dallo Stato, che stipendia i cantanti che ne fanno parte per tutti gli anni di permanenza nella formazione. Come se non bastasse, in Argentina ci sono anche il Coro Nazionale dei Bambini, il Coro Nazionale dei Ciechi e il Coro Nazionale (degli adulti): anch’essi tutti regolarmente stipendiati. Necessità di commentare? Uno dei paesi al mondo che dopo anni di estrema congiuntura e difficoltà economica sta ora rialzando un poco la testa, ci dà una grande lezione di civiltà. Un intero popolo che canta … e come canta! Un bilancio decisamente positivo è anche quello che posso tracciare dopo la bella esperienza alla guida del primo Coro Regionale Valdostano: 17 cori su 31 hanno aderito all’iniziativa per un totale di 72 cantori abbastanza equilibrati numericamente nella distribuzione fra i registri vocali, soprattutto se si tiene conto della “fisiologica” mancanza di voci maschili. Ricordo ancora l’entusiasmo con il quale fu accolta la proposta dell’iniziativa da parte della commissione artistica e soprattutto del presidente dell’associazione dei cori valdostani, Marinella Viola, che non ha esitato a valutare concretamente la fattibilità dell’operazione. Ghiotta si rivelava poi l’opportunità di far coincidere il primo concerto di questa formazione regionale con il decennale dell’Arcova. Un progetto lungimirante, che spero venga portato avanti in futuro da questa piccola ma operosa associazione regionale; un’opportunità concreta, al di là di tante parole, per far crescere il senso di appartenenza attorno al valore del cantare insieme.

M. Zuccante: Nel tuo lavoro, oltre alla direzione stabile del prestigioso Ars Cantica Choir & Consort, collabori in Italia e all’estero con varie istituzioni corali professionali e non. In virtù di questa privilegiata posizione di osservazione e della tua esperienza, come giudichi le opportunità che si offrono oggi a un giovane che volesse intraprendere il mestiere di direttore di coro? Quali consigli ti senti di dargli?

M. Berrini: Ho il piacere di poter collaborare stabilmente con i cori dei teatri di Siviglia e Malaga, in Spagna, e questo mi ha offerto l’opportunità di confrontarmi con realtà musicali, e di formazione musicale, molto differenti dalla nostra. Gli studenti che si preparano alla professione del direttore di coro, all’estero, godono innanzitutto di una opportunità quasi totalmente negata in Italia: quella di poter studiare, almeno in alcuni momenti della loro carriera di studenti, di fronte a una formazione corale. È risaputo che in Italia al direttore di coro sono offerte pochissime opportunità per studiare con un coro: è incredibile, ma è la realtà, ormai consolidata e confermata da anni. Inoltre il direttore di coro italiano non ha reali sbocchi occupazionali: le formazioni professionali legate agli enti lirici e alle istituzioni sinfoniche usano criteri molto “originali” per la selezione degli eventuali maestri del coro, e comunque sempre senza indire alcuna forma di concorso pubblico; sono pochissime Ce piuttosto blindate anche esse) le istituzioni religiose propense a considerare in modo professionale la figura del maestro di cappella. E poi, in Italia, o sei direttore d’orchestra o non sei nessuno … Quindi le prospettive non sono rosee: una formazione “all’acqua di rose”, nessuna certezza lavorativa concreta nel campo specifico. Ma io mi sento di invitare i giovani e gli appassionati a non mollare. Soffriamo della mancanza di alcune fondamenta culturali a livello musicale (e non solo) che penalizzano pesantemente tutto il settore. A noi direttori di coro sta il compito di lavorare sul territorio, diffondendo quella cultura del far musica in prima persona che sola può recuperare alla musica (quella con la M maiuscola!) il posto che le spetta nella prospettiva culturale del nostro paese; lavorare all’interno di quel fecondo terreno di coltura che sono i cori amatoriali, con dedizione, pazienza, umiltà. facendo crescere una consapevolezza musicale individuale che possa poi esprimersi a livelli sempre più qualificati. Quella della bellezza è la migliore voce per rendere giustizia a chi fa sempre più fatica a farsi ascoltare.

[Choraliter, n. 31 Gennaio-Aprile, Ed. Feniarco, 2010]

Marco Berrini è Direttore di Coro, Direttore d’Orchestra e Didatta. Ha completato la sua formazione accademica con gli studi musicologici.Vincitore di Primi Premi nei più importanti Concorsi Corali Nazionali e Internazionali, è stato Finalista alla Prima edizione del Concorso Internazionale per Direttori di Coro “Mariele Ventre” di Bologna (2001) dove ha vinto il 3° premio ex-aequo.Dal 1989 al 1992 è stato Maestro Sostituto Direttore del Coro da Camera della Rai di Roma col quale ha effettuato registrazioni per RAI Radio Tre. È direttore artistico e musicale del complesso vocale professionale Ars Cantica Choir & Consort, e fino al giugno 2010 del Quartetto Vocale S. Tecla, formazione professionale del Duomo di Milano; ha fondato e dirige il Coro da Camera del Conservatorio “Antonio Vivaldi” di Alessandria. Ha diretto in Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Svizzera, Austria, Israele, Argentina, Emirati Arabi. E’ stato Direttore Ospite al Co.Na.Jo. (Coro Nazionale Giovanile) dell’Argentina e del Coro del Teatro Municipale di Cordoba (Argentina). Collabora in qualità di Direttore Ospite con il Coro del Teatro dell’Opera di Malaga (Spagna), con il Coro del Teatro de La Maestranza di Siviglia e con l’Orchestra e Coro della Comunità di Madrid (ORCAM), (Spagna). Ha curato la pubblicazione di musica vocale per le case editrici Suvini Zerboni, Carrara, Rugginenti, Discantica, BMM, Carisch. È regolarmente chiamato a far parte della giuria di concorsi corali nazionali ed internazionali e a tenere master di formazione e perfezionamento per cantori e direttori in Italia e all’estero. Dal 2009 è direttore artistico della Milano Choral Academy, scuola internazionale di formazione perfezionamento per direttori di coro e cantori. È titolare della cattedra di Esercitazioni Corali (vincitore di concorso nazionale) presso il Conservatorio “Antonio Vivaldi” di Alessandria.

Mauro Zuccante, “La Contessina Andreina Viola”, da Tre Piccoli Epitaffi, Coro da Camera del CONSERVATORIO DI ALESSANDRIA – Marco Berrini, direttore

Pubblicato in Direttori di coro, Interviste | Lascia un commento

Mario Mora – intervista

M. Zuccante: Caro Mario, nel ruolo di fondatore e direttore de “I Piccoli Musici” di Casazza, tu hai ottenuto meriti e riconoscimenti assai apprezzabili. Le affermazioni nei più importanti Concorsi nazionali ed internazionali, gli inviti a festival e stagioni concertistiche di prestigio in Italia e all’estero, la partecipazione ad eventi radiofonici e televisivi, le registrazioni discografiche, testimoniano l’alto livello artistico raggiunto dal coro e l’elevata professionalità del tuo mestiere. Alle considerevoli attività che ho citato, vanno aggiunte le collaborazioni nell’ambito di produzioni sinfonico-corali e di allestimenti di opere teatrali. Vorrei circoscrivere la nostra conversazione a questo tipo di impegni, iniziando col chiederti quali sono state le premesse che ti hanno portato a coinvolgere il coro in progetti teatrali di elevata complessità.

M. Mora: Fare musica con i bambini è un’esperienza bella e gratificante ma il lavoro deve essere paziente e proporzionato all’età, deve essere continuativo nel tempo per crescere con il bambino stesso. Nella scuola “I Piccoli Musici” i bambini iniziano la propedeutica a partire dall’età di 4 anni e il canto dai 6 anni come pure la lettura della partitura. Quando arrivano, attraverso i corsi preparatori alla formazione da concerto hanno maturato una buona musicalità e capacità espressiva. Ecco che sono pronti per l’avventura attraverso concerti e incisioni. Dopo anni di attività concertistica ci è stata chiesta, per la prima volta nel 1999, dal Teatro Donizetti la partecipazione alla stagione lirica del Circuito Lombardo con l’opera Carmen di Bizet. Furono nove recite suddivise tra i Teatri Donizetti di Bergamo, Ponchielli di Cremona, Grande di Brescia e Fraschini di Pavia. In un primo momento l’impegno mi spaventò perché le recite erano precedute da undici prove in teatro che richiedevano molto tempo, vista anche la durata dell’opera, pensavo ai rientri a tarda notte dalle varie città, ma fu un’esperienza che i ragazzi seppero affrontare con impegno, responsabilità e soddisfazione e, pur essendo in periodo autunnale, non mancò mai nessuno, nemmeno per i malanni di stagione!

M. Zuccante: Fra gli aspetti tecnici che tu affronti nel preparare il coro a sostenere la sonorità di una grande orchestra e gli spazi del palcoscenico, credo che sia basilare quello della vocalità. Consigli ai tuoi ragazzi delle modificazioni nell’emissione vocale, o la loro impostazione rimane la medesima che utilizzano nei concerti a cappella?

M. Mora: Voglio rispondere a questa domanda raccontando proprio il primo impatto con il direttore d’orchestra alla prima prova della Carmen. Dopo aver eseguito il pezzo di fronte al maestro responsabile del coro misto che aveva apprezzato la bella vocalità e impostazione, alla prima prova con l’orchestra il direttore concertatore fermò il coro e disse letteralmente: «bambini, non dovete cantare così bene, dovete cantare nel naso, siete un coro di monelli…». Io rimasi perplesso, ma pensai che forse chiedeva solo più spontaneità. Infatti già alla seconda prova si complimentò con i ragazzi che non avevano certo cambiato impostazione vocale, ma affrontavano la parte con più disinvoltura. Sono convinto che non esistono tecniche vocali diverse a secondo del repertorio, ma bisogna puntare sempre ad una corretta emissione vocale dei bambini sulla cui base il gusto, la cultura, l’esperienza di chi li istruisce potrà differenziare i diversi stili per il raggiungimento di risultati esecutivi desiderati. I bambini in teatro possono essere sì carini e divertenti, ma ancor più possono essere bravi artisticamente.

