
Gli Alpini hanno molto cantato negli anni della Grande Guerra.
Hanno cantato sulle tradotte, durante le marce di trasferimento, nelle retrovie; hanno cantato la baldanza, la spavalderia e il loro giovanile ardore.
Ma hanno altresì cantato nei rifugi, nei covi e nelle trincee; hanno cantato il terrore e lo sgomento che attanaglia l’animo dei soldati in prima linea.
Il progetto TA-pum TA-pum del PolifonicoMonteforte propone in sequenza alcune delle più note canzoni degli Alpini.
Un’immaginaria narrazione che si apre con la struggente lirica del forzato distacco dagli affetti domestici e termina con l’epica celebrazione della morte del capitano.
Un itinerario lungo il quale sono evocati leggendari luoghi ed episodi storici e si aprono emozionanti squarci sui temi fondamentali dell’esistenza umana (amore e morte in primis)
Il rinnovato arrangiamento musicale dei canti non ricalca gli standard dei cori alpini. Esso si avvale della maggiore ampiezza polivocale del coro di voci miste, ulteriormente dilatata dalla timbrica e dalla dinamica del pianoforte. Inoltre, l’andamento delle melodie e delle armonie è a tratti svincolato dalla versione originale e s’intreccia con elementi di libera invenzione.
Senti cara Nineta
Senti, cara Nineta,
cosa m’è capità:
m’è capità una carta
che sono richiamà.
Se sono richiamato,
bella, non sta’ a zigar:
tra quattro o cinque mesi
mi vegno congedà.
Senti, cara Nineta,
il treno a cifolar.
“Sali sulla tradotta,
alpin ti tocca andar!”

Giovanni Comisso, da Giorni di Guerra, Milano, 1930

Sul ponte di Bassano
Sul ponte di Bassano
noi ci darem la mano…
Noi ci darem la mano
ed un bacin d’amor.
Per un bacin d’amore
succedon tanti guai…
Non lo credevo mai,
doverti abbandonar.
Doverti abbandonare,
volerti tanto bene…
Quel mazzo di catene
che m’incatena il cuor!
Che m’incatena il cuore,
che m’incatena i fianchi.
Io lascio tutti quanti,
non mi marito più.

E l’an taglia i suoi biondi capelli
E l’an taglia i suoi biondi capelli,
la si veste da militar,
lé la monta sul cavallo,
verso il Piave se ne va.
Quan’ fu giunta in riva al Piave,
d’un tenente si l’ha incontrà:
“Rassomigli a una donzella,
fidanzata d’un mio soldà.”
“No, donzella io non sono,
né l’amante di un suo soldà.
Sono un povero coscritto:
dal governo son stai richiamà…”
Il tenente la prese per mano,
la condusse in mezzo ai fior:
“E se lei sarà una donna,
la mi coglierà i miglior. ”
“I soldati che vanno alla guerra
non raccolgono dei fior,
ma han soltanto la baionetta
per combatter l’imperator.”
Il tenente la prese per mano,
la condusse in riva al mar:
“E se lei sarà una donna,
la si laverà le man. ”
“I soldati che vanno alla guerra
non si lavano mai le man,
ma soltanto una qualche volta
con il sangue dei cristian. ”
Il tenente la prese per mano,
la condusse a dormir:
“E se lei sarà una donna,
la dirà che non può venir”
“I soldati che vanno alla guerra,
lor non vanno mai a dormir,
ma stan sempre sull’attenti
se un qualche attacco l’an vedon venir.”
Suo papà l’era a la porta
e sua mamma l’era al balcon
per veder la sua figlia
che ritorna col battaglion.
“Verginella ero prima,
verginella sono ancor,
ed ho fatto sett’anni a la guerra
sempre al fianco del mio primo amor.”

Emilio Lussu, da Un anno sull’Altipiano, Torino, 1945

Se te toco le to manine
Se te toco le to manine in t’un cantón,
lo diresti al to papà… incantonà?
“Sito mato che mi gh’el diga al mio papà,
che contenta mi son restà… incantonà!”
Se te toco i to brasseti in t’un cantón,
lo diresti al to papà… incantonà?
“Sito mato che mi gh’el diga al mio papà,
che contenta mi son restà… incantonà!”
Se te toco le to tetine in t’un cantón,
lo diresti al to papà… incantonà?
“Sito mato che mi gh’el diga al mio papà,
che contenta mi son restà… incantonà!”

