Sillabari corali: “L”

THREE LULLABIES

per coro misto a cappella (1984, rev. 1991)

di Henryk Górecki

Parallelamente ad una convinta adesione alla fede cattolica, Henryk Górecki ha coltivato un forte attaccamento alla cultura e al folclore musicale della sua patria, la Polonia. Questo secondo aspetto è testimoniato dal frequente ricorrere di motivi popolari nelle sue opere. Egli ha assimilato la natura del canto popolare fin da bambino. Una prerogativa, che gli ha consentito di penetrarne la quintessenza.

Ecco, dunque, le Three Lullabies (Trzy kolysanki, 1984 – rev. 1991, anno della prima esecuzione), brevi composizioni fedelmente conformi, nella loro essenzialità espressiva, ai modelli primitivi. Le ninne nanne, ricordiamolo, sono forme archetipiche del canto umano. Condividono, presso le varie popolazioni, i tratti di estrema concisione formale e basilare comunicazione espressiva.

Górecki ha ricavato parole e melodie da una selezione di ninne nanne, pubblicata nel 1958, a cura di Hanna Kostyrko, e da un volume di opere di Oskar Kolberg, pubblicato nel 1963. Queste piccole realizzazioni del compositore polacco sono avvalorate da un’operazione di sintesi stilistica, che le rende parvenza di autentici reperti folclorici. Il tratto personale del musicista è individuabile solo in taluni, minuti dettagli. Vediamone alcuni.

La I ninna nanna (Usnijze mi, usnij) oscilla attorno alla cadenza sulla triade di do. Ma la tipologia degli accordi non è sempre la stessa. Inoltre, la chiusura sulla triade in secondo rivolto conferisce al brano una lieve sfumatura di sospensione.

La melodia della II ninna nanna (Kolyszze sie kolysz) si basa su una scala pentatonica. In conclusione, però, viene applicata un’estensione sull’ultima parola («zachova» la prima volta; «kochany» la seconda volta). Una ripetizione che sconfina dal modo: cadenza sulla nota si e sulla triade di sol maggiore.

Nella III ninna nanna (Nie piej, kurku, nie piej) la manipolazione e l’inventiva del compositore sono più palesi. La melodia del soprano, lineare ed espressiva, è combinata con il carattere nettamente contrastante dell’ostinato realizzato dalle altre voci. Si ha come la percezione di un ronzìo che disturba la quiete del sonno. Uno scombussolamento generato, oltre che dal contrasto di velocità, dal conflitto bitonale.

L’armonia e la quiete si ristabiliscono nella coda conclusiva («Nocka byla krótka…»). Una ripresa di poco variata del quadro iniziale (I ninna nanna). Una pagina che stabilisce un’unità formale inscindibile tra i tre pezzi. Infine, aggiungiamo che, dopo una pausa generale, c’è un “da capo in eco” (più lento – dolcissimo, «Lulaj, moja mala») del dondolìo degli accordi. Una conclusione ipnotica che svanisce, ancora una volta, sull’accordo sospeso di do.

Queste brevi osservazioni ci consentono di affermare che la particolare sobrietà di mezzi che caratterizzano in generale il linguaggio musicale di Górecki, non è l’effetto di un’operazione dettata da aride speculazioni teoriche, bensì l’esito di uno studio approfondito sulla sostanza del canto popolare. Uno studio confortato da un coinvolgimento spirituale molto intimo, sentito … “materno”.

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Sillabari corali: “K”

KNEPHAS

per coro misto a cappella (1990)

di Iannis Xenakis

Knephas (ovvero Oscurità) è stata composta da Iannis Xenakis in occasione della prematura morte dell’amico Maurice Fleuret, avvenuta nel 1990. Destinatario della prima esecuzione il New London Chamber Choir, complesso vocale altamente specializzato, al quale il compositore aveva già in passato affidato altri lavori. Knephas è una partitura estremamente complessa e tecnicamente difficile da eseguire. Richiede un minimo di 32 cantori. Il testo (o meglio non-testo) è basato su fonemi privi di significato.