M. Zuccante: Una robusta padronanza vocale (che certamente non manca al tuo coro), è sufficiente per affrontare le insidie del palcoscenico, o essa va sostenuta da un’altrettanto solida preparazione musicale? Immagino che i tuoi ragazzi sappiano assecondare immediatamente le richieste del direttore, grazie alle loro competenze e alla maturità musicale generale che possiedono.

M. Mora: Grazie al costante lavoro settimanale durante l’anno con prove a sezioni e insieme, oltre alle lezioni di solfeggio, indipendenti dalle lezioni di coro, i ragazzi raggiungono una buona elasticità musicale, pronti ai cambi di tempo e di dinamiche che eventualmente il direttore concertatore in teatro può richiedere.

M. Zuccante: Il compito del maestro del coro in teatro è alquanto ridimensionato, poiché le scelte interpretative spettano prevalentemente al direttore d’orchestra. Credo, inoltre (ma dimmi se sbaglio), che a volte il tuo lavoro di rifinitura e cesello sul suono e sul fraseggio, sia stato vanificato da successivi interventi grossolani. Quali sono stati, finora, i tuoi rapporti con i direttori d’orchestra? Hai incontrato qualche direttore che si è dimostrato particolarmente sensibile nel valorizzare le potenzialità espressive del coro di bambini sulla scena?

M. Mora: Credo di essere stato fortunato perché ho sempre apprezzato quanto è stato richiesto ai ragazzi e come questi hanno risposto, sia nella partecipazione in opere di grande formazione scenica, sia nelle opere per bambini, come pure in opere sinfoniche. È chiaro che in teatro la preoccupazione maggiore è quella della sonorità e questa ricerca va a discapito delle sfumature e dell’inflessione della voce, ma diversi direttori come ad esempio Riccardo Chailly apprezzavano del mio coro la voce chiara, il suono morbido, l’intonazione. Helmut Rilling invece con l’orchestra della Rai per la Passione secondo Matteo di Bach, voleva un coro di 30 maschi. La direzione artistica dell’orchestra rispose che in Italia era difficile trovare un coro di soli maschi… alla prima prova mi chiese di far cantare ai miei ragazzi il primo corale a voci scoperte, ma dopo solo due battute disse senza tanti complimenti: «bella pronuncia e bel suono, proviamo con l’orchestra».

M. Zuccante: Negli allestimenti teatrali il regista impone la sua visione dello spettacolo. Egli rappresenta un’altra figura con la quale il maestro del coro deve collaborare e con il quale deve trovare un compromesso tra le esigenze musicali e le posizioni e i movimenti sulla scena. Quale è la tua esperienza in merito?

M. Mora: Ho conosciuto dei registi molto validi che hanno veramente saputo trasformare i ragazzi. Alcuni coristi sono stati subito spontanei e disinvolti sulla scena, ma altri hanno fatto più fatica e devo dire che veramente il regista ha saputo far emergere qualità che nemmeno il ragazzo stesso conosceva! Anche per questo è un’esperienza educativa, ho visto sorridere chi, nei rapporti di tutti i giorni non sorride quasi mai o anche realizzarsi chi all’apparenza sembra timido ma si è ben lasciato coinvolgere dalla sceneggiatura. Anche i costumi in teatro vengono indossati con particolare piacere e eccitazione e aiutano ad immedesimarsi nella parte. Naturalmente bisogna riuscire a conciliare il movimento con il canto… tutto si impara se c’è determinazione ed entusiasmo.

M. Zuccante: Come riescono i tuoi ragazzi a conciliare le fatiche degli spostamenti, la disciplina del lavoro in teatro, la tensione della prestazione sulla scena, con la quotidianità delle loro occupazioni e dei loro impegni di studio? Suppongo che i tempi lunghi delle prove e l’orario degli spettacoli li sottoponga (assieme alle loro famiglie) a sacrifici e rinunce di una certa entità.

M. Mora: Quando il bambino entra a far parte della formazione da concerto sa che l’esperienza è bella ma impegnativa: due prove settimanali a cui non deve mancare, tanti concerti, tanti viaggi anche lunghi. I più grandi si sono abituati, sono pazienti ed hanno un comportamento spesso davvero esemplare, i più piccoli… devono imparare da loro! Devo però dire che è un gruppo ben affiatato, carico di entusiasmo e ancor più di amicizia e stanno piacevolmente insieme. Sono in genere ragazzi che non hanno nessuna difficoltà anche a scuola per cui recuperano facilmente le lezioni scolastiche (anche di parecchi giorni) che perdono. Sembra proprio che anche l’attività musicale li renda più ricettivi, più inclini all’ascolto, alla concentrazione e allo studio. Ho sempre avuto anche genitori che capivano le esperienze uniche che i loro figli potevano fare a questa età magari non ripetibili.

M. Zuccante: Non di rado i compositori hanno inserito, accanto al coro di voci bianche, una parte da solista per qualche bambino. Si prospetta, quindi, un compito particolare per il maestro del coro. Come affronti la preparazione per questo tipo di ruoli?

M. Mora: Anche lì bisogna cercare il bambino più adatto al personaggio che però abbia anche le caratteristiche vocali necessarie… certamente non tutti i bambini del coro potrebbero cantare da solisti. Devo dire che in un’opera pochi anni fa ho insistito per un bambino solista, che inizialmente il regista non condivideva, ma in cui io riponevo molta fiducia, ottenendo veramente un ottimo risultato finale: anche se era quasi alla muta della voce ha saputo interpretare il personaggio (Donizetti bambino, Il Piccolo cantore) con vocalità e timbro brillante, molto ricco e carico dell’emozione del personaggio bambino e adolescente che deve fare la scelta del suo futuro; il tutto vissuto dopo un primo approccio timido con una presa molto disinvolta e sicura del palcoscenico. Nelle opere di Britten come Il Piccolo Spazzacamino e L’Arca di Noè, dove oltre al coro viene richiesto un numero considerevole di voci soliste, è stato utile aver già affrontato in passato e tuttora aver in repertorio, le stupende pagine Missa Brevis e A Ceremony of Carols. Affrontare partiture così complesse per ampiezza, articolazione, originalità di linguaggio, sono state per il coro occasioni di crescita senza precedenti.

M. Zuccante: Finora abbiamo parlato delle collaborazioni, ma non vanno dimenticati gli spettacoli che “I Piccoli Musici” hanno interamente autoprodotto, sotto la tua direzione. In particolare, trovo significativo il recente allestimento dell’operina Brundibar. Quali difficoltà hai dovuto affrontare in questo lavoro, sia dal punto di vista artistico-musicale, che da quello organizzativo?

M. Mora: Ho particolarmente apprezzato quest’operina, perché oltre ad essere piacevole musicalmente ha molteplici scopi educativi: il ricordo della shoah; la fiaba racconta la speranza segreta e profonda di chi l’ha composta, il desiderio che il bene vinca sul male. L’avevamo conosciuta anni fa e mi era piaciuta molto ma non avevo condiviso proprio l’allestimento del registra che proponendola ai bambini aveva evidentemente pensato di sdrammatizzarla con pupazzi, allora appena possibile ho desiderato produrla. Dovendo ridurre la partitura orchestrale mi sono affidato a te che l’hai sapientemente rielaborata per gli strumenti che avevo a disposizione; ho dovuto pensare all’allestimento del palcoscenico, i genitori si sono preoccupati dei costumi, ho chiesto a un regista di realizzare la coreografia tenendo conto anche di alcuni principi di base a cui tenevo… e ho aggiunto una presentazione teatrale per introdurre l’argomento storico… Un’esperienza faticosa che ha coinvolto anche insegnanti e ragazzi della scuola di musica agli strumenti e che ha reso ancora più partecipi le famiglie.

M. Zuccante: Infine, Mario, dopo averti ringraziato per la tua disponibilità, vorrei chiederti ancora un’ultima riflessione. Esprimi una valutazione sulle opportunità formative che i tuoi piccoli cantori possono sperimentare, praticando l’arte del teatro, ad arricchimento non solo del loro bagaglio musicale, ma, più in generale, della loro crescita personale e culturale.

M. Mora: Lavorando in teatro con grandi orchestre, direttori, registi, cantanti, ballerini ecc. i ragazzi hanno la possibilità di costruirsi un bagaglio culturale e musicale che li accompagna per tutta la vita. Hanno la fortuna di affrontare e conoscere opere e grandi capolavori musicali che solitamente nell’attività di un coro di voci bianche non si affrontano, con la possibilità di rafforzarsi nel carattere e nella loro sicurezza personale affrontando grandi platee, emozioni e rischi. Concludendo potrei dire che tutto questo e le altre esperienze che i ragazzi possono fare in un coro, li portano ad apprezzare tutto ciò che è bello e autentico: l’amicizia, l’impegno, la passione, l’arte, con la finalità di cantare insieme, ma maturando dei valori che vanno ben oltre.

