La cantoria

La Cantoria[Una raccolta di post pubblicati dal 02-02-08 al 20-03-08] PerosiSistina
SBonifacio_parrocchiale

La Cantoria

Come molti altri, delle mie parti, mi sono avvicinato alla musica frequentando la Schola Cantorum parrocchiale. Dotato di voce bianca timida e fragile non ero il tipo che emergeva dal coro. Ma mi piaceva far parte di quel gruppo. C’era un’umanità varia.
Protetto nella fila dei più piccoli, osservavo un prete smilzo dirigere: sanguigno, esagerato nei movimenti e a volte irascibile. Alle sue spalle l’organista, molto più misurato (di mestiere maestro elementare). A lui andava la mia più grande ammirazione, per la disinvoltura con cui padroneggiava quell’enorme marchingegno sonoro. Ci sono rimasto molto male il giorno in cui ha ceduto momentaneamente e ossequiosamente il posto ad un prete venuto da fuori, che dicevano essere un maestro dell’organo. A me non sembrava che ci fosse questa gran differenza tra l’uno e l’altro.
Tutto intorno a me il coro. Da una parte la sezione dei contralti. Vi cantavano anche un paio di suore. Ancora oggi faccio fatica a dissociare la voce dei contralti da quella delle suore. Alle mie spalle, in posizione rialzata, la corona degli uomini. Quei due tenori perennemente rossi in volto e, laggiù in fondo fuori dai ranghi, quel grosso professore con la voce da basso che cantava sculettando. Forse perché era professore, si tollerava che se ne stesse indisciplinatamente per conto suo.
Ai volti, alla luce e agli odori di quella Cantoria si associano i ricordi delle musiche. Prima fra tutte quel Sicut cervus: teso, continuo e splendido!

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DonLorenzoPerosi

Perosi

Una vera “goduria” l’esecuzione della Missa secunda Pontificalis di Perosi. Una sorta di cavallo di battaglia che veniva rispolverato in occasione delle solennità (Natale e Pasqua). Non credo che il nostro curato-direttore avesse ben chiaro ogni passaggio della composizione. C’era un punto subito in principio del Gloria, in cui si pasticciava sempre. Quei glorificamus che rimbalzano ripetutamente tra le tre voci del coro mai una volta che si incastrassero come dio comanda: vuoi per i confusi gesti d’attacco del prete, vuoi perché regolarmente qualcuno anticipava o ritardava l’entrata.
L’esecuzione che ho scovato in rete credo assomigli al modo che avevamo di cantare in Parrocchia. Non è trascorso molto tempo da allora (eravamo all’inizio degli anni ’70), ma in paese non era ancora giunto l’ammodernamento nella prassi corale e lo stile ceciliano imperava indiscusso.

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Sistina_hodie

La Cappella Sistina

Passata l’età per cantare nel coro parrocchiale, non ho più frequentato la musica di Perosi. L’ho evitata negli anni successivi e tutt’ora la evito. Evito la pesantezza di quello stile polifonico in putrefazione, che si è voluto tenere in piedi per celebrare un’istituzione, che si ostina a ribadire la propria eternità sulla terra. Ma impossibile (soprattutto se si è italiani) non imbattersi con quella cerchia di eterni epigoni. Ed ecco, l’attuale soporifera Cappella Musicale Pontificia “Sistina”! e allora?… meglio Perosi!

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Organo-San_Giovanni_in_Laterano

Volevo fare l’organista

AIl desiderio di accostarmi allo studio dell’organo fu alimentato ulteriormente da un LP che mi fu regalato. Il disco conteneva un’antologia di celebri composizioni per organo di Johann Sebastian Bach, eseguite da Helmut Walcha. Conservo ancora quel disco, che da bambino ho ascoltato innumerevoli volte. In particolare, mi emozionava il Preludio Corale Ich ruf’ zu dir, Herr Jesu Christ BWV 639, tratto dall’Orgelbüchlein. Il tessuto armonico e timbrico in cui è calata quella melodia, ne esalta il carattere espressivo e la rende quasi vocale.
Ancora oggi mi chiedo come sia possibile che il più ingombrante (a volte imponente e pachidermico) degli strumenti musicali, animato da complicati meccanismi, possa commuovere così intensamente.