Se qualcuno nutre ancora il dubbio della stretta affinità che unisce musica, matematica, geometria e (nello specifico caso di Xenakis) architettura, l’opera complessiva del compositore greco (naturalizzato francese) è la prova dell’infondatezza di questo stesso dubbio. Egli ha incarnato, nel nostro tempo, l’antico mondo pitagorico e parmenideo.

«Bach, Beethoven o Bartók quando scrivevano le loro composizioni facevano dei calcoli, sia pure relativamente semplici. Si trattava di calcolare, disporre secondo un dato ordine, compiere delle operazioni di organizzazione intellettuale, ma al di fuori di questi calcoli ci sono le decisioni che intervengono per fare in modo che quei calcoli siano più o meno evidenti, scompaiano momentaneamente in un gioco di ellissi e ritornino», I. Xenakis.


Coerente con i principi estetici del linguaggio musicale di Xenakis, Knephas si presenta come una partitura inespressiva e distaccata sul piano emotivo. Eppure, questa pagina corale impressiona sul piano dell’impatto sonoro e dell’accostamento drammatico dei suoi elementi costitutivi.

Bypassiamo la descrizione delle complesse formule e calcoli che generano la costruzione delle strutture compositive di Knephas. Limitiamoci a dire che la partitura è costruita con quattro tipologie di materiali. Questi materiali sono sottoposti, nell’arco del tempo, a vari processi di variazione di densità.

I elemento. Sequenza di accordi accentati; accordi che cambiano, ma senza un criterio di evoluzione armonica; piccoli cluster, intonati in apertura dalle voci femminili, che pungono come stridule pulsazioni; un quadro sonoro dall’effetto agghiacciante.

II elemento. Andamento omoritmico per voci parallele, o per moto contrario; come nello stile del corale semplice, si tratta di una successione lineare di accordi.

III elemento. Evoluzione dell’andamento “a corale”; contrappunto di progressioni accordali ritmicamente differenziate, sulla base di una suddivisione del coro in quattro gruppi: due gruppi di voci femminili e due gruppi di voci maschili; questa è la sezione in cui la trama vocale si fa più satura e avviluppata.

IV elemento. Scrittura melodica “risonante”, una novità tecnica nella scrittura corale di Xenakis; essa consiste nel fatto che il compositore prescrive che ciascuna nota della melodia sia tenuta da un cantore per la durata di una misura circa; ne risulta una banda sonora che muta, man mano che la melodia progredisce; un effetto sonoro di risonanza, che Xenakis definisce “halo”.

Chiude la composizione una sorprendente parodia di corale semplice omoritmico, con le voci che procedono tutte per moto parallelo; si percepiscono la melodia armonizzata e l’andamento fraseologico tipici della forma del corale. Questa sezione conclusiva sembra alludere a una sorta di epitaffio, un canto funebre in memoria dell’amico scomparso.

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Sillabari corali: “J”

JÉZUS ÉS A KUFÁROK

per coro misto a cappella (1934)

di Zoltán Kodály

Jézus és a kufárok (Gesù e i mercanti) è un mottetto per coro misto a cappella, composto da Zoltán Kodály nel 1934. È stato eseguito per la prima volta, nello stesso anno, a Kecskemét, sotto la direzione di Zoltán Vasarhelyi.
Per il testo letterario, il musicista ha assemblato degli estratti dai Vangeli di Giovanni e Marco.
… Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato» …(Giovanni: 2,13-16).
… E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni? Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento … (Marco: 11, 17-18).

Il brano si divide sostanzialmente in due parti. La prima, un colorito e animato affresco, in cui si descrivono le fasi concitate della cacciata dei mercanti dal tempio. La seconda, più pacata, in cui risuonano i moniti sacrosanti di Gesù. Alla prima parte, corrisponde una scrittura polifonica molto veloce e articolata. Alla seconda parte, uno stile di recitativo accompagnato più moderato e lineare.


Trattandosi di un lavoro originale, Jézus és a kufárok non contiene citazioni dirette dai canti popolari. Ma le invenzioni melodiche e ritmiche del brano evidenziano le ascendenze che gli studi intorno al folclore magiaro hanno esercitato sul linguaggio musicale di Kodály.
L’intervallo di quarta discendente, utilizzato come tipica chiusura melodica. I ritmi derivati dalla caratteristica accentuazione prosodica della lingua ungherese.