[Choraliter, n. 26 Maggio-Agosto, Ed. Feniarco, 2008]

Mario Mora ha studiato pianoforte, organo e musica corale.
E’ fondatore (1986) e direttore artistico della Scuola di Musica e del Coro “I Piccoli Musici” con il quale svolge un’intensa attività artistica con concerti, incisioni, collaborando con Teatri, Orchestre e direttori quali Riccardo Chailly, Romano Gandolfi, Helmuth Rilling, Gabriel Garrido, Rudolf Barshai, Claus Peter Flor, Jeffrey Tate, Wayne Marshall, Steven Mercurio, Peter Schreier.
E’ docente di corsi, convegni ed atelier nazionali e internazionali, sulla vocalità infantile rivolti a cori di bambini, direttori e insegnanti: Levico Terme, Macerata, Genova, Arezzo, Malcesine, Jesolo, Loreto, Salerno, Lugano, Riva del Garda, Brescia, Bergamo, Trento, Università degli Studi Roma 3, Montecatini Terme, Bassano del Grappa.
E’ stato premiato quale miglior direttore al 29° Concorso Nazionale Corale di Vittorio Veneto, al 5° Concorso Corale Internazionale di Riva del Garda e al 26° e 28° Concorso Corale Nazionale di Quartiano
E’ membro di giuria in Concorsi nazionali e internazionali.
Con il coro I Piccoli Musici ha partecipato a concerti trasmessi da R.A.I. – MEDIASET – TV e Radio Svizzera; in particolare nel 2007, 2008 e 2010 il Concerto di Natale trasmesso da RAI UNO in EUrovisione dalla Basilica di Assisi.
E’ inoltre docente in qualità di Maestro e Direttore del Coro di Voci Bianche della Scuola Diocesana di Musica S. Cecilia di Brescia.
Nell’anno 2001, è stato nominato da Papa Giovanni Paolo II “Cavaliere dell’ordine di San Silvestro Papa” per l’attività educativa e musicale svolta in favore dei ragazzi.
La Fondazione “Guido d’Arezzo” gli ha conferito il premio alla carriera “Guidoneum Award 2008″

Il Presidente Giorgio Napolitano e Mario Mora

Mauro Zuccante, Laudes creaturarum, Piccoli Musici di Casazza, Mario Mora, direttore

Pubblicato in Direttori di coro, Interviste | Lascia un commento

Marco Crestani – in memoriam

A pochi giorni dalla scomparsa di Marco Crestani, riprendo, in suo ricordo, l’articolo con cui avevo tracciato un breve profilo del musicista vicentino. Quello scritto è comparso nel 2003 all’interno del N.81 della rivista Musica Insieme, il periodico dell’ASAC, l’Associazione corale del Veneto. Ma ora che il Maestro non c’è più, sento la necessità di integrare quelle parole con annotazioni sul temperamento della persona, che ho avuto modo di apprezzare direttamente.

Gli studi e la passione per la Musica corale hanno orientato Marco Crestani a privilegiare il coro come strumento ideale, attraverso il quale realizzare le diverse attività che hanno contrassegnato la sua carriera musicale: compositore, direttore di coro e animatore del movimento corale.

Il percorso rappresentato dalla sua notevole produzione per le varie formazioni corali segue, in parallelo, le tappe più significative dell’evoluzione storica e della crescita qualitativa della coralità italiana e veneta in particolare.

Tra i primi esiti significativi del mestiere di Marco Crestani vanno menzionate le numerose raccolte di armonizzazioni ed elaborazioni di canti popolari italiani e stranieri, realizzate con lo scopo di assecondare la richiesta dei tanti cori amatoriali che hanno dedicato il loro repertorio al canto di montagna e più in generale popolare. AI musicista marosticano va riconosciuto il merito di aver contribuito in modo significativo, assieme ad altri autori veneti (tra i quali ricordiamo De Marzi, Bon, Malatesta), alla definizione di una prassi e di uno stile corale di riferimento nel trattamento del folclore musicale. In particolare, Crestani si differenzia per l’innesto di canti scelti da tradizioni diverse, soprattutto sarda e occitana. Indimenticabili gli arrangiamenti di Triste ei lo cèu, Tristu Passirillanti, Pasci, Angionedda e Hava nagila.

Marco Crestani sapeva entrare nella sede di un coro amatoriale alpino con l’immediatezza di chi ha familiarità con quelle persone e quell’ambiente. Una volta consumato il rito della captatio benevolentiae con un paio di battute da caserma, entrava nel merito di quel genere di canto che frequentava fin dalla giovinezza e di cui conosceva a menadito le coloriture espressive. Era stato il fondatore del Coro CAI di Marostica e aveva successivamente diretto il Coro Monte Grappa di Bassano. Scudisciava le pigre ugole dei cantori con l’impeto di un capitano degli Alpini. Ad ascoltare il brano E gira che te gira – sua libera invenzione sulla falsariga dei canti alpini – si coglie fino a che grado di autenticità egli avesse introiettato quel modello canoro e quello stile corale.

La formazione organistica e gli incarichi ricoperti nelle chiese hanno inevitabilmente condotto Crestani a confrontarsi con la musica liturgica. Anche su quello che pur rimane un terreno minato (almeno dal Concilio Vaticano Il ad oggi), egli si è mosso con perizia, confezionando pagine in cui l’immediatezza e la semplicità del canto non risultano svilite a livello di facilità e banalità, ma conservano un certo grado di decoro musicale ed ispirazione spirituale.

Un fraterno legame di amicizia lo univa al collega padre Terenzio Zardini. Forse in virtù di questo, si sentiva al riparo dall’accusa di irriverenza, quando si lanciava in infuocate invettive contro l’insipienza musicale delle gerarchie ecclesiastiche. Monsignori, preti e sacrestani chitarristi non la scampavano.

In sintonia con la valorizzazione di repertori più impegnati, di cui si sono fatti promotori molti cori di buon livello di impostazione polifonica classica, la produzione di Crestani tende ad assumere, negli ultimi decenni, connotati più colti: prevalgono, quindi, composizioni che fanno riferimento a grandi autori della modernità (Kodaly, Hindemith), senza però dimenticare la lezione dei sommi polifonisti del passato e del Canto gregoriano, origine della vocalità occidentale. La scrittura lineare, l’autonomia delle voci e la ricerca di giochi contrappuntistici e ritmici, prevalgono ora sugli aspetti armonici e timbrici. Queste le premesse che motivano la composizione dei brani più riusciti per complessità e originalità di ispirazione (Rex autem David, Antiphonae, Sequentia Paschalis, Enfant, si j’etais roi, Les compagnons), che hanno contribuito all’ottenimento di importanti riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale.

«Posso, Mauro, farmi un regalo per i miei 70 anni?!». Così sembrava giustificarsi, allorché mi annunciava l’intenzione di pubblicare Momenti di polifonia sacra e profana. Un CD monografico caparbiamente autoprodotto, che sanciva un affrancamento dalle forme corali generalmente considerate meno avvaloranti. Lo preoccupava l’apprezzamento di musicista a tutto tondo, che sapeva esprimersi parimenti nei generi alti e bassi.

La professione di insegnante, esercitata, per lo più, ricoprendo il ruolo di Cultura musicale generale presso il Conservatorio di Verona, oltre a consentirgli di mantenere vivo il contatto con le giovani generazioni, ha tenuto desta la sua attenzione per le problematiche della didattica musicale; nel campo prediletto della musica corale, egli ha prodotto numerosi lavori (destinati soprattutto ai cori di bambini), che testimoniano questo particolare aspetto della sua sensibilità.

Quanti docenti (giovani, troppo giovani profeti!) sperimentano nelle classi di armonia didattiche rivoluzionarie e personali; improbabili, quanto inutilmente complicate metodologie di analisi; astruse ricostruzioni dei modelli armonici. Il tutto sulla pelle ancora delicata di imberbi studenti. Marco Crestani aveva, invece, il dono della chiarezza e della semplicità nello spiegare le fondamenta del linguaggio musicale occidentale. Un “maestro elementare” come non se ne trovano più. Faceva il suo mestiere con l’umiltà e con l’orgoglio di chi si fa carico di trasmettere ai principianti i rudimenti con limpida intelligibilità. «Fai i complimenti a chi ti ha insegnato in modo così chiaro la teoria armonica», mi disse Renato Dionisi alla prima lezione di composizione musicale.

Marco Crestani fu musicista appassionato del coro e della sua dimensione educativa e socializzante. Ha sempre testimoniato fiducia nei valori dell’associazionismo corale. Ha speso gran parte del suo lavoro, cercando la propria collocazione in questo particolare ambito musicale. Ha scritto di lui Marco Materassi: «Una trasparente sincerità d’espressione e una solida coscienza artigianale del comporre come “servizio” reso alla musica, e nello specifico alla coralità e ai suoi cultori, appaiono essere i tratti unificanti  […] di Marco Crestani».

La fisionomia di Marco Crestani mi ricordava i lineamenti di Arnold Schönberg. Entrambi avevano un volto severo, ma gli occhi furbetti e le sopracciglia incidevano sull’ampia fronte di Crestani curvature scherzose e beffarde, tracce delle storielle d’ogni genere che sapeva raccontare con spirito irresistibile, meglio di chiunque altro. «Dài, Maestro, ‘naltra barzeleta!»

