Canti del Risorgimento – seconda parte

Canti del Risorgimento

seconda parte

[da un progetto realizzato in collaborazione con il Coro dell’Università di Macerata, diretto da A. Cicconofri]

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1848 – “La bandiera tricolore”

BandieraTricolore-2 BandieraSabauda1848
Si tratta di una canzone patriottica, popolarissima, con numerose varianti nel testo.
Secondo alcuni, nella sua versione più lunga, la canzone è del 1859 e ne è ignoto l’autore. Secondo altri, una versione più corta veniva cantata già nel 1848: l’autore delle parole sarebbe Francesco Dell’Ongaro, patriota e poeta, mentre la musica verrebbe attribuita a un certo Cordigliani, di cui non vi sono altre notizie. È sicuro invece che Dell’Ongaro pubblicò nel 1847 uno stornello sul tricolore italiano – “Il Brigidino” – , che forse può aver provocato qualche errore di attribuzione come autore della canzone.
Quando si dischiuse la stagione del ’48 e della concessione delle Costituzioni, la bandiera tricolore divenne il simbolo di una riscossa ormai nazionale, da Milano a Venezia, da Roma a Palermo. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto rivolge alle popolazioni del Lombardo Veneto il famoso proclama che annuncia la prima guerra d’indipendenza e che termina con queste parole: « (…) per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana vogliamo che le Nostre Truppe (…) portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana».
Allo stemma dinastico fu aggiunta una bordatura di azzurro, per evitare che la croce e il campo dello scudo si confondessero con il bianco e il rosso delle bande del vessillo.
LaBandieraTricolore-spartito«La bandiera dei tre colori
è sempre stata la più bella,
noi vogliamo sempre quella,
noi vogliam la libertà».
[…]

1858 – P. Giorza, “La bella Gigogin” 

PaoloGiorza
LaBellaGigogin-frontespizio
Il musicista milanese Paolo Giorza è l’autore della musica de La bella Gigogin, una canzonetta in ritmo di polka.
Egli, nel corso della sua vita, produsse e scrisse oltre 40 spartiti tra cui vari valzer; viaggiò in buona parte del mondo lavorando a Venezia, Vienna, Londra e Parigi prima di approdare in America ed in Australia.
È del 10 marzo 1860 invece, la rappresentazione della sua prima opera lirica, dal titolo Console di Milano, che riprendeva un episodio reale di storia lombarda. Su invito di Garibaldi, scrisse nel 1866 Inno alla guerra. Nel 1867 si spostò nelle Americhe collaborando con vari teatri e cantanti.
Nel 1871 arrivò in Australia dove ebbe successo sia come compositore che come maestro tanto da essere annoverato tra i più importanti musicisti che lavorarono in Australia nel XIX secolo. Morì a Seattle il 4 maggio 1914.
La bella Gigogin è una famosa canzonetta, eseguita per la prima volta al Teatro Carcano di Milano, il 31 dicembre del 1858, alla vigilia della seconda Guerra di Indipendenza.
Le strofe, di autori anonimi, sono in dialetto milanese ma riprendono certamente vecchie filastrocche popolari anche venete e piemontesi: lo conferma lo stesso titolo, poiché Gigogin è termine torinese e vale come diminutivo di Teresa.
Il testo è apparentemente privo di senso, ma il pubblico del Carcano trovò in esso alcune allusioni patriottiche, una specie di messaggi cifrati, e scoppiò in un applauso delirante. «Dàghela avanti un passo» venne interpretato come un’esortazione al Piemonte a farsi avanti; «Non mangiar polenta» era un rifiuto della bandiera austriaca gialla e nera; «Bisogna aver pazienza» e «Lassàla maridà» significavano che bisognava aspettare il consolidamento dell’alleanza tra Vittorio Emanuele II e Napoleone III, che fu anche suggellata dalla promessa di matrimonio tra un cugino di Napoleone e la figlia di Vittorio Emanuele.
La sera della prima esecuzione la banda musicale, diretta dal maestro Rossari, fu chiamata dal pubblico a ripetere il brano otto volte! Poi, alle quattro del mattino del 1° gennaio 1859, una folla di diecimila persone si radunò sotto il palazzo del Governatore ripetendo continuamente come sfida e provocazione il ritornello «Dàghela avanti un passo».
«Rataplan! Tamburo io sento
che mi chiama alla bandiera.
Oh che gioia, oh che contento,
io vado a guerreggiar».
[…]

1858 – A. Olivieri, “Inno di Garibaldi”