D’altro canto, compaiono anche i riferimenti agli stilemi della polifonia antica, seppur reinterpretati in un contesto armonico-modale moderno.
Gli squilli delle quinte vuote («… rovesciò i banchi… »)

I movimenti per triadi parallele («… La mia casa sarà chiamata casa di preghiera… »)

Le pitture sonore madrigalistiche («… scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi… »)

I canoni all’ottava e alla quinta («… gettò a terra il denaro dei cambiavalute… »)

Una composizione, dunque, che ben riassume l’arte di Zoltán Kodály, protesa verso la compenetrazione degli idiomi musicali derivati dal folclore con le forme colte della tradizione polifonica rinascimentale.

Su tutto, però, domina il principio per cui i grandi contrasti dinamici e gli urti dissonanti non figurano come effetti gratuiti, ma accrescono lo stato di agitazione, la drammaticità della scena e la forma di partecipazione emotiva.

Là dove tuona il rimprovero di Gesù, «… ne avete fatto un covo di ladri… », si sviluppa il momento più riuscito, intenso e coinvolgente del brano. Sul canto dei bassi echeggia il grido «Rablók! Rablók!» («Covo! Covo!»), che declina cromaticamente dalla tessitura acuta e gradualmente si spegne in pianissimo nel registro grave.


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Sillabari corali: “I”

IN PULVEREM MORTIS

per coro misto a cappella (1966)

di Krzysztof Penderecki

Composto negli anni 1963-1965, il brano è stato successivamente inserito dall’autore (come numero 20) nella monumentale Passio et mors Domini nostri Iesu Christi secundum Lucam (1966). In pulverem mortis presenta un organico a cappella con suddivisione in tre cori (SATB). Il testo è tratto dal Salmo biblico XXI (16-20). Pur trattandosi di Antico testamento, le parole possono essere interpretate come profezia dei tormenti e delle umiliazioni, alle quali è stato sottoposto il corpo di Cristo.

In pulverem mortis deduxisti me.
Foderunt manus meas et pedes meos,
dinumeraverunt omnia ossa mea.
Ipsi vero consideraverunt et inspexerunt me.
Diviserunt sibi vestimenta mea,
et super vestem meam miserunt sortem.
Tu autem, Domine, ne elongaveris auxilium tuum a me,
ad defensionem meam conspice.

Il primo verso (in forma di bicinium) è utilizzato dal compositore in funzione di refrain: in apertura, a metà e al termine del pezzo. Un motivo che separa episodi in cui prevale una scrittura caratterizzata da ampie campiture di fasce sonore. Nella successione delle note che compongono il tema di apertura si riconoscono gli intervalli-simbolo del nome BACH. Il grande Passio di Penderecki è infatti modellato sullo schema delle passioni bachiane.

In pulverem mortis è paradigma dell’interesse per il canto corale e le tematiche religiose, ma è anche una pagina significativa della propensione di Penderecki alla ricerca sulla materia sonora. Un ponte tra le linearità della tradizione gregoriano-polifonica antica (seppur lette alla luce delle tecniche seriali in voga negli anni ’60) e il modernismo di certi effetti sonori eclatanti (cluster).

L’esplorazione della tessitura corale varia per la densità e l’intensità delle saturazioni. Ma è il fine espressivo, comunicativo ed emozionale ad ispirare le forme sonore plasmate dal compositore. Come nel caso dello scarnito «Tu autem, Domine», che gradualmente si trasforma, prima sommessa preghiera («ne elongaveris auxilium tuum a me»), poi lancinante grido («ad defensionem meam conspice»)

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Sillabari corali: “H”

HYMN OF ST. COLUMBA, A

per coro misto, e organo (1962)

di Benjamin Britten

Un paio di giorni prima che il 1962 – un anno al quale ci si affeziona per vari motivi – volgesse al termine, Benjamin Britten ultimò la composizione di A Hymn of St. Columba, per coro e organo.