[Choraliter, n. 32, Maggio-Agosto, Ed. Feniarco, 2010]

Marco Crestani (1926-2010) è nato nell’Altopiano di Asiago, in comune di Conco, l’11 settembre 1926. Ancora in giovanissima età si trasferisce con la sua famiglia a Marostica. All’età di 9 anni, spinto dalla passione del padre per la musica, inizia i suoi primi studi d’organo. Viene assunto da subito in qualità di organista titolare della chiesa arcipretale di S. Maria Assunta dove resterà fino al 1959. Il suo primo insegnante, il M. Bevilacqua di Bassano del Grappa, lo prepara a sostenere il primo esame presso il Conservatorio di musica di Bolzano e, in seguito, lo consiglia di rivolgersi ad altri maestri poiché lui “non ha più nulla da insegnargli”. Nel frattempo compie gli studi di ragioneria a Bassano prima e a Vicenza poi. Nel 1945, al termine della guerra, si iscrive al Conservatorio di musica “Benedetto Marcello” di Venezia, diretto allora da Gianfrancesco Malipiero: vi rimarrà per 11 anni, conseguendo i diplomi di composizione, pianoforte, organo e composizione organistica, musica corale e direzione di coro. Lo guidano insegnanti di fama: Gabriele Bianchi per la composizione; Sandro Dalla Libera, famoso organista e redattore di testi organistici, per l’organo; Sante Zanon, direttore del coro del Teatro “La Fenice”, per la musica corale e direzione coro; e il noto pianista Gino Tagliapietra per il pianoforte. La sua preparazione musicale gli vale l’apprezzamento dei suoi rispettivi insegnanti, testimoniato da alcune loro lettere indirizzate al direttore d’orchestra Yohn Barbirolli il quale, a quel tempo, cercava giovani insegnanti per l’istutuendo Conservatorio di Brisbane in Australia. L’attività di direttore di coro di Marco Crestani inizia con la fondazione del coro “Monte Grappa” dei CAI Marostica, l’attuale Coro Bassano. Saranno 10 anni di proficuo lavoro e di meritati successi che porteranno il gruppo corale ad un alto grado di preparazione musicale tanto da renderlo famoso in Italia e all’estero. Il coro Monte Grappa si esibirà in diverse città italiane e straniere, cantando alla radio italiana e svizzera, nonché alla televisione, allora ai suoi primi passi. Il buon nome di Marostica valica così i confini territoriali non solo per merito dell’entusiasmo e della seria preparazione del coro stesso ma anche grazie alla manifestazione folkloristica de “La Partita a Scacchi” (v. marosticascacchi.it) di cui il M. Crestani sarà valente collaboratore per le musiche. Nel 1959 lascia Marostica per approdare in Sardegna, dopo aver vinto il concorso per l’incarico di titolare della Cattedrale di Sassari, posto che occuperà fino al 1970. In questa città, oltre all’impegno del servizio liturgico, viene chiamato a dirigere la corale polifonia “Luigi Cànepa” con la quale farà diverse tournèe in Europa (Debrecen, Budapest, Berna, Le Locleville, La Chaux de Fonds, Llanghollen); in particolare, nel 1965, a Budapest, il coro si è esibito alla presenza del grande compositore ungherese Zoltan Kodaly che esprimerà un apprezzamento lusinghiero sia per le qualità vocali ed espressive del coro sia l’interesse verso alcuni canti sardi proposti. Con lo stesso coro il M. Crestani collabora con diversi direttori d’orchestra nel campo della lirica in diverse stagioni teatrali in Sardegna. Come organista si esibisce in varie città italiane ed estere, suonando anche per conto della RAI italiana, per radio Monteceneri (Svizzera) e per la radio austriaca di Vienna. Ha fatto parte, sempre in qualità di organista, del gruppo strumentale “Ottoni di Verona” col quale ha partecipato al festival internazionale di Magadino (Svizzera) e alla commemorazione di Andrea e Giovanni Gabrieli nella Basilica di San Marco a Venezia; ambedue queste manifestazioni sono state trasmesse dalle rispettive reti radiofoniche. Ha in seguito diretto il complesso strumentale veronese “Organa et bucinae” formato da due trombe, due tromboni e organo. In qualità di compositore si è dedicato quasi esclusivamente alla musica corale. Le sue composizioni (circa 300 lavori di carattere sacro e profano) sono eseguite da svariati complessi corali italiani e stranieri e molte sono incise. Ha partecipato parallelamente a numerosi concorsi nazionali e internazionali di composizione corale sempre con lusinghieri successi che gli hanno permesso di far conoscere ed apprezzare il suo nome in questo campo. Ha al suo attivo circa una ventina di riconoscimenti ufficiali di premi vinti in vari concorsi (vedi concorsi). Molte delle sue composizioni sono state inoltre pubblicate dalle più importanti case editrici musicali come la Ricordi, la Suvini-Zerboni, la Zanibon e la Carrara (vedi pubblicazioni). Ha collaborato con La Cartellina anche in qualità di scrittore. Ha fatto parte di giurie in varie competizioni corali (Arezzo, Gorizia, Trento, Trieste, Vittorio Veneto) ed è stato membro della Commissione artistica dell’USCI di Roma per tutti i cori italiani. Attualmente, fino alla sua scomparsa, faceva parte della Commissione artistica dell’ASAC per tutti i cori del Veneto. Ha insegnato presso i Conservatori di musica di Sassari, Cagliari e Verona. Ormai da anni ritirato dall’insegnamento e residente a Marostica ha sempre continuato a scrivere musica e ad incontrare musicisti, studenti e ammiratori di ogni dove. Marco Crestani si è spento il 1 luglio del 2010 in seguito alla malattia che lo costrinse immobile negli ultimi anni della sua vita.

Concorsi vinti: Pieve di Cadore (1954/55/56), Varese (1956), Roma (1968), Lecco (1972), Bergamo (1976), Carrara (1977), Loreto (1981), Trento (1982/86/88), Tours (1983/86), Codroipo (1984/86), Verona (1985), Vaison-la-Romaine (1992)

Case editrici che hanno pubblicato i suoi lavori: Ricordi, Suvini-Zerboni, Zanibon, Carrara, Ares, Incas, Eco, Porfiri & Horváth, A Cœur Joie, Crestani (autopubblicazioni) Diversi pezzi sono pubblicati anche per varie riviste corali fra le quali: Fondazione Guido d’Arezzo, ASAC, La Cartellina (Carrara).

Incisioni (principali): – Coro Monte Grappa, registrazione storica del concerto di Sandrigo, Vicenza – Reg. privata, 1958 – I canti dei nostri alpini, Gruppo Corale “Monte Grappa”, dir. Antonio Piotto, contenente un paio di arrangiamenti di canti alpini e il brano E gira che te gira) – EMI / emidisc, 1963 – Momenti di polifonia sacra e profana, con il Coro città di Rovigo (dir. Giorgio Mazzucato) e il Gruppo corale polifonico Isola Vicentina (dir. Pierluigi Comparin) – Ed. privata, 1996

Onorificenze ricevute: – Rigo musicale del Comune di Adria per la ricerca, la diffusione e lo sviluppo del canto corale italiano. – Premio speciale alla carriera, dell’ASAC (Associazione per lo Sviluppo delle Attività Corali del Veneto), con la motivazione di essere un “grande protagonista della coralità veneta”. – Riconoscimento per i 60 anni di attività del Coro Bassano (ex coro Monte Grappa) sotto l’egida del Comune di Bassano del Grappa e del Comune di Marostica.

Marco Crestani nel 1954, direttore del Coro CAI di Marostica

M. Crestani, “E gira che te gira”, Coro PICCOLA BAITA di San Bonifacio

 

Pubblicato in Canti popolari, Compositori | Lascia un commento

Paolo Bon – profilo

Paolo Bon, musicista e studioso veneto di nascita e di formazione, ha percorso un itinerario artistico, per cui si è progressivamente allontanato dalla realtà musicale locale ed è approdato su territori più lontani nello spazio e nel tempo. Egli, infatti, pur avendo ancorato solidamente i suoi interessi all’ambito dell’elaborazione di canti popolari per coro (ma il suo catalogo presenta anche un cospicuo numero di composizioni originali), ha saputo felicemente confrontarsi con materiali di origine diversa: dal canto alpino, a quello franco-provenzale, a quello di altre realtà etno-musicali.

L’appassionato lavoro di raccolta e analisi di testi e melodie, e la successiva elaborazione in forma corale, hanno costituito la premessa per un’attenta riflessione sui dati musicali primordiali, su quelli che egli ama definire “l’arcaico”, ovvero quel substrato di archetipi comuni a tutte le culture musicali e dai quali si è generato (sulla base di precise ed indagabili leggi naturali) il nostro linguaggio musicale. Paolo Bon è convinto (e i suoi studi musicologici questo intendono dimostrare), che le strutture sintattiche (anche quelle più complesse del linguaggio diatonico, come quelle armoniche e contrappuntistiche), non siano la risultante di un’evoluzione storica, né l’esito della creatività dei singoli musicisti, ma il “disvelamento” di processi, le cui leggi e i cui principi motori sono contenuti “in nuce” nelle forme musicali primigenie (ad esempio, nelle ninne nanne, nenie e cantilene varie). Egli, dunque, sostiene che l’operato del compositore si identifichi con l’invenzione, non nel senso di creare ex novo, ma in quello di “invenire” (trovare), scoprire sviluppi di “architetture e trame musicali” possibili, i cui presupposti sono necessariamente impliciti nel materiale musicale di partenza.

Il rigore scientifico su cui si fondano le tesi teorico-musicali di Paolo Bon, si traduce (soprattutto nelle opere più recenti) in composizioni musicali, in cui emerge una certa prevalenza della “complessità” e, in particolare, del dato contrappuntistico, come se il contrappunto fosse il mezzo che meglio si presta a definire sul pentagramma procedimenti strutturati ed “intelligenti”. Ciao, Lele, Il Quaderno di Katja e Ilaria, Laine des moutons, En lisant Villon, Sei matto! sono brani, che celano, al di sotto dei contenuti poetico-espressivi, una fitta trama di giochi canonici di ogni specie e di precise e simmetriche relazioni strutturali. Contrariamente, i lavori di quella che potremmo definire una “prima maniera” (quella, per intenderci, del periodo passato alla guida del Coro “Cesen” e della cosiddetta “Nuova Coralità”), sembrano maggiormente ispirati da una condotta più libera e a prevalenza armonica. Assai suggestive sono le celebrate realizzazioni (a tutt’oggi assai eseguite) di Le Roi Renaud, Appunti Andalusi, Viva la Quince Brigada, e della Piccola Suite Infantile, in cui vengono felicemente introdotti contaminazioni stilistiche ed elementi armonici modali, in un contesto di composizione corale che, all’epoca, era fortemente condizionata da modelli tonali tradizionali.

