… e i Concorsi Corali?

Proliferano a dismisura, accreditati da istituzioni, associazioni e agenzie varie.
Eventi che si sormontano, che entrano in collisione e si contendono reciprocamente le partecipazioni.
Una girandola, nella quale le persone sono coinvolte ora nel ruolo di concorrenti, ora nel ruolo di giurati.
Si dice che si partecipa per fare un’esperienza, per un confronto con altre realtà, per un arricchimento artistico, per ascoltare buona musica.
Difficile crederci. La motivazione sembra essere esclusivamente quella della competizione e della passerella.
In tutto ciò la musica è relegata a ruolo di pretesto. Prova ne sia che i repertori stagnano e si appiattiscono, sono insignificanti e omologati.
Il pubblico esterno è inesistente, o limitato ad accompagnatori e supporter.
Tutto ciò toglie valore a chi si fregia del conseguimento dei premi.
Pertanto, a che pro?…

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Concorsi, concorsi e ancora concorsi!

I cori (e le orchestre) dovrebbero rifiutarsi di mettersi a disposizione per i Concorsi di direzione corale (e direzione d’orchestra). Il dilagare di queste iniziative sta avvelenando la musica. Gli investimenti che si fanno sulla sovraesposizione del direttore (sull’impatto visivo della sua figura) fanno bene agli organizzatori, ai giurati, ma non tanto ai concorrenti e men che meno all’arte musicale.

Si racconta che Béla Bártok dicesse che «I concorsi sono per i cavalli, non per gli artisti.» Che siano parole sue o no, sono parole da sottoscrivere. L’arte si fonda su un’etica anti-competitiva.

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¡Hasta siempre, Beethoven!

È passato del tempo da quando scrissi questo articolo, in cui ho espresso alcune considerazioni in merito a una questione fondamentale per i musicisti: Il Repertorio: alcune riflessioni (Choraliter 56, 2018)

Due giorni fa, ho assistito a un concerto, in cui ho avuto modo di verificare che quanto auspicavo in quell’articolo, in senso positivo, si può realizzare.

Ma va detto quanto segue.

Che chi ha ideato il programma è un musicista preparato e intelligente; che è un musicista che ha, come riferimento, modelli di alta levatura; che è un musicista che antepone i valori artistici della creatività e dell’originalità, a quelli del facile conformismo; che è un musicista che desidera tracciare un percorso che anche altri possano apprezzare e, a loro volta, percorrere.

“In viaggio con Beethoven” – Programma

Tutto questo è stato, sabato scorso, Alessandro Ledda con il suo Coro CET.

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Le parole prima della musica

Le parole prima della musica (articolo apparso in “FarCoro”, quadrimestrale dell’AERCO, n.2, 2022

M. Zuccante: LAUDES CREATURARUM, Vocalia Consort di Roma, M. Berrini, dir.

M. Zuccante: NEVICATA, Coro da Camera del Conservatorio “A. Steffani” di Castelfranco Veneto, M. Berrini, dir.

M. Zuccante: IL NINI MUART, PolifonicoMonteforte

M. Zuccante: SCRICCIOLO, Valentina Posenato

F. De André (M. Zuccante): BOCCA DI ROSA, PolifonicoMonteforte

M. Zuccante: TO BIIO, n.15, PolifonicoMonteforte

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I Beatles in sagrestia

Sia ben inteso: non sono un esperto di questo genere di musica, ma vorrei ugualmente lasciare un pensiero sui Beatles.
Non mi appassiona la loro prima maniera (quella in puro stile rock & roll), né mi entusiasmano le sperimentazioni di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Ma trovo straordinaria We Can Work It Out – una canzone del periodo di mezzo (1965): un emblema della loro indole musicale.
Perché?

Di We Can Work It Out mi attrae la sorprendente convergenza di elementi di per sé contrastanti e di natura differente.
Il suono è immediatamente insolito: come l’irrompere di una rock band in sagrestia. È l’effetto di un harmonium mischiato a voci, chitarre, tamburello e batteria. Come uno sciacquone, questo inopinato strumento rovescia antiche ondate sonore in un contesto di musica beat. Ingegnoso!
Nella parte centrale, quindi, c’è un anticonvenzionale scarto ritmico. Un taglio netto ottenuto con un tempo di “valzer tedesco” (questa, a quanto pare, la definizione di George Harrison per le terzine di semiminime). Una figura di contrasto musicale, uno stop al vorticoso ed energico scorrere di crome e semicrome, un riferimento al diverbio di cui si parla nel testo letterario. Nel contempo, l’harmonium non molla: disegna nel basso il tetracordo del modo frigio, mentre la mano destra stacca gli accordi, come l’aria di un valzerino che esce da un organetto di Barberia, o dell’Esercito della Salvezza.

 

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Miagolii

Sono propenso a preferire i cani per la loro inclinazione alla socialità, fondata sulle relazioni empatiche. Ma non nego di subire anche il notevole fascino dei gatti: la loro intelligenza e astuzia, la loro grazia e agilità, il mistero che avvolge il loro essere “navigatori” – per antica credenza – tra la dimensione dei vivi e quella dei morti.
Ragion per cui, a casa, non sono mai mancati cani e gatti.
I gatti sono spesso stati rappresentati in musica: Scarlatti, Schumann, Rossini, Saint-Saëns, Ravel, Stravinsky… Nel mio piccolo, anch’io mi sono lasciato sedurre.
Ho fatto due conti. Ho composto sette pezzi sui gatti.
Si dice che i gatti abbiano sette vite, no? Eccole quindi!