Il testo è attribuito a San Columba di Iona, un monaco irlandese che, nell’Alto Medioevo, si spese per l’evangelizzazione delle popolazioni scozzesi.
I versi sono pervasi da un senso di inquietudine, come se qualcosa di drammatico fosse sul punto di accadere. L’imminente giorno del giudizio. Gli orrori e i tormenti che subiranno i malvagi nel giorno del giudizio sono ormai prossimi. Insomma, un testo-parafrasi del Dies irae.

Regis regum rectissimi
prope est dies Domini
dies irae et vindictae,
tenebrarum et nebulae,
Regis regum rectissimi.

Diesque mirabilium
tonitruorum fortium,
dies quoque angustiae,
maeroris ac tristiae.
Regis regum rectissimi.

In quo cessabit mulierum
amor et desiderium
nominumque contentio
mundi hujus et cupido.
Regis regum rectissimi.

Questa piccola composizione corale di Britten fa seguito a un lavoro di grandi proporzioni e impegno, il War Requiem. In A Hymn of St. Columba si coglie l’eco del clima tremendo evocato nella precedente grande opera. Anche qui, un’atmosfera apocalittica incombe. Il rombo prodotto dall’ostinato ritmico di semitoni, sagacemente affidato alla pedaliera dell’organo, alimenta il clima d’angoscia.

Si trasfigura l’ostinato ritmico, allorché viene trasferito nella tessitura superiore dell’organo. Appare ora come una vellutata increspatura, che si sfrangia in pennellate cromatiche, segno dell’incertezza e della vulnerabilità del destino dell’uomo.

Significativi sono alcuni passaggi armonici.
Ha un valore strutturale il nesso tra re min. e fa min.

S’ode una libera successione di triadi, che immaginiamo rappresentino gli squilli che annunciano il giorno del Giudizio.

Le oscillazioni tra triadi maggiori e minori – o meglio, tra modo lidio e modo frigio – interpretano l’inquietudine all’approssimarsi del temibile giorno.

La compagine vocale è trattata in forme cangianti.
Ma su tutte domina il tema iniziale. Esso attacca in ottava, veemente ed irruente. E s’impone come idea dominante dell’intera composizione. Successivamente viene ripreso in canone. E’ come un ondata travolgente, che sembra alludere all’impeto e al fervore dello spirito missionario di San Columba.

A Hymn of St. Columba non ha le dimensioni di un grande affresco musicale gotico, ma ne condensa – con maestria – le variopinte, tumultuose e contrastate sonorità.

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Sillabari corali: “G”

GOD IS WITH US

per coro misto, tenore e organo (1987)

di John Tavener

Composto per il Coro della Cattedrale di Winchester e per Martin Neary, che in quello stesso anno si ritirò dalla direzione del coro. Neary ha diretto la prima esecuzione di God is With Us, il 22 dicembre 1987.

Il testo è ricavato dal rito ortodosso della Grande Compieta, che si canta la Vigilia di Natale. Si basa su profezie bibliche.

God is with us.
Hear ye people, even to the uttermost end of the earth.
The people that walked in darkness have seen a great light. The people that dwell in the shadow of death,
upon them the light has shined.
For unto us a child is born! For unto us a son is given!
And the government shall be upon his shoulder.
And his name shall be called wonderful! Counsellor!
The mighty God, the everlasting Father, the prince of peace.
Hear ye people, even to the uttermost end of the earth. God is with us.
Christ is born!

Tavener definisce il brano «una Proclamazione di Natale». Questa non è un’opera in cui si esplora un mistero della fede, ma si afferma un atto di fede.

God is with us è una composizione “teologico-musicale”. Un ponte tra il linguaggio musicale d’oriente (prima parte a cappella) e quello d’occidente (sezione conclusiva-extra con l’entrata dell’organo).

Nello stile d’oriente si rappresenta la presenza del Divino; il suo eterno essere presente. Nello stile d’occidente si rappresenta invece l’accadimento; l’irruzione nella storia. Insomma, un nesso tra due visioni teologiche: quella d’oriente teo-centrica, e quella d’occidente umano-centrica.