[Musica Insieme, Periodico dell’ASAC-Veneto, n. 83, Gennaio 2004]

Paolo Bon è nato a Volpago del Montello nel 1940 e dal 1980 vive e lavora a Firenze.Presidente della Commissione Artistica dell’Associazione Regionale Cori della Toscana e membro della Commissione Artistica della FE.N.I.AR.CO. Fra gli anni ’60 e ’70 ha dato vita al movimento Nuova Coralità, ispirato alla ricerca delle implicazioni profonde della musica arcaica ed alla loro liberazione nel processo compositivo e nell’espressione corale. Diatonomia è il nome da lui dato ad un’originale linguistica musicale costruita sulla sua teoria evolutiva del diatonismo. Viene frequentemente invitato a partecipare a convegni, congressi, tenere conferenze, corsi per direttori di coro, a far parte delle commissioni giudicatrici di concorsi corali e di composizione corale, nazionali ed internazionali.

Pubblicazioni principali: – Cronache di Esperienza Corale 1964-1974, ed. Zanibon, Padova, 1976; – Il Quaderno di Katja e Ilaria, ne La Cartellina, da N. 58/1988 a N. 66/1990, ed. suvini Zerboni, Milano (ristampa a cura delle Ed. Pizzicato, Udine, 2003); – La Musica, l’Arcaico, l’Effimero, ibidem, da N. 82-1992 a N. 117-1998; – Nova summula Canonica cum Interludio, ed. Giardini, Pisa, 1992; – Recueil de chants de recherche élaborés par Paolo Bon, su commissione dell’Assessorato alla Cultura della Regione Valle d’Aosta, ed. Regione Valle d’Aosta, 1994; – La Teoria Evolutiva del Diatonismo e le sue Applicazioni, ed. Giardini, Pisa, con contributo C.N.R., 1995; – Cantar Storie, 2 Voll., con altri aa., ed. Grossi -Domodossola, 1999 – 2001; contiene 29 elaborazioni dell’Autore; Altri suoi contributi sono sparsi in riviste specializzate, quotidiani, atti congressuali, etc.

Riconoscimenti : – Castello d’Oro, Conegliano, 1972 – Premio Rigo Musicale “Guglielmo Zanibon”, Adria, 1973 – Diapason d’argento, Lodi, 1988 – Premio “La Bollente”, Acqui Terme, 1992 – Premio “Un diapason miranese”, Mirano, 1994 – Premio Ezzelino, Romano d’Ezzelino, 1994 – Premio Sante Zanon, Spresiano, 1997. Il 16 novembre 2002 l’Amministrazione Comunale di Volpago del Montello, sua cittadina natale, gli ha dedicato un affettuoso omaggio con un concerto di musiche corali sue.

Paolo Bon nel 1975

Paolo Bon, “Appunti Andalusi”, Gruppo Nuovocorale Cesen – P. Bon, direttore

 

Pubblicato in Canti popolari, Compositori | Lascia un commento

Bepi De Marzi – intervista

M. Zuccante: Innanzitutto, grazie, maestro Bepi, di aver accettato di colloquiare con me. Sono sicuro che i lettori di Choraliter gradiranno approfondire, attraverso le tue stesse parole, alcune delle tematiche inerenti alla tua opera. Un capitolo cospicuo della tua produzione raccoglie i canti di ispirazione popolare legati, più o meno direttamente, all’ambiente alpino. A distanza di diversi decenni dal suo fiorire, ed in un momento che coincide con il compiersi di un arco generazionale, prova a tracciare un bilancio della stagione dei cori di montagna.

B. De Marzi: A Milano c’è un coro di poche ma ottime voci molto giovani. Il repertorio che propone, eseguito con fedeltà e accuratezza, è quello classico, elaborato a Trento dai Pigarelli, i Pedrotti, poi i Mascagni, i Dionisi e l’ispiratissimo grande pianista Benedetti Michelangeli. Chiedere a questi giovani “perché cantano” potrebbe essere illuminante per capire l’attuale situazione corale. La montagna? In montagna non si è mai cantato così. Nelle valli alpine, questo genere vocale e armonico è arrivato dalle città con l’escursionismo. Alla fine degli Anni ’60, in un convegno a Cortina, si è detto che i cori maschili erano tutti “trentinizzati”. Ma se non ci fosse stato il Coro della SAT, nessun coro maschile sarebbe sorto nel secondo dopoguerra. Questo è un tempo sospeso, dove nell’incertezza del futuro si propone di tutto. Ma io vorrei tornare a quel “perché”, ben sapendo che rimarrebbe senza risposta. E non basta ricordare la celebre frase “perché la montagna è là!”. L’alpinismo classico è finito da tempo. Anche l’escursionismo di massa. Oggi si va nei boschi con il fuoristrada e sui sentieri con la moto da cross. E mi viene da piangere.

M. Zuccante: Alcuni detrattori ti accusano di confondere i generi. I tuoi canti sarebbero invenzioni personali che rischiano di contaminare la purezza e l’autenticità del repertorio storico di tradizione orale, esito di operato anonimo e collettivo. Premesso che l’intero repertorio dei cori alpini è, di fatto, un’invenzione, pensata per le sale da concerto – a partire dal modello-SAT –, condividi l’idea che l’apporto creativo dell’artista-individuo giochi, invece, un ruolo determinante, ai fini della sublimazione poetica dei contenuti e delle storie raccontate nelle cosiddette canzoni popolari?

B. De Marzi: Nel mirabile repertorio SAT ci sono dei generici canti d’autore che nessuno ha mai discusso perché proseguono dallo stile riconosciuto. Molte delle mie storie cantate dicono della mia partecipazione alla vita sociale, gridano la mia indignazione, invitano al rispetto della memoria, alla pace. Nella tradizione, non mi sono mai posto il problema della purezza, consapevole che un canto autenticamente popolare viene falsato appena lo si tocca, appena lo si elabora armonicamente e vocalmente. Certo: il mio modello iniziale è stato il coro trentino con i suoi inimitabili musicisti-armonizzatori. Oh, le armonizzazioni! Si è sempre parlato solo di armonizzazioni, per i nostri repertori. Mi intenerisce sentire tanti coristi delle centinaia di gruppi maschili che, nominando Beethoven, dicono che ha fatto “nove armonizzazioni”. Un coro piuttosto noto, nel registrare “La contrà de l’acqua ciara” ha scritto: “Testo di Giuseppe De Marzi, armonizzazione di Bepi De Marzi”. C’è ancora della confusione, qua e là. I detrattori? Dicono che sono “troppo semplice, troppo cantabile, tardoromantico”; scrivono che non pratico le dissonanze, che ignoro la tecnica moderna. Ma le cattiverie più organizzate sono venute dai cacciatori dopo che ho scritto “La Sisilla”, e soprattutto “Scapa, oseleto”, Scappa, uccellino, violino della siepe…

M. Zuccante: Il tuo linguaggio musicale esclude ogni sorta di complessità e persegue piuttosto la via della linearità nella scrittura, della semplicità espressiva e dell’immediatezza comunicativa. Sia nella prestazione esecutiva che in quella della percezione, insomma, le tue canzoni si attengono a quello che potremmo definire un “lessico popolare”. Eppure mi pare che qua e là affiorino modelli di origine colta. Tra gli altri esempi, mi vengono in mente la policoralità di Pavana, l’esordio in stile imitato di Nikolajewka, gli stretti ritmici presenti nelle ultime righe di Sanmatìo. Qual è dunque il debito che ti vincola alla formazione di musicista colto?

B. De Marzi: Grazie per essere entrato nel giusto significato del mio lavoro. L’immediatezza comunicativa me la impongo continuamente perché mi chiedo: “Chi canterà le mie storie? uomini, donne, ragazze, ragazzi che per lo più non sanno leggere la musica…”. Ecco: voglio facilitare il loro impegno. Potrei elaborare tessiture più complesse, certo. Ma a me basta, come diceva il mio grande amico Rigoni Stern “fare compagnia a qualcuno” con le mie storie cantate.  Però vorrei che dai concerti corali si uscisse con la memoria di qualche passaggio melodico, di qualche motivazione poetica e sociale, per continuare a vivere la tormentosa felicità di quel “perché”. Ciò che ho scritto lungo gli anni è stato dettato in parte dai miei studi giovanili, che sono anche i tuoi. Venendo dal conservatorio e operando nella musica nei diversi campi, ci si lascia tentare dalle grandi forme polivocali, pur se consapevoli che tutto il meglio sia già stato realizzato.

M. Zuccante: Tra le qualità più apprezzate nelle tue creazioni c’è quella di una semplice, ma attraente e coinvolgente vena melodica. Ritieni che questo sia il dato che più di ogni altro favorisca la popolarità del tuo repertorio?

B. De Marzi: Ne ho la certezza. “Cosa fai di mestiere?”, mi ha chiesto un mite fraticello della Verna nel tempo in cui ancora andavo a confessarmi. Di solito, a chi mi fa una simile domanda rispondo “faccio l’idraulico”. Quella volta, lassù, non potevo mentire:: “Il melodista”, ho risposto. “Oh, Gesù, e che mestiere sarebbe?”. Proseguendo dai pensieri precedenti, confermo il mio costante impegno nel realizzare piccole immagini cantate, facili da memorizzare. Molti dei miei canti vengono da tempo accompagnati con la chitarra o con altri strumenti. Vivono perciò per la sola melodia. A Lourdes, una volta che facevo servizio in un pellegrinaggio, mi sono avvicinato a dei coristi italiani che intonavano un mio mottetto con organo. “Lo sa anche lei?”, mi hanno chiesto. Sono queste, le piccole e inattese felicità.