La rivista del corredo
E le stellette che noi portiamo
son disciplina, son disciplina…
E le giberne che noi portiamo
son portaciche di noi soldà.
E tu biondina
capricciosa garibaldina trullallà,
tu sei la stella, tu sei la stella…
E tu biondina
capricciosa garibaldina trullallà,
tu sei la stella di noi soldà.
E la borraccia
che noi portiamo
è la cantina, è la cantina…
E la gavetta che noi portiamo
è la cucina di noi soldà.
E tu biondina…
E le scarpette che noi portiamo
son le barchette, son le barchette…
E il fucile che noi portiamo
è la difesa di noi soldà.
E tu biondina…
E quella penna che noi portiamo
è la bandiera, è la bandiera…
E gli alamari che noi portiamo
sono l’onore di noi soldà.
E tu biondina…
E il cappello che noi portiamo,
quello è l’ombrello di noi soldà.

Federico De Roberto, da La paura, 1921, #1

Monte Canino
Non ti ricordi quel mese di aprile?
Quel lungo treno che andava al confine,
che trasportava migliaia degli alpini:
“Su, su, correte, è l’ora di partir!”
Dopo tre giorni di strada ferrata
ed altri due di lungo cammino,
siamo arrivati sul Monte Canino
e a ciel sereno ci tocca riposar.
Non più coperta, lenzuola, cuscini.
Non più si sente l’amor dei tuoi baci:
solo si sentono gli uccelli più rapaci
e più sovente il rombo del cannon.
Alla mattina il tenente fa sveglia,
il capitano raduna i plotoni,
e sulle cime degli alti burroni
là tutti assieme, fucile si sparò!
“Se avete fame, guardate lontano;
se avete sete, la tazza alla mano.
Se avete sete, la tazza alla mano:
qui c’è la neve che vi ristorerà. ”
E più di dieci ne ho visti cadere
e più di cento no ho visti scappare.
Là si sentivano, sentivano gridare:
“Su, su, rendiamoci, se siamo prigionier!”

La paura, 1921, #2

Al comando dei nostri ufficiali
Al comando dei nostri ufficiali
caricheremo cartucce a mitraglia,
ma se per caso il colpo si sbaglia,
a baionetta l’assalto farem.
Tu nemico, che sei tanto forte,
fatti avanti, se hai del coraggio!
E se qualcuno ti lascia il passaggio,
noialtri alpini fermarti saprem.
O care mamme che tanto tremate,
non disperate pei vostri figlioli,
che qui sull’Alpe non siamo noi soli:
c’è tutta Italia che a fianco ci sta.

La paura, 1921, #3

Monte Nero
Spunta l’alba del sedici giugno,
comincia il fuoco l’artiglieria.
Il Terzo Alpini è sulla via
Monte Nero a conquistà.
Monte Nero, Monte Nero,
traditor della vita mia!
Ho lasciato la casa mia
per venirti a conquistà!
Per venirti a conquistare
abbiam perduto tanti compagni,
tutti giovani sui vent’anni:
la loro vita non torna più.
Colonnello che piangeva
a veder tanto macello:
“Fatti coraggio, Alpino bello,
che l’onore sarà per te!”
Arrivati a trenta metri
dal costone trincerato,
con assalto disperato
il nemico fu prigionier.

La paura, 1921, #4

Dove sei stato mio bell’alpino?
“Dove sei stato,
bell’alpino,
che ti ha cangià colore?”
“L’è stata l’aria
dell’Ortigara.
L’è stata l’aria
dell’Ortigara
che mi ha cangià colore.
È stato il fumo
della mitraglia.
È stato il fumo
della mitraglia
che mi ha cangià colore.”
“Ma i tuoi colori
ritorneranno,
Ma i tuoi colori
ritorneranno
questa sera a far l’amore.”