Lo stile generale è quello assai riconoscibile del minimalismo religioso, tipico di Tavener. Ma la reductio ad minimum non comporta l’esclusione di complessità. Una tripartizione in forma palindroma a cui si giustappone l’extra-forma, con organo. Uno schema suddivisibile in 9 sezioni simmetricamente combinate + una extra.

Ogni singola sezione (monodica o polifonica) compie il medesimo percorso: da DO a SOL. Esaminiamole una ad una.

Sez. 1. Monodia + Ison – (bassi)

Sez. 2. Parallelismo polifonico, ripetuto sempre più forte per 3 volte (1. mp<mf, 2. mf<f, 3. f<ff) – (coro)

Sez. 3. Monodia – (tenore solo)

Sez. 4. Monodia – (tenore solo)

Sez. 5. Monodia + Controcanto in ottava + Ison – (tenore solo + coro)

Sez. 6. Monodia – (tenore solo)

Sez. 7. Monodica + Controcanto in ottava in canone + Ison (la sezione più complessa) – (tenore solo + coro)

Sez. 8. Analoga alla Sez. 2, ripetuto sempre più piano per 3 volte (1. f>mf, 2. mf>mp, 3. mp>p) – (coro)

Sez. 9. Uguale alla Sez. 1 – (bassi)

Nella sezione-extra (affermazione della presenza del Divino, atto di fede, visione della luce) gli accordi dell’organo squarciano il diatonismo – (coro e organo).

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Sillabari corali: “F”

THE FAYRFAX CAROL

per coro misto a cappella (1997)

di Thomas Adès

The Fayrfax Carol non è solo un piccolo gioiello, di raffinata fattura musicale, ma un brano che, per la scelta del testo letterario, invita l’ascoltatore ad una riflessione che va oltre un’abituale e rassicurante considerazione sulla natività di Cristo.

Il testo è quello di un’antica ninna nanna natalizia di autore anonimo, contenuta nel Fayrfax Manuscript. Una raccolta di musiche britanniche, risalente al 1505 circa, alla quale appartengono antiche carols polifoniche a 3-4 voci.

“Ah, my dear son“, The Fayrfax Manuscript

Nel testo scelto da Adès, il poeta racconta di aver sognato un dialogo tra i membri della Sacra Famiglia. Maria e Giuseppe lamentano gli stenti che deve sopportare il piccolo nato; ma il fanciullo ricorda ai genitori le loro umili origini. Inoltre, ribadisce che il suo destino è quello di morire sulla croce, come da volontà di Dio Padre. Una carola insolita, che prospetta la sorte di Gesù. Il suo futuro proiettato verso la passione e il martirio. Un collegamento concettuale, insomma, tra l’immagine del Divin Fanciullo e quella dell’Ecce Homo.

Sotto l’aspetto musicale, The Fayrfax Carol si presenta come l’alternanza di due motivi. Il primo è quello di una ninna nanna. Una dolce – e un po’ malinconica – melodia. Salti discendenti di sesta e di settima, che circolano tra le varie sezioni vocali, in un delicato contesto armonico. Sono le parole che Maria canta ripetutamente al suo Figliolo. Diventano una specie di refrain.

Il secondo motivo è invece caratterizzato da un ripetuto balzo ascendente di settima minore, in ritmo pastorale.

Questo tema secondario introduce, di volta in volta, le immagini più forti e cariche di emozione, come quella angosciosa della prefigurazione del Calvario.

Il brano si chiude con la ripresa omoritmica e rallentata del refrain e una tenera cadenza conclusiva.

Adès ha composto The Fayrfax Carol su commissione del coro del King’s College di Cambridge. Lo stesso coro ha eseguito per la prima volta il pezzo, in occasione della  Veglia del Natale (24 Dicembre 1997), sotto la direzione di Stephen Cleobury.