M. Zuccante: Tra le tue canzoni, La contrà de l’Acqua ciara è quella che preferisco. Ogniqualvolta mi capita di ascoltare questo struggente motivo, la familiarità con i luoghi, in cui entrambi viviamo – ora ahimè imbruttiti da scempi indecenti -, accresce la partecipazione emotiva. L’amara malinconia di questa canzone consolida in me l’immagine di Bepi De Marzi cantore dell’inesorabile fine del mondo contadino-montanaro veneto. Mi sbaglio?

B. De Marzi: Mi conosci bene, ma bene. La mia è una infinita disperazione. Io, il “perché” l’ho sempre avuto, l’ho sempre espresso in diversi modi. Piango un mondo umiliato e offeso. Urlo anche per lo scempio delle città: “Come fosse morto il mondo, se la città d’autunno non ha più foglie gialle nei viali di cemento nero. Le foglie non sono mai nate, son rimaste nel cuore dei rami duri come pietra…”. Questo canto ha sorpreso i miei amici milanesi. Nella contrada che ho cantato, come in altre delle nostre montagne, ora vivono molti immigrati; e sono tornati i giochi dei bambini, magari in lingue diverse. Ecco un’altra felicità che consola i miei giorni inquieti.

M. Zuccante: Hai percorso la tua carriera a fianco di una nutrita schiera di musicisti, con i quali hai condiviso con successo un progetto di crescita e valorizzazione del canto corale. Quali, tra i compositori e direttori di coro della tua generazione, consideri più affini alla tua esperienza artistica?

B. De Marzi: Ho conosciuto e ammirato le dilatazioni vocali di Malatesta, le seduzioni armoniche di Bon, il sapiente fervore di Agazzani, la nobiltà internazionale di Gervasi, la passione popolare di Vacchi, l’arguzia di Corso, la poliedricità di Bordignon, il puntiglio popolare di Vigliermo, l’acutezza di Leydi. Ma il mio pensiero riconoscente va ai miei maestri di pianoforte, di organo, di composizione. E quanti sogni! Determinante è stato il mio entrare nei Solisti Veneti come clavicembalista e organista. Da Claudio Scimone ho imparato che nella musica non si deve mai finire di cercare, cercare e cercare. Anche nel dirigere i cori per Vivaldi, Mozart o Beethoven, il mio fraterno amico e maestro padovano ha sempre cercato la chiarezza per una emozionante comunicazione. Bandito l’intimismo, ha cercato, e ancora cerca, di parlare al mondo, di illuminarlo, di renderlo migliore. Si può fare con Vivaldi, con Bach! Ma anche con Pigarelli. Mi ha incoraggiato e aiutato Silvio Pedrotti, proprio il grande Silvio che ora più nessuno ricorda. Lui sì che manifestava il “perché” del cantare in coro. “Non basta cantare: bisogna far pensare”, mi ha scritto affettuosamente quarant’anni orsono.

M. Zuccante: Vorrei ora mettere a fuoco un paio di punti sul tuo ruolo di direttore di coro. I Crodaioli di Arzignano sono la fucina presso la quale hai plasmato gran parte delle tue creazioni. Mi sembra di cogliere in questo complesso vocale anche una certa originalità timbrica. Quali sono a tuo avviso i connotati fonici che distinguono I Crodaioli nel panorama dei cori alpini?

B. De Marzi: Forse eravamo un coro alpino. Le mie prime 6 raccolte pubblicate dalle Edizioni Curci avevano l’unico titolo “Voci della montagna”. Per la vocalità, è risaputo, bisogna adattarsi alle voci disponibili, plasmandole per la soluzione migliore nell’amatorialità. Nelle tre raccolte seguenti ci sono anche dei rifacimenti, delle rielaborazioni. Qualche canto tra i più diffusi l’ho proposto addirittura all’unisono. Ho creduto nella vocalità vagamente aggressiva, intensa, per una varietà dinamica tendente a provocare emozioni. Ultimamente ho un poco attenuato questo atteggiamento. Mi ripeto nel dire che questo è un momento di attesa. Perciò, rimanendo nel presente, dopo una pausa di un paio d’anni abbiamo deciso insieme di mutare l’impostazione vocale limitando l’estensione sui modelli polifonici a voci uguali. Ora i tenori primi hanno un timbro pieno e reale, non più di “falsetto”. Le armonie sono più intense con le voci “vicine”.

M. Zuccante: C’è un particolare nel tuo modo di condurre il fraseggio che mi ha sempre incuriosito. Quello cioè di “tirare la frase” senza interruzione e, alle volte, con alquanta lentezza, mettendo a dura prova le voci nel sostenere i suoni; quasi volessi cercare una continuità sonora in grado di oltrepassare i limiti del respiro. Penso ad un brano come Bènia Calastoria. Mi chiedo se si tratta di emulazione di sonorità strumentali, come possono essere, ad esempio, quelle dell’organo. Insomma, vezzo o scelta motivata da ragioni espressive?

B. De Marzi: Forse hai ascoltato qualche mio canto dai cori che non fraseggiano chiaramente. Benia Calastoria ha i respiri ben segnati. La mia esecuzione può dare l’impressione della continuità che tu sottolinei, ma è solo un’impressione perché c’è un pedale continuativo affidato prima ai bassi, poi ai baritoni, che riempie le brevissime sospensioni dei respiri. Pur usando per lo più l’omoritmia, tengo molto alle possibilità umane per un fraseggio naturale. Non ho mai contato i canti che ho fatto. Ma ci sono pedali all’alto, bassi ostinati, forme cicliche… La nona raccolta, edita sempre dalla Curci di Milano, contiene anche un canto in tre movimenti, Brina Brinella. C’è un Largo come introduzione, un Corale-Andante e una Fuga-Vivace costruita con soggetto, controsoggetto, modulazioni, divertimenti e stretti. In questo caso, il “perché” sta nel raccontare l’ansia del contadino per il raccolto minacciato dalle improvvise gelate primaverili.

M. Zuccante: Un lato non secondario della tua poliedrica personalità è rappresentato dalla vis polemica con la quale affronti pubblicamente tematiche relative alla vita musicale e non. Vorrei riservare ad esso le ultime riflessioni. Tralascio, e rimando ad una prossima puntata, lo spinoso argomento della musica liturgica, pur sapendo quanto ti stia a cuore e quanto ti sia speso per tutelarne il decoro. Qualche tempo fa fecero un certo scalpore alcune tue apocalittiche previsioni in merito al futuro del canto corale. Tra le altre, leggo queste affermazioni: «Il mondo corale amatoriale sta attraversando una profonda crisi, ma non solo per la mancanza di voci giovani, bensì per la confusione dei repertori. I testi in italiano non interessano più, tanto meno quelli nei vari dialetti». Sei ancora convinto di tutto ciò?

B. De Marzi: Manca la curiosità e la caratterizzazione. Il problema del ricambio delle voci nei cori maschili è sempe più sentito. Mi preoccupavo però della perduta dignità dei complessi corali che proponevano espressioni senza precise motivazioni. I cori misti nascono e si spengono in continuazione anche per la mancata ricerca di una personalizzazione. Per la musica sacra, e spero che se ne parli presto a più voci in queste pagine, non c’è niente da fare: siamo da tempo nel degrado. Le messe sono ovunque un’avventura locale e i canti prediligono i versi tronchi in “ai, ei, oi, ui”. Le musiche? Impera la “non melodia”. Hanno inventato la cantillazione, un recitativo con effetti esilaranti.

M. Zuccante: Infine, vorrei dire che reputo meritoria la tua indefessa azione di denuncia del degrado socio-culturale in cui siamo sprofondati da un paio di decenni a questa parte. Pensi che la crisi eclatante e finalmente riconosciuta ad ogni livello, si possa ergere a spartiacque tra un’epoca di infimo decadimento ed una nuova stagione di rigenerazione morale e riscoperta di valori culturali, morali e sociali più autentici? Insomma, c’è una speranza dietro l’angolo, o no?

B. De Marzi: Mia mamma era di Milano e mi diceva come “i veri milanesi non sono mai indifferenti davanti alle vicende del mondo”. La mia amata Milano, però, ha perduto molto del suo cosmopolitismo per diventare una specie di bigottificio provinciale. Mio papà, per il suo lavoro di tecnico elettromeccanico, aveva l’abbonamento per tutta la rete ferroviaria italiana e mi diceva: “Non accontentarti mai di ciò che ti dicono: vai a vedere e racconta la verità”. Per uscire da questo grigiore qualunquistico c’è solo da sperare nell’Europa, dove dobbiamo portare il calore della nostra rinnovata poesia.