GiuseppeGaribaldi InnoDiGaribaldi-spartito
Sul finire del 1858 Garibaldi, lasciata Caprera, si trovava a Genova nel tentativo di costituire un corpo di volontari, i Cacciatori delle Alpi, per attaccare gli austriaci nel nord, sulle montagne: Il 19 dicembre incontrò il poeta Luigi Mercantini, al quale chiese di comporre un inno per i suoi Cacciatori: «Lo canteremo andando alla carica e lo ricanteremo tornando vincitori». Mercantini accettò con entusiasmo promettendo che la moglie avrebbe scritto la musica. Non si sa bene il perché, ma questo compito venne poi passato ad Alessio Olivieri, capo musica nel 2° Reggimento della Brigata Savoia.
Il successo dell’Inno fu subito grandissimo: piacquero le parole del ritornello e la melodia, così orecchiabile. Anche Garibaldi ne fu contento, come risulta da una sua lettera al Mercantini, che accompagnava il regalo di un pugnale, in cui lo ringrazia per «la cara, bellissima e patriottica poesia».
L’Inno continuò ad avere successo anche dopo la scomparsa di Garibaldi, a volte con il carattere di dimostrazione di opposizione politica antigovernativa, onde accadeva che la questura ne proibisse l’esecuzione alle bande musicali. Nel 1946, dopo la proclamazione della Repubblica, fu preso in considerazione come Inno nazionale, ma prevalse Fratelli d’Italia, anche perché l’immagine dell’eroe dei due mondi risultava troppo associata ai comunisti e ai socialisti che l’avevano scelta come simbolo per le elezioni amministrative di quell’anno.
InnoDiGaribaldi-testo
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Il testo dell’Inno di Garibaldi è stato scritto da quello stesso Luigi Mercantini, più conosciuto come l’autore de La spigolatrice di Sapri, il celebre componimento poetico che rievoca la tragica impresa di Carlo Pisacane. La poesia è incentrata sul personaggio di una giovane spigolatrice che vede sbarcare Pisacane con i suoi compagni ed assiste agli scontri. Carlo Pisacane, patriota rivoluzionario, si era ripromesso di suscitare una rivolta popolare a Napoli. A questo scopo aveva progettato una complessa azione militare che prevedeva innanzi tutto la liberazione di un gruppo di prigionieri politici detenuti nell’isola di Ponza, poi il successivo sbarco a Sapri dove si sarebbe congiunto con rinforzi locali. Pisacane si aspettava un’insurrezione popolare e una marcia trionfale verso Napoli, per cacciare i Borboni. Pisacane, con 24 compagni, s’imbarcò a Genova il 25 giugno 1857 sul piroscafo Cagliari, diretto a Tunisi, e lo costrinse a dirottare su Ponza. Lì liberò 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì carico di persone e delle armi sottratte al presidio borbonico: la sera stessa sbarcarono a Sapri.Si sa che non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si sarebbero aspettati. Anzi la presenza di molti delinquenti comuni nelle file dei ribelli sbarcati provocò la reazione della “guardia urbana”, una specie di polizia formata da contadini ed incitata dai gendarmi borbonici, che li costrinse alla fuga. Il 1 luglio, a Padula, nei pressi della Certosa di San Lorenzo, vennero circondati e 25 di loro furono massacrati; altri 150 vennero catturati e imprigionati.
Pisacane e gli ultimi superstiti riuscirono a fuggire, cercando di tornare verso il mare, ma furono ancora assaliti e sconfitti dalle milizie governative: perirono in 83, tra i quali anche Pisacane. I caduti furono pertanto oltre un centinaio: gli altri furono poi processati, condannati a lunghe pene detentive e liberati tre anni dopo con l’arrivo di Garibaldi.
Millet-LeSpigolatrici«Eran trecento: eran giovani e forti,
e sono morti!
Me ne andava al mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco, e poi s’è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra».
[…]

1860 – L. Pantaleoni, “Camicia rossa”

cartina-spedizione-mille CamicieRosse1898
L’Italia nel 1861 Il testo della canzone Camicia rossa è di Rocco Traversa – segretario comunale garibaldino -, la musica di Luigi Pantaleoni. La canzone si diffuse immediatamente dopo la spedizione di Garibaldi in Sicilia. La prima edizione conosciuta è del 1860. Venne cantata anche durante la resistenza dai partigiani delle brigate garibaldine.
La camicia (o giubba rossa) era il segno distintivo scelto da Giuseppe Garibaldi e dai suoi volontari fin dal 1843, quando il patriota radunò a Montevideo 500 italiani, nella Legione italiana, per difendere la Repubblica uruguayana dal dittatore argentino Juan Manuel de Rosas, che voleva conquistarla.
Garibaldi, potendo contare su pochi finanziamenti per la sua impresa, trovò del panno di lana rosso, in genere usato per i camici dei macellai al fine di nascondere le macchie di sangue animale, per rivestire le sue truppe.
Le camicie rosse divennero tra i protagonisti della nascita del Regno d’Italia. Esse avevano la forma di blusa (il camiciotto da lavoro usato da operai e artigiani di panno resistente), in punti di rosso e guise differenti l’una dall’altra. Guarnite con cordoncini e cordonetti presumibilmente da tappezzeria, erano confezionate a mano. Il colletto era quello tipico delle moderne camicie popolari, che all’epoca era utilizzato soltanto per gli abiti da lavoro.
SpedizioneDeiMille«Quando all’appello di Garibaldi
tutti i suoi figli suoi figli baldi
daranno uniti fuoco alla mina
camicia rossa garibaldina
daranno uniti fuoco alla mina
camicia rossa garibaldina».
[…]

Canti del Risorgimento – prima parte

 mauro zuccante – 2013-03-15