 

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Sillabari corali: “E”

ÉJSZAKA – REGGEL

per coro misto a cappella (1955)

di György Ligeti

Sono le ultime composizioni del periodo ungherese, prima del volontario esilio in occidente. Nel definitivo trasferimento, Ligeti portò con sé questi due brani, insieme a poche altre partiture. Éjszaka – Reggel [Notte – Mattino] manifestano, in embrione, alcuni tratti inconfondibili del linguaggio del compositore ungherese. Disse, infatti, lo stesso Ligeti: «stilisticamente, questi due piccoli pezzi corali hanno un significato cruciale, poiché documentano esattamente il passaggio dalla tradizione bartókiana alla formazione di un mio stile maturo – polifonia complessa e superfici sonore». Si osservi il profilo della texture di Éjszaka. Sembra una pagina di Volumina.

Il testo di Éjszaka – Reggel è tratto da un componimento poetico di Sándor Weöres. I versi – ricchi di immagini altamente evocative – possono essere letti anche in chiave simbolica: fine di un’era oscura e sopraggiungere di un’era luminosa. L’opposizione dei due significati letterari è associabile alle contrapposizioni nette della materia musicale, carattere specifico dello stile di Ligeti.

Éjszaka

Una foresta di spine: silenzio immenso,
Nel silenzio che mi circonda, il mio
cuore batte.
Notte

Reggel

Ding, dong, già suonano le campane all’alba.
Il giorno si rischiara al suono del chichirichì:
E’ mattino! Ding, dong! E’ già mattino!

Éjszaka si apre con lo sviluppo di un climax canonico a parti strette per terze parallele; diatonico, ma fortemente dissonante. L’effetto sonoro si avvicina a quello di un illusorio continuum statico (anticipazione di una tecnica che lo stesso autore denominerà “micropolifonia”): «rengeteg tövis» [una foresta di spine]. Al raggiungimento del culmine (fortissimo), un improvviso scarto dinamico-timbrico determina un’immediata svolta in ambito pentatonico: «csönd» [silenzio]. Si tratta di un “gesto-evento” sonoro destinato a diventare un connotato stilistico tipico del linguaggio di Ligeti.

Lo stringato recitativo dei soprani: «Én csöndem szívem dobogása…» [Nel silenzio che mi circonda, il mio cuore batte…] richiama le spettrali sonorità notturne bártokiane. Appena un accenno melodico-espressivo, prima del profondo tonfo delle voci maschili, con cui si conclude il pezzo: «Éjszaka».

Passiamo a Reggel. Dopo l’echeggiare di un vivace scampanìo, ecco un’altra tipica, netta cesura. Una filigrana rapida e leggera di note ribattute: «Az idöt bemeszeli a korai kikeriki» [Il giorno si rischiara al suono del chichirichì], un’anticipazione di futuri pattern“meccanico-ritmici”, complessi, illusori ed allucinanti.

Un ultimo richiamo (questa volta ancor più ravvicinato) dei rintocchi iniziali. Potenti ottave in andamento allargato, incorniciate da “note-pedale” (la), in fortissimo. Quindi, conclusione luminosa sulla quinta vuota re-la.

Topoi sonori ligetiani

“Micropolifonia”, da Drei Phantasien nach Friedrich Hölderlin (1982), n. 1

“Scarto timbrico-dinamico”, da Drei Phantasien nach Friedrich Hölderlin (1982), n. 3

“Pattern meccanico-ritmico”, da Drei Phantasien nach Friedrich Hölderlin (1982), n. 2

 

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Sillabari corali: “D”

DEMOS GRACIAS AL SEÑOR

per coro misto e percussioni (2000)

di Osvaldo Golijov

Si tratta di un brano contenuto ne La Pasión según San Marcos (2000).

In generale La Pasión di Golijov – moderna trasposizione delle monumentali passioni bachiane – si presenta come un grande affresco sonoro ambientato nel continente sudamericano. Nella partitura gravitano le voci, i ritmi e le percussioni, tratti soprattutto dalla tradizione cubana e brasiliana; s’immaginano le processioni dei «cori di tre villaggi che scendono dalla sommità delle montagne» (Golijov); emerge il background originario africano della musica latino-americana.

Il testo de La Pasión è in lingua spagnola, ma – come afferma lo stesso autore – si tratta di una lingua “africanizzata”, nel senso che – nell’articolazione delle frasi più insistenti – prevale l’accento sull’ultima sillaba («Demos Gracias al Senór»), ulteriore enfatizzazione ritmica anche nell’uso della parola.