[Choraliter, n. 37, Gennaio-Aprile, Ed. Feniarco, 2012]

Giuseppe (Bepi) De Marzi è nato ad Arzignano il 28 maggio 1935.Dopo i diplomi in organo e composizione organistica, pianoforte e gli studi di direzione e composizione si è dedicato alla musica da camera e al basso continuo diventando dal 1978 fino al 1998 l’organista e clavicembalista, nonché vicedirettore, de I Solisti Veneti diretti da Claudio Scimone. Insegnante nel Conservatorio di Padova dal 1976. Attualmente è direttore del coro maschile I Crodaioli da lui fondato nel 1958.
È certamente uno tra i più conosciuti ed eseguiti compositori di canto d’autore di ispirazione popolare. Sue sono pagine celebri come Signore delle cime, Sanmatio, Benia Calastoria, Improvviso, Joska la rossa, tratte da poesie i cui testi spesso dialettali, composti di sovente dall’amico Carlo Geminiani, incontrano una tessitura compositiva armonico-melodica di natura strumentale.
Durante la sua carriera ha conseguito numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il “Premio Masi” per la Civiltà Veneta. È chiamato spesso quale membro di giuria in concorsi nazionali e internazionali, corali e di composizione.
Il 21 giugno 2012 ha ricevuto a Salice Terme il Premio Antonio Cagnoni alla carriera (Prima edizione di questa manifestazione).Spesso critico nei confronti dell’attuale situazione, da lui definita confusa, nell’ambito della musica liturgica, ha composto molta musica sacra. Tra gli anni Settanta e Ottanta, con il Coro polifonico “Nicolò Vicentino” da lui fondato e diretto, ha realizzato per la Fonit-Cetra di Milano la prima incisione dei Salmi elaborati con Padre David Maria Turoldo e Ismaele Passoni. Gli stessi Salmi sono stati incisi nuovamente nel 2006 con le voci del suo coro I Crodaioli, accompagnato all’organo da Francesco Finotti. Le Edizioni Curci di Milano hanno registrato e pubblicato nove raccolte di suoi canti corali.
Notevole la sua produzione di musica per le scuole primarie, materna e elementare, diffusa dalla Casa Musicale Carrara di Bergamo. L’editore Galla di Vicenza ha raccolto nel volume “L’esclusiva dell’evento”, una settantina di suoi articoli di critica musicale, di viaggi e di costume, tra i quasi mille pubblicati su vari giornali (in particolare su Il Giornale di Vicenza) lungo gli ultimi trent’anni. L’editore Panda di Padova ha pubblicato una bizzarra e vivace raccolta di suoi scritti con il titolo “Contrà de l’acqua ciara”.

B. De Marzi, “La Contrà de l’acqua ciara”, Coro “I Crodaioli”, B. De Marzi, dir.


Pubblicato in Canti popolari, Compositori, Interviste | Lascia un commento

“Sui Monti Scarpazi” … dall’altra e da questa parte

Si dice – a proposito di Sui Monti Scarpazi – nell’omonima raccolta pubblicata dai fratelli Pedrotti, nel 1973: «In Romania, nel 1917, fra i giovanissimi trentini della classe 1899 arruolati nel reparto dell’esercito austriaco, nacque (sic!) questo triste canto che, riportato in patria da uno dei pochi superstiti, era spesso cantato da una famiglia vicina al nucleo originario da cui nacque il Coro della SAT […]»

Ma nell’archivio fonografico dell’esercito austro-ungarico, messo insieme da Leo Hajek, ci imbattiamo in questo documento. La Guerra, canzone triestina, raccolta il 3 marzo 1916 a Radkersburg, egregiamente eseguito in guisa polifonica.

Questa tomba racchiude le spoglie
e d’un figlio che più non vedrò;
questa tomba i sospiri raccoglie
d’una madre che tanto l’amò.

Lo allevai tra sospiri ed affanni
il destino poi volle così:
Non appena compiuti vent’anni
ed in guerra innocente morì!

Quando all’alba si apron le porte
al cimitero son prima ad entrar,
dove regna sovrana la morte,
dove il dolore m’invita a pregar.

“Questa tomba” (La Guerra), dall’Archivio Fonografico dell’Esercito Austro-Ungarico, 1916

Il contenuto e la melodia sono in sostanza analoghi a Sui Monti Scarpazi, con la differenza che, nel caso del canto triestino, trattasi del lamento di una mamma. La “scandalosa” denuncia antimilitarista contenuta nella strofa «Maledeta la sia questa guera […]» è, invece, sinteticamente racchiusa, nella versione triestina, nella più discreta espressione «ed in guerra innocente morì!»

E’ curioso osservare come un canto comunemente diffuso tra le genti che stavano “dall’altra parte” (da Trento a Trieste), sia divenuto assai popolare “da questa parte”. Ribaltamenti collaterali, causati dall’esito della guerra? Effetto della larga divulgazione del repertorio del Coro della SAT?


Da quando, nel 2002, ho iniziato a metter mano ai canti alpini – l’idea non fu mia, ma dell’amico Tano Benati che mi “sfidò” a combinare quel tradizionale repertorio “montanaro” con la “classicità” del quartetto d’archi – ho avuto riscontri controversi. Accanto all’apprezzamento da parte di alcuni (pochi), c’è stata l’indifferenza o lo sdegnato rifiuto da parte di altri (tanti). Va da sé, quindi, che non credo di avere mai ricevuto parole di buona considerazione da una sedicente “penna nera”, o appartenente a coro alpino. Pazienza!

Ricordo con piacere, invece, quando al termine di una delle prime esecuzioni del mio arrangiamento di Sui Monti Scarpazi, ho colto le parole, che un anziano spettatore – seduto giusto alle mie spalle – rivolgeva alla sua signora: «Nol sarà ‘l solito “Monti Scarpazi”, ma ‘l pianto de chela viola, in ultimo, ‘l te cava l’anima!» («Non sarà il solito [arrangiamento] di Monti Scarpazi, ma, al termine, il pianto di quella viola, è commovente»). Quell’anonimo spettatore mi ha dato molto conforto.

Quando fui sui monti Scarpazi
miserere sentivo cantar
t’ho cercato fra il vento e i crepazi,
ma una croce soltanto ho trovà.

O mio sposo eri andato soldato
per difendere l’imperator,
ma la morte quassù hai trovato
e mai più non potrai ritornar.

Maledeta la sia questa guera
che mi ha dato sì tanto dolor,
il tuo sangue hai donato a la tera,
hai distrutto la tua gioventù.

Io vorei scavarmi una fossa
sepelirmi vorei da me
per poter colocar le mie ossa
solo un palmo distante da te.

M. Zuccante, Sui Monti Scarpazi, per coro e quartetto d’archi, Coro da camera del Conservatorio di Alessandria, Marco Berrini, direttore – live, Cremona, 25 maggio 2014


“Sui monti Scarpazi”, un requiem al femminile

Ho riascoltato, ieri sera, la versione di Sui monti Scarpazi, nell’adattamento che ho realizzato, da coro misto e quartetto d’archi, a coro femminile e pianoforte. L’occasione è stata un evento musicale, in cui l’Ensemble femminile I Piccoli Musici, diretto da Mario Mora, ha voluto riproporre i canti della Grande Guerra.
Ancora una volta, un’esecuzione raffinata e commovente.

Ma, tornando a Sui monti Scarpazi, ho fatto la seguente riflessione.
Fra tutte le canzoni italiane che rievocano la Grande Guerra – “… dall’altra e da questa parte” – , Sui monti Scarpazi esprime, meglio di altre, il tragico destino che si abbatté sulle donne durante, ma soprattutto dopo, il conflitto.

Sui monti Scarpazi è un piccolo requiem al femminile.
E’ pertanto doveroso restituire alla voce delle donne il pathos di questa toccante melodia.

Pubblicato in Canti popolari | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Sillabari corali: “Y”

YVER

per coro misto a cappella (1908)

di Claude Debussy

Yver fu pubblicata nel 1908, come ultimo pezzo della trilogia Trois Chansons de Charles d’Orléans. Ma la sua composizione risale a qualche anno prima. Fu infatti realizzato nel 1898, per un coro amatoriale che lo stesso Debussy dirigeva in quel periodo.
I benedettini di Solesmes, i Chanteurs de St. Gervais, la Schola Cantorum di Parigi, hanno rivestito un ruolo fondamentale nel contesto del revival della musica antica in Francia, e hanno rappresentato un’influenza particolarmente significativa anche sulla musica di Claude Debussy.
In un’intervista del 1910 al Paris-Journal, Debussy rivela la sua profonda ammirazione per i vecchi maestri del XVI secolo: «Loro sono la musica stessa, la forza elementare alla quale nulla resiste».

L’omaggio all’antico è evidente, innanzitutto, nella scelta del testo, quello di un poeta di epoca rinascimentale, Charles d’Orléans (1394-1465), appunto.

Yver, vous n’estes qu’un villain;
Esté est plaisant et gentil,
En tesmoing de May et d’Avril
Qui l’acompaignent soir et main.

Esté revest champs, bois et fleurs,
De sa livrée de verdure
Et de maintes autres couleurs,
Par l’ordonnance de Nature.

Mais vous, Yver, trop estes plain
De nège, vent, pluye et grézil;
On vous deust banir en essil.
Sans point flater, je parle plain,
Yver, vous n’estes qu’un villain!

[Inverno sei cattivo.
Estate è piacevole e gentile.
Lo testimoniano Maggio e Aprile
che l’accompagnano sera e mattino.

Estate riveste i campi, boschi e fiori
del suo abito di verde
e tanti altri colori,
secondo l’ordine di natura.

Inverno, ma tu Inverno, sei troppo pieno di neve,
di neve, vento, pioggia e nevischio.
Bisognerebbe mandarti in esilio.
Non ti lodo – io parlo chiaro –
Inverno sei cattivo.]

La forma ternaria poetica (abba, cdcd, abbaa) è ricalcata da quella musicale: A (batt. 1-22); B (batt. 22-47); A (batt. 47-70).
Il contesto stilistico generale è quello di una ripresa, in chiave moderna, della maniera della polifonia antica. Indizio inequivocabile dell’influsso esercitato dalla musica corale antica in un musicista che annoveriamo tra i capostipiti della modernità.
Il testo ci parla delle opposte stagioni: il cattivo inverno e la gentile estate. Quest’opposizione – che, metaforicamente, possiamo ricondurre agli stati d’animo di fastidio e piacevolezza – viene espressa in musica attraverso contrasti di scrittura.
L’inverno è caratterizzato da tessiture polifoniche nette, ritmicamente agitate e spigolose.