Le chat – coro maschile a cappella

Femme et Chatte – coro femminile a cappella

Gattino – voce e pianoforte

Gattone – voce e pianoforte

Il gatto e la gazza – voce e pianoforte

Chanson du chat qui dort – coro a voci pari e pianoforte

Il re del mio giardino – coro a voci pari e pianoforte

Maurice Ravel

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Dalla vita alla morte e ritorno, in due minuti!

Le ultime pagine della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi sono travolgenti.
Come se non bastasse tutto quello che si è ascoltato prima, Verdi concentra nei due minuti conclusivi una fantasmagoria di immagini sonore estreme, che superano i limiti dell’immaginazione.
Ogni volta che ascolto questo passaggio, provo la sconvolgente sensazione di intravedere per un attimo quello che c’è dall’altra parte.
Quel do acuto del soprano solo squarcia il limite, come se fendesse il velo che separa la vita dalla morte.
Una musica che rapidamente porta allo sgomento, che trascina alla visione dell’oltretomba. Quindi, con altrettanta stringatezza, riporta alla dimensione terrena, e si spegne in una sublime salmodia.

Aveva ragione il vecchio direttore del mio Conservatorio: «Alla fine, il Beppino mette tutti nel sacco!»

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Canti di Natale


Nelle celebrazioni del Natale, la presenza di un coro, che intona una carola popolare, è immancabile.

Il coro, nel patinato immaginario collettivo natalizio, costituisce quel “quadretto” di voci che “scalda” l’atmosfera e la carica di emozione.

Uno stereotipo al quale il grande pubblico è affezionato.

D’altro canto, una folta schiera di musicisti arrendevoli, non esita a soddisfare l’appetito delle orecchie più deboli, con il manierismo lezioso e sdolcinato di facili arrangiamenti.

L’intenzione – alquanto ambiziosa – di questa raccolta è, invece, quella di suffragare di decoro artistico una serie di motivi natalizi, selezionati fra tanti, più o meno noti.

Che significa?

Restituire una certa compostezza stilistica a melodie che differiscono per origine storica e provenienza geografica.

Sottolineare le sfumature musicali, facendo leva sul dialogo alla pari tra voci e strumenti.

Cogliere le digressioni espressive del testo letterario, al fine di evitare un certo appiattimento musicale, altrimenti dato dalla ripetizione (“alla buona”) delle singole strofe.

Non rinunciare alla generazione di complessità (sul piano polifonico e contrappuntistico), suggerite dagli spunti tematici di un patrimonio musicale tutt’altro che sterile.

Quindi, pur nella consapevolezza che non si realizza la “magica” atmosfera natalizia senza un richiamo ai motivi canori tradizionali, questa raccolta si spinge oltre la confezione del solito “ri-arrangiamento”, per sconfinare nell’elaborazione di una più appagante – almeno così è stato per l’autore – “ri-creazione”.

In fin dei conti, l’autentico spirito del Natale non è quello che celebra la rigenerazione?

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Lamentu di Ghjesù (Coro Tavagna)

Non mi era mai capitato di imbattermi in una contaminazione dal “colto” al “popolare” così evidente, ma soprattutto così antica.

Il Lamentu è un tipico brano della musica popolare della Corsica. In ambito religioso è legato alle vicende della Passione di Cristo.

In questo eccezionale documento il Lamentu di Ghjesù si fonde con lo schema della Follia, cioè quella particolare forma musicale che si è diffusa in Europa a partire dalla penisola Iberica in epoca rinascimentale/barocca (Corelli, Vivaldi, Marais, Scarlatti).

L’effetto di questo sincretismo è potentissimo. Da un lato la drammaticità del canto spontaneo (ricco di ornamentazioni, ma controllato nell’espressione), dall’altro la ripetitività ipnotica della successione armonica (affidato alla polifonia istintiva delle voci di accompagnamento).

 

Lamentu di Ghjesù, Coro Tavagna, Iddanoa Monteleone, marzo 2026


O tù chì dormi, in sta petra sculpita
D’avè suffertu da colpi è ferita
Dopu d’atroci martiri persu ai ancu la vita.
Oghje riposi tranquillu, a to suffranza hè finita.

Ma eiu sò un d’una fiamma ardente
Brusgiu è mughju tutt’ognunu mi sente
Sò i lamenti di i cumpagni è d’una Mamma i pienti
Chjamu ancu à Diu Supremu ci ritorni stu nucente

È fù per quella cun spiritu feroce
Da tanti colpi è viulenza atroce
Chjodi à le mane è li pedi questi t’anu messu in croce
O Diu tante suffranze fà ch’eo senti la to voce

Oghje per sempre tutta quest’hè finita
Avà sì mortu hè persa a partita
Oramai in Gerusalemme la ghjente hè sparnuccita
Vergogna ùn ci ne manca, morte sò a fede è a vita.

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Michail Pletnëv

È impressionante osservare che, invecchiando, quelli bravi non temono di tralasciare le “giuste” convenzioni, pur di affermare una superiore verità di fondo.
Pletnëv mischia tutto e il contrario di tutto, il sublime con l’infimo. Ma non lo fa arbitrariamente. Riesce sempre a recuperare all’ultimo una coerenza di fraseggio sbalorditiva.
Che sia qui il segreto dell’arte?
Lo si ascolti fino al termine, perché con quegli ultimi due accordi sembra dirci “vi ho preso un po’ per i fondelli, ma l’ho fatto con divina leggerezza”
Un gigante!

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