BACH-Ich_ruf_zu_dir

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duomoVicenza

Quel La bemolle!

La prima sensazione che qualcosa stava cambiando nella mia voce l’ebbi in occasione di un raduno delle Scholae Cantorum della Diocesi, tenutosi nella Cattedrale vescovile. Una trasferta tanto attesa, per la quale ci si preparò con profondo impegno. Quel giorno ci fecero indossare la tunica bianca delle occasioni speciali e, al collo, una vistosa croce di legno. Fu stabilito un programma comune, da eseguire a cori riuniti durante la celebrazione. Il brano conclusivo, Ach Herr, laß dein lieb Engelein, corale finale della Passione secondo S. Giovanni di J.S. Bach (naturalmente cantato in una versione italiana), doveva chiudere solennemente il rito. La linea melodica (che costantemente insiste intorno alla tessitura medio-alta) s’inerpica, sul finire, fino a toccare un la bemolle acuto. Nonostante tutto il mio impegno e l’emozione per l’importanza dell’evento, la mia voce si spezzava ripetutamente, tanto che quel la bemolle non lo raggiunsi mai! Di lì a breve, dovetti accettare il fatto che la mia voce bianca mi stava abbandonando e, con essa, anche la mia infanzia.
Destino amaro quello dei putti cantori. A differenza degli altri bambini che non praticano il canto, avvertono immediatamente su di sé i sintomi del cambiamento fisico.

Bach-JP

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milan_kundera

Leggerezza o Pesantezza?

Jesus Bleibet Meine Freude, Corale dalla Cantata BWV 147 di J.S. Bach. Un brano assai popolare che la Schola cantorum parrocchiale eseguiva frequentemente, nella trascrizione per coro e organo, con adattamento del testo in italiano.
Un flusso melodico strumentale leggero, movimentato e continuo, sul quale planano armonie corali verticali, statiche e delimitate. Mi sono divertito ad associare questa musica alle idee opposte di leggerezza e pesantezza, movimento e staticità, continuità ed interruzione, orizzontalità e verticalità.
«Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza? Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti Cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo. Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo un caso: che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni» (Milan Kundera) La questione che diffusamente lo scrittore indaga ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, sembra trovare nella musica una naturale e convincente conciliazione.

BachBwv147

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sbonifacio

Le processioni

Riti che si svolgevano per le vie del paese, attraverso un percorso che in bicicletta compivamo in pochi minuti. Ma durante quelle cerimonie il tragitto sembrava interminabile. Il tratto che separava il corteo dalla meta non finiva mai, a causa del ritmo lento. Fortunatamente, un paio di diversivi accompagnavano quel camminare adagio. Innanzitutto, ci si trastullava con la cera della candela accesa, che ognuno di noi portava. Ricordo le prove di coraggio nel sopportare il bruciore provocato dalle gocce di cera sciolte, che lasciavamo cadere sul dorso della mano. E poi, le morbide palline della stessa materia, che pazientemente modellavamo e utilizzavamo come proiettili contro i compagni. Questo era un diversivo collettivo. Ma ce n’era un altro che coltivavo tra me e me. Mi estraniavo nell’ascoltare le melodie dei canti processionali. Le voci del corteo rimbalzavano contro i muri delle case. Ad ogni svolta della strada nuovi echi. Ed infine, quel ritardo suggestivo del canto che si percepiva sulle cadenze della melodia, dovuto alla distanza che separava la testa della processione dalla sua coda.