Il quadro formale non è, però, così rigidamente compartimentato per contenuti espressivi. Il linguaggio musicale del grande compositore francese affascina per l’innesto di fattori ambigui e sorprendenti, che promuovono il superamento della facile previsione e della quadratura degli schemi.
Infatti, nella sezione A, s’insinua già un elemento di piacevolezza che anticipa la natura languida e amabile dell’estate.

Analogamente, nella sezione B, irrompono brutalmente i tratti ruvidi dell’inverno.

Queste ultime osservazioni mettono in luce, ripeto, una delle qualità assolute del linguaggio musicale di Debussy. Cioè la naturalezza, la flessibilità e l’antidogmatismo attraverso cui cui gli elementi musicali (molto variegati nell’inventiva) si susseguono con continuità e coerenza di stile e nel rispetto dell’impianto formale.

C. Debussy, Yver, vous n’estes qu’un villain

Pubblicato in Sillabari corali | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Sillabari corali: “W”

WARM-UP

per 6 voci miste (1969)

di Leonard Bernstein

Warm-Up è una breve composizione di Leonard Bernstein, dedicata a Abraham Kaplan, il quale la eseguì per la prima volta a New York, nel 1969, alla guida della Camerata Singers.
Nel dettaglio, si tratta di un canone, a sei voci miste e hand-clapping, su un ritmo shuffle.

Prima parte (A), esposizione della melodia all’unisono, poi, canone, in canto scat; quindi, un breve episodio centrale omoritmico («Alleluia»), sequenza di armonie parallele dissonanti; infine, una coda, in cui viene ripreso il canone-scat (A).

Stando alle date, Warm-Up è stato composto prima, o contemporaneamente, a Mass, l’ampia azione teatrale per cantanti, attori e ballerini, la cui prima esecuzione risale al 1971. Com’è noto Mass consiste in un poliedrico e caleidoscopico collage, in cui sono racchiusi pezzi classici, dodecafonici, gospel, pop-rock, jazz, marching band, musical-Broadway e tanto altro.
Bernstein ha integrato Warm-Up in Mass. Lì, infatti, il brano costituisce la terza sezione («Responsory: “Alleluia”») della prima parte di Mass stessa (denomintata «Devotions Before Mass»). In Mass il brano è preregistrato e affidato a sei voci sole, con accompagnamento di celesta, marimba, vibrafono, glockenspiel, campane e batteria.

Leonard Bernstein, Responsory: “Alleluia”, da Mass (ovvero, Warm-Up, A Round for Chorus)

Ma la cosa interessante è che non si tratta di un innesto del tutto eterogeneo. E’ vero, si presenta come una netta rottura di contesto stilistico: dall’arioso del celebrante («Hymn and Psalm: “Simple Song”», il pezzo composto in origine come colonna sonora per il film Fratello sole, Sorella luna di F. Zeffirelli), al vocal-jazz polifonico. Ma le analogie degli incisi melodici (tra Warm-Up e il brano precedente), rivelano un legame tematico di fondo.

Leonard Bernstein, Hymn and Psalm: “Simple Song”, da Mass

Si tratta di un’osservazione particolarmente significativa, per comprendere una cifra fondamentale del linguaggio di Bernstein, cioè il suo stile eclettico. Un eclettismo non fine a se stesso, ma intriso di correlazioni, più o meno manifeste, che tengono insieme e assicurano unità ai diversi linguaggi.

Pubblicato in Sillabari corali | Contrassegnato , | Lascia un commento

Sillabari corali: “V”

VOICES OF NATURE

per voci femminili e vibrafono (1972)

di Alfred Schnittke

Alfred Schnittke ha composto Voices of nature (Golosa prirodi), per 10 voci femminili (5 soprani e 5 alti) e vibrafono, nel 1972. Il brano è stato eseguito per la prima volta nella primavera del 1975 dal Coro degli studenti del Conservatorio di Mosca, sotto la direzione di Boris Tevlin.
In origine, Voices of nature, faceva parte del commento sonoro del documentario And Still I Believe… di Mikhail Romm. Il regista è morto, però, nel 1971, lasciando incompiuto il lavoro.
In particolare, la composizione di Schnittke era inserita dopo la visione di terribili immagini di guerra, catastrofi, tossicodipendenza e rinascita del nazismo, e costituiva un episodio onirico di luce e bellezza, nettamente contrastante: montagne, foreste, cervi e la Terra vista dallo spazio.
In seguito, il compositore ha ritenuto che fosse consona anche per l’esecuzione in concerto, come pezzo d’atmosfera.

Non c’è un testo. Si tratta, infatti, di una mera monodia vocalizzata, che le voci intonano in forma di canone. Iniziando pianissimo a bocca chiusa; quindi, vocalizzando gradualmente e in crescendo, fino al fortissimo; per finire, ancora in pianissimo, a bocca chiusa. L’armonia è data dalle singole altezze, che sovrapponendosi generano una sorta di alone sonoro. A ciò si aggiunge, come elemento timbrico, il vibrafono, che raddoppia le note e concorre a sottolineare l’effetto di luminescenza.
La qualità “impressionistica” di Voices of nature si coglie immediatamente. Ma c’è, inoltre, un fattore di ricerca formale, meno intuibile all’ascolto, che è altrettanto apprezzabile.
Consideriamo la linea melodica per esteso. Una specie di scala, per cui le voci si arrampicano dal re dell’ottava bassa, al la bem. acuto, per ridiscendere e arrestarsi al re dell’ottava alta. La monodia è interrotta da due fratture accordali, in cui le voci si dividono.

In sintesi la melodia si presenta come una graduale conquista di intervalli sempre più ampi.

Il brano, quindi, è strutturato come nell’immagine seguente. Una forma, in sezione aurea, la cui separazione è segnata dal punto culminante del crescendo dinamico (triade di do min. in fortissimo).

Alfred Schnittke, Voices of nature, per voci femminili e vibrafono

Si osservi, infine, che la melodia, pur attraversando 11 suoni del totale cromatico (manca soltanto il mi naturale) ha uno sviluppo tonale: sol min. – si bem. magg. Ma sono, soprattutto, i due accordi in fortissimo (triade e settima diminuita di do min.) a connotare, come un marchio inconfondibile, la fisionomia tonale del pezzo. Ed ecco, infatti, la versione schiettamente tonale della composizione, inserita in un altra scena del documentario di Romm:

Pubblicato in Sillabari corali | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Sillabari corali: “U”

UNENTRINNBAR

op. 27 n. 1, per coro a cappella (1925-26)

di Arnold Schoenberg

Unentrinnbar (Inevitabile), primo dei Quattro pezzi per coro, op. 27 (1925-26), è un brano emblematico, per inquadrare, sinteticamente, la “doppia missione” di Arnold Schoenberg.
Quale doppia missione? Da un lato, il perseguimento di un’ideale di responsabilità etica dell’artista (evidenziato dal carattere di messaggio morale contenuto nel testo poetico); dall’altro, l’attenzione al rigore strutturale del linguaggio musicale, trattandosi di una delle prime stesure in stretto stile dodecafonico.

Lo stesso Schoenberg è autore del testo letterario. Una breve lirica, in cui si parla dell’inevitabile osservanza del dovere, che sta all’origine di ogni autentica intrapresa artistica. La consapevolezza di questo obbligo è stata imposta da un dio inclemente; e non si tratta di una condizione invidiabile. Ma, in conclusione, si dice che proprio ciò è motivo di invidia.

Tapfere sind solche, die Taten vollbringen,
an die ihr Mut nicht heranreicht.
Sie besitzen nur die Kraft, den Auftrag zu konzipieren
und den Charakter, ihn nicht abweisen zu können.
War ein Gott noch so ungnädig, ihnen Erkenntnis ihrer
Lage zu gewähren, dann sind sie nicht zu beneiden.

Und darum werden sie beneidet!

[I prodi sono quelli che compiono imprese,
per le quali non basta ad essi il coraggio.
Essi possiedono solo la forza di concepire l’assunto
e il carattere di non poterlo rifiutare.
Se un Dio fu tanto inclemente da concedere ad essi coscienza del loro stato,
non sono degni di invidia.

Ed è per questo che vengono invidiati!]

Arnold Schoenberg in un ritratto di Egon Schiele

Per quanto concerne la scrittura musicale, questo lavoro si colloca negli anni in cui il compositore austriaco mise a punto la tecnica dodecafonica. Ricordiamo, infatti, che la prima composizione interamente dodecafonica di Schoenberg, la Suite per pianoforte op. 23, è datata 1921-23.
In particolare, in Unentrinnbar, sono facilmente leggibili gli schemi fondamentali della disposizione della serie di 12 suoni: originale (O), inversione (I), retrogrado (R), inversione del retrogrado (IR).

La prima parte (più ampia e concitata) è costruita come un canone doppio con inversione di intervalli.

Il breve finale (ultimo verso del testo «Und darum werden sie beneidet!») si presenta, invece, come una svolta, sia sul piano espressivo, che su quello della scrittura. Infatti, dopo i tempi di pausa generale, che separano le due sezioni, le voci dapprima declamano con enfasi le parole «Und darum», in forma accordale; quindi, tornano a dividersi per concludere, svanendo, in stringato stile imitato.

La contrapposizione espressiva tra le due sezioni del brano è coerente, quindi, con il contenuto del testo letterario. L’ultimo verso, infatti, che rappresenta un’antitesi concettuale, viene musicato con carattere nettamente contrastante.
Insomma, due opposti tenuti insieme dall’equilibrio della forma.

Arnold Schoenberg, Unentrinnbar, per coro a cappella

Pubblicato in Sillabari corali | Contrassegnato | Lascia un commento