La paura, 1921, #5

Ai preât
Ai preât la biele stele,
duç i sants dal Paradîs
che il Signôr fermi la vuère,
che il gno ben torni al paîs.
Ma tu stele, biele stele,
va’, palêse ’l gno destin.
Va’ daûr di che montagne,
là ch’al è ’l gno curisin.

La paura, 1921, #6

Bersaglier ha cento penne
Bersaglier ha cento penne,
ma l’alpin ne ha una sola,
un po’ più lunga, un po’ più mora:
sol l’alpin la può portar.
Quando vien la notte nera
e la valle s’addormenta,
in mezzo al freddo e la tormenta
sol l’alpin non può dormir.
Se l’alpin da rupe cade,
non piangete nei vostri cuori,
perché se cade, va in mezzo ai fiori:
non gl’importa di morir!
Su pei monti vien giù la neve,
la tormenta dell’inverno.
Ma se venisse anche l’inferno,
sol l’alpin può star lassù.

La paura, 1921, #7

TaPum TaPum
Venti giorni sull’Ortigara
senza cambio per dismontà…
Ta-pum ta-pum ta-pum
Ta-pum ta-pum ta-pum
Se domani si va all’assalto,
soldatino, non farti ammazzar!
Ta-pum ta-pum ta-pum
Ta-pum ta-pum ta-pum
Quando poi si discende a valle,
battaglione non ha più soldà.
Ta-pum ta-pum ta-pum
Ta-pum ta-pum ta-pum
Nella valle c’è un cimitero,
cimitero di noi soldà…
Ta-pum ta-pum ta-pum
Ta-pum ta-pum ta-pum
…cimitero di noi soldati,
forse un giorno ti vengo a trovà…
Ta-pum ta-pum ta-pum
Ta-pum ta-pum ta-pum

Il Capitan de la Compagnia
Il Capitan de la Compagnia
si l’è ferito e sta per morir
e manda a dire ai suoi alpini
perché lo vengano a ritrovà.
I suoi alpini gli manda a dire
che non han scarpe per camminà.
“O con le scarpe o senza scarpe
i miei alpini li voglio qua!”
Cosa comanda, sior Capitano,
che i suoi alpini sono arivà?
“E io comando che il mio corpo
in cinque pezzi sia taglià.
Il primo pezzo al Re d’Italia,
che si ricordi dei suoi alpin.
Secondo pezzo al Battaglione,
che si ricordi del suo Capitan!
Il terzo pezzo alla mia mamma,
che si ricordi del suo figliol.
Il quarto pezzo alla mia bella,
che si ricordi del suo primo amor.
>L’ultimo pezzo alle montagne,
che lo fioriscano di rose fior…”

L’addormentato nella valle
di Arthur Rimbaud
È una gola di verzura dove il fiume canta
impigliando follemente alle erbe stracci
d’argento: dove il sole, dalla fiera montagna
risplende: è una piccola valle che spumeggia di raggi.
Un giovane soldato, bocca aperta, testa nuda,
e la nuca bagnata nel fresco crescione azzurro,
dorme; è disteso nell’erba, sotto la nuvola,
pallido nel suo verde letto dove piove la luce.
I piedi tra i gladioli, dorme. Sorridente come
sorriderebbe un bimbo malato, fa un sonno.
O natura, cullato tiepidamente: ha freddo.
I profumi non fanno più fremere la sua narice;
Dorme nel sole, la mano sul suo petto
tranquillo. Ha due rosse ferite sul fianco destro.
«Cari genitori, fra cinque ore qui sarà un inferno. Fremerà la terra, s’oscurerà il cielo, una densa caligine coprirà ogni cosa, e rombi e tuoni e boati risuoneranno fra questi monti, cupi come le esplosioni che in questo istante medesimo sento in lontananza. Vorrei dirvi tante cose, tante, ma Voi ve l’immaginate. Vi amo, Vi amo tutti… Darei un tesoro per potervi rivedere. Ma non posso. Il mio cieco destino non vuole…»
Sottotenente Adolfo Ferrero, morto nella battaglia dell’Ortigara il 18 giugno 1917