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stalli

Il Canto gregoriano

Ricordo il mio primo incontro con il Canto gregoriano, l’humus denso e fertile, del quale si è nutrita per secoli la musica occidentale.
Una domenica, al posto dei canti polifonici, la Schola cantorum intonò, con sorpresa e senza preavviso per noi pueri, le varie parti della Missa de Angelis. Un ripiego? Le assenze di quel giorno tra le fila dei cantori, imponevano un impegno più prudente? Un repertorio più blando veniva rispolverato, a fronte di un’emergenza? Io ebbi quest’impressione. Non ho gradito la scelta. Inoltre, stentavo nel familiarizzare con melodie che percepivo come contorte e prive di misura. Gli adulti, al contrario, le cantavano con consumata spontaneità ed intenzioni concordi, all’unisono e appena sorretti da un leggero, quanto improbabile, accompagnamento organistico. Insomma, nonostante l’arcaica disposizione che la Schola assumeva su quel palco ligneo, fatto ad imitazione di antichi e preziosi stalli; nonostante l’appropriata dimensione di quel suono, che inondava di sé la navata della chiesa; non colsi la suggestione, né il fervore del qui cantat, bis orat. Anzi, rimasi molto perplesso!

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terenzio zardini

Padre Terenzio Zardini

Frequentare la Cantoria ha significato partecipare a molte funzioni religiose e messe ordinarie, durante le quali il repertorio dei canti s’ispirava alle novità introdotte da qualche anno dal Concilio Vaticano II. La Schola Cantorum aveva il compito di trainare l’Assemblea nel canto di semplici motivi, quasi salmodie. I ritornelli venivano agevolmente appresi e ripetuti immediatamente a memoria dall’intera massa dei fedeli.
C’era un curato organista che sapeva suonare gli accordi elementari che accompagnano questi canti. Le pagine del libro, da cui egli leggeva, portavano spesso, come autore, il nome di Terenzio Zardini. Un frate musicista che è vissuto ed ha operato qui vicino. Se non fosse per un aberrante fatto di cronaca, che ha reso tristemente celebre un ragazzo del posto e i suoi giovani amici, direi che la persona più celebre di Montecchia di Crosara dovrebbe essere proprio Terenzio Zardini. Basta che quanti frequentano le chiese di tutta Italia associno il suo nome a quel familiare motivo, che plana docilmente, su una semplice cadenza armonica: Dov’è carità e amore…
Quando conobbi di persona padre Terenzio, anche a me disse, a proposito del cospicuo numero di canti del genere che aveva scritto, una definizione che amava ripetere a molti: «tuta batarìa!».

carita e amore

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terenzio zardini

Stanno bussando alla tua porta

Mentre stavo in Cantoria, ho vissuto un cambio di conduzione. Il prete che era alla guida della Schola ha lasciato la Parrocchia e al suo posto è subentrato un altro prete, nuovo venuto e più giovane. Mentre il primo aveva conservato un repertorio di tipo classico (mottetti, corali e messe polifoniche), il secondo, invece, si è presentato, fin da subito, con qualche novità. La più eclatante fu il brano Stanno bussando alla tua porta, temeraria incursione nel repertorio gospel (Somebody’s knockin’ at your door). I cantori di una certa età stentarono a digerire quel ritmo sincopato, che pure veniva sottoposto loro con i dovuti adattamenti di lingua e semplificazioni armoniche.
Non passò molto tempo che, in Parrocchia, si sperimentò la cosiddetta Messa dei giovani. Le chitarre, che accompagnavano gli scimmiottamenti dei gospel e le canzoni pop camuffate, avrebbero invogliato i ragazzi alla partecipazione. Credo si tratti di una stagione ormai trascorsa.
La questione apertasi in seguito, per cui l’introduzione di queste novità sarebbe tra le cause dello svilimento della musica liturgica, non mi riguarda. Piuttosto, stento ad accettare il fatto che la Chiesa cattolica, pur di tenersi a galla sul fiume della storia, perseveri nell’incorporare e neutralizzare l’autenticità di musiche e tradizioni di popoli che non le appartengono.

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mauro zuccante – 2009-08-22