Demos gracias al Señor
que su amor es eterno.
Demos gracias al Señor
y alabemos su nombre,
cantemos al Señor
que su amor es eterno
él es el Salvador.
Aunque tiemble la tierra
demos gracias al Señor
que su amor es eterno
él es el Salvador,
él reina allá en lo alto.
Cuando viene la muerte
y me enreda en sus lazos,
cuando me hallo preso
de miedo y dolor
y la angustia me alcanza
yo le canto al Señor.
Tiembla, tiembla tierra…
Aunque tiemble la tierra
y muerte viene a buscarme
yo te canto Señor
alabemos al Señor
cantamos, alabamos,
te damos las gracias Señor.


In Demos Gracias al Señor le voci del coro sono accompagnate dal ritmo di tre tamburi, 2 bombo leguero della tradizione argentina (uno in primo piano, l’altro subalterno) e uno spring drum che fa da risonanza. La scrittura corale è diatonica. Il pezzo si apre con la fervente e devota intonazione in pianissimo dei contralti.

La pressante scansione sillabica delle parole rimane sospesa – «come un’ondata» – su lunghi suoni, per la cui durata emerge il pattern ritmico dei tamburi.

Lo spessore della sonorità aumenta con l’aggiunta di un “aureola” di altri suoni lunghi, che circondano la febbrile scansione del testo.

Demos Gracias al Señor è un pezzo che cattura per la forte tensione che lo pervade. Non cede mai il senso di sgomento dei fedeli di fronte alle avversità (le minacce della natura, la morte incombente, la paura, il dolore, la tristezza), né la loro speranza e ferma fiducia nella misericordia di Dio. Anzi, questo umano sentimento di opposizione cresce e si rafforza. Dal pianissimo iniziale, alle clamorose aperture in ottava, all’incalzante e strepitosa perorazione omoritmica conclusiva.

L’apoteosi è raggiunta quando le voci “gridano” ripetutamente in eclatante omoritmia «Anche se la terra trema e la morte viene a cercarmi, io ti canto, o Signore…»


Golijov definisce questo brano una variazione-corale sulla canzone Todavia Cantamos di Victor Heredia. Una canzone del 1984 dedicata ai desaparecidos della guerra sucia argentina. La corrispondenza con questa fonte di ispirazione si percepisce sia sotto il profilo melodico, che sulla base di una certa analogia sul piano concettuale.

Todavía cantamos, todavía pedimos,
todavía soñamos, todavía esperamos,
a pesar de los golpes
que asestó en nuestras vidas
el ingenio del odio,
desterrando al olvido
a nuestros seres queridos.
Todavía cantamos, todavía pedimos,
todavía soñamos, todavía esperamos,
que nos digan adónde
han escondido las flores
que aromaron las calles,
persiguiendo un destino
¿Dónde, dónde se han ido?
Todavía cantamos, todavía pedimos,
todavía soñamos, todavía esperamos,
que nos den la esperanza
de saber que es posible
que el jardín se ilumine
con las risas y el canto
de los que amamos tanto.
Todavía cantamos, todavía pedimos,
todavía soñamos, todavía esperamos,
por un día distinto,
sin apremios ni ayuno,
sin temor y sin llanto,
porque vuelvan al nido
nuestros seres queridos.
Todavía cantamos, todavía pedimos,
Todavía soñamos, todavía esperamos…

 

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Sillabari corali: “C”

CHÖRE FÜR DORIS

per coro misto a cappella (1950)

di Karlheinz Stockhausen

Parliamo di un’opera di apprendistato. Un’opera che a stento lascia intravedere gli sviluppi della musica di Stockhausen, sulla rotta dell’avanguardia più radicale. Eppure, un’opera eloquente della padronanza tecnica di un giovane musicista, ancora indeciso sul suo futuro di compositore. Un’opera segnata dall’influenza della tradizione corale novecentesca tedesca (in particolare nel segno di Paul Hindemith e di Frank Martin, il quale fu, per un breve periodo, insegnante di composizione di Stockhausen). Un’opera-prova di un arte, che – pur spinta successivamente ai limiti della sperimentazione (e della provocazione!) – si fonda su un mestiere ancorato a solide basi storico-stilistiche. Un’opera, che conferma quel durevole favore del compositore tedesco verso l’espressione corale.

Chöre für Doris è uno dei rari lavori giovanili che Stockhausen ha voluto inserire nel catalogo ufficiale delle sue opere. E’ un trittico per coro a cappella su testi di Paul Verlaine (messi in musica nella traduzione in tedesco), ed è dedicato a Doris Andreae, sua prima moglie.

Era il 1950, quando l’allora ventiduenne Karlheinz Stockhausen – studente presso il Conservatorio di Colonia – compose questi tre pezzi per il coro della scuola, nel quale egli stesso cantava. Ma Chöre für Doris rimase ineseguito. Soltanto nel 1971, avvenne la prima esecuzione di questa composizione, a Parigi, sotto la direzione di Marcel Couraud.

I Tre Cori sono: Die Nachtigall (L’usignolo), con soprano solo; Armer junger Hirt (Un povero pastorello); e Agnus Dei.


L’usignolo di P. Verlaine (da “Paesaggi tristi”)

Come volo strepitante di uccelli eccitati,
tutti i miei ricordi s’abbattono su di me,
s’abbattono nel giallo fogliame del mio cuore
che contempla il suo ricurvo tronco d’ontano
nello stagno viola dell’acqua dei Rimpianti
che lì vicino scorre malinconica,
s’abbattono, e poi il frastuono malvagio
che un’umida brezza salendo placa,
a poco a poco nell’albero si spegne
e in un istante non si sente più nulla,
più nulla tranne la voce che celebra l’Assente,
più nulla tranne la voce – languida! –
dell’uccello che fu il mio Primo Amore,
che ancora canta come il primo giorno;
e nel triste splendore di una luna
che s’innalza pallida e solenne,
una notte d’estate malinconica e greve,
piena di silenzio e di oscurità,
culla sull’azzurro che un dolce vento sfiora
l’albero che freme e l’uccello che piange.


Un amore perduto, impersonato dal canto melodioso e sensuale dell’usignolo (soprano solo). Voce solitaria, annegata nel malinconico e silenzioso paesaggio naturale notturno, appena rischiarato dal pallido e torbido chiarore lunare.


A poor young shepherd di P. Verlaine (da “Acquerelli”)

Ho paura d’un bacio
come di un’ape.
Soffro e veglio
senza trovare pace:
ho paura d’un bacio!
Eppure amo Kate
e i suoi occhi leggiadri.
È delicata,
affilata e pallida.
Oh! come amo Kate!
Mi è promessa,
per mia grande fortuna!
Ma quale impresa
essere un amante
accanto a una promessa!
È San Valentino!
Devo e non oso
dirle al mattino…
che cosa terribile
San Valentino!
Ho paura d’un bacio
come di un’ape.
Soffro e veglio
senza trovare pace,
ho paura d’un bacio!


Agnus Dei di P. Verlaine (da “Liturgie intime”)

L’agnello cerca l’erba amara,
è il sale e non lo zucchero che anela
il suo passo è il rumore della pioggia sulla polvere.
Quando vuole qualcosa, nulla lo ferma,
Brusco, si adombra sbattendo la testa
Poi bela alla madre accorsa inquieta …
Agnello di Dio, che salvi gli uomini,
Agnello di Dio, che ci conti e ci nomini,
Agnello di Dio, abbi pietà per quello che siamo.
Dacci la pace e non guerra,
O Agnello terribile nella tua giusta rabbia.
O tu, solo Agnello, Dio l’unico figlio di Dio Padre.

Cresce il fervore nelle invocazioni all’Agnello di Dio («Lamm Gottes…»), e contestualmente s’innalza di un semitono l’intonazione di ciascun verso. Sono le triplici invocazioni che precedono la supplica conclusiva, parafrasi del dona nobis pacem («Gib uns den Frieden, nicht den Krieg bescher»).

 

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