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GMD3M. Zuccante: Gianmartino, i tuoi genitori, entrambi musicisti, ti hanno avviato allo studio della musica. Ha avuto un significato essere stato figlio d’arte?

GM. Durighello: A dire il vero “l’avviamento” alla musica non è stato così scontato. In un primo tempo mio padre, e non ho mai capito precisamente il perché, aveva prestato ad un amico il pianoforte e non voleva che io studiassi musica. Anche quando il pianoforte fece ritorno a casa io non ero additato come un futuro musicista. Ero tecnicamente meno dotato di mio fratello e meno costante. Anziché studiare componevo canzoncine… è stata mia madre ad insistere e a volere che io studiassi musica, anche quando per studio mi sono trasferito fuori paese. Poi certamente, quando ha visto la passione che avevo, mio padre mi ha appoggiato e aiutato in tutti i modi, e ne era contento e fiero.
Ma prima ancora di uno studio sistematico ricordo della mia infanzia la musica che facevamo in casa. Con i fratelli e i genitori cantavamo e suonavamo di tutto e qualunque cosa ci capitasse sottomano. La prima alfabetizzazione l’ho fatta con le partiture e gli spartiti di mio padre, soprattutto canto popolare (tanto), musica liturgica e musica leggera degli anni 50’ e 60’. E come ascolto ricordo il fascino che ricevetti quando ascoltavo mio padre che suonava il piano, soprattutto Mussorgsky e Debussy.
Il significato più bello, che trovo ora dandoci uno sguardo da lontano, è il gusto della musica come esperienza d’assieme, dimensione che mi ha poi sempre accompagnato sia nell’attività didattica che artistica.

M. Zuccante: Sei nato e cresciuto ai piedi delle Dolomiti venete. Che traccia hanno lasciato nel tuo lavoro queste peculiari origini territoriali?

GM. Durighello: Tanto. Tantissimo. Sono nato e per lo più vissuto nella conca di Alano, nella parte nord del massiccio del Grappa, teatro di storia, soprattutto guerra ed emigrazione. Ma anche di miti e leggende. Amo ricordare che nel primo anno di vita sono stato a Giamosa, vicino a Belluno. Per lavoro ho girato tutta la mia provincia, dimorando per un certo tempo in Cadore, a Lorenzago. I miei giochi e le mie passeggiate le ho fatte tra il paesino di Campo e la valle di Schievenin, famosa per la sua bellezza vergine e quasi selvaggia.
Credo che niente di me e della mia musica sarebbe ciò che è se la mia esistenza si fosse svolta altrove. Credo di portare indelebile dentro di me questi luoghi e l’anima di questi luoghi. La natura, la storia, i miti e le leggende.

M. Zuccante: Condividiamo l’appartenenza al contingente di musicisti veneti ora cinquantenni. I nostri “padri” hanno avuto il merito di diffondere, consolidare e qualificare la coralità veneta, facendo leva sulle potenzialità dell’associazionismo. Ritieni che la nostra generazione abbia proseguito in questa direzione, o abbia privilegiato un diverso percorso?

GM. Durighello: Non è facile rispondere, e farlo in generale. Per quanto mi riguarda, ma credo valga per molti, siamo cresciuti davvero nell’affetto ed entusiasmo che i nostri “padri”, come giustamente li chiami, ci hanno donato. Nel mio caso mio padre stesso mi ha trasmesso direttamente l’affetto per l’associazionismo. Non posso non ricordare che il mio primo direttore di Conservatorio fu Bruno Pasut e che Efrem Casagrande fu mio amato insegnante di Lettura della Partitura. Devo molto all’Asac e alle sue iniziative. Purtroppo, ad un certo punto della mia vita, alcune situazioni personali mi hanno obbligato a rallentare notevolmente la mia presenza ed il mio impegno associativo.
A parte questa riflessione personale, in generale credo che i tempi siano cambiati. Sul piano politico economico c’è una diversa situazione rispetto ad allora. Per quanto riguarda il lavoro, molti di noi hanno cercato e trovato posto come insegnanti o nella scuola dell’obbligo o in Conservatorio. E sappiamo quante energie ha assorbito tutta la vicenda della riforma. Per un insegnante di Esercitazioni Corali poi, resta davvero poco tempo per buttarsi nell’impegno associativo.
Non credo si possa parlare di un percorso diverso da quello dei nostri padri, nel senso di un cambiare rotta. Credo che la direzione sia la stessa, mutata in relazione ai tempi.
Penso ad esempio a quanti giovani usciti dalle nostre scuole si dedicano alla direzione di coro o alla composizione per coro. Mi sembra un bel traguardo. Ricordo quando noi (ora cinquantenni come ricordi) per tanti anni eravamo chiamati “giovani compositori”. Non eravamo poi davvero tantissimi. Ora finalmente la cerchia si è allargata e con ottimi risultati. Soprattutto nel Veneto. Lo testimonia la scelta di repertorio corale contemporaneo a livello nazionale. Molti dei nomi che troviamo sono veneti.
Credo sia giusto continuare a credere nell’associazionismo, ma oggi accanto e assieme all’associazioni finalmente si muovono forti altre realtà, quali la scuola e iniziative professionali private. Credo sia una ricchezza. L’importante è saper dialogare e continuare a camminare.

M. Zuccante: Sono ormai alle nostre spalle gli anni delle avanguardie, in cui la composizione musicale si fondava su astratte premesse teoriche (in molti casi tradottesi in vere e proprie astruserie inascoltabili). Mi sembra che oggi molti di coloro che praticano quest’arte siano orientati a privilegiare la musica come espressione (nel senso di expremere, spinger fuori da sé) e come comunicazione (nel senso di rendere comunis, condividere immediatamente). Qual è la tua posizione?

GM. Durighello: Sono pienamente d’accordo con la tua analisi. Quando noi cominciavamo a scrivere i nostri primi pezzi non potevamo non confrontarci con l’avanguardia e con i linguaggi della post avanguardia. Il mio problema era proprio questo: quel linguaggio non si sposava con ciò che ero e con ciò che sentivo il bisogno di esprimere. Credevo e credo nella musica come linguaggio e comunicazione. Liberante fu per me, al Concorso corale internazionale di Gorizia, l’ascolto di cori lituani, lettoni… La loro musica contemporanea attingeva direttamente all’anima popolare. Quei paesi non avevano avuto l’avanguardia. Cercai allora di sviluppare un linguaggio che attingesse alla mia storia e al mio io, e attinsi al popolare e al gregoriano soprattutto.
Poi c’è l’altro aspetto, quello della comunicazione, del condividere immediatamente. Personalmente non mi interessa tanto che la mia musica sia ascoltata anche dopo la mia morte, quanto che io possa condividere musica qui-oggi. Questo porta inevitabilmente a un rischio: la ricerca della condivisibilità immediata può scadere nella povertà e nella banalità del linguaggio. Mahler diceva di preferire di rischiare la banalità piuttosto che non appartenere al suo popolo. Credo sia importante. Allo stesso tempo occorre essere accorti e non invertire i termini: non ricercare cioè l’effetto facile e fine a se stesso.
Per fortuna la scuola oggi non è vincolata né all’avanguardia né ad un particolare stereotipo di linguaggio, e cerca di liberare nell’allievo un modo proprio di scrivere ed esprimersi. Ci sono ottimi giovani compositori. Allo stesso tempo però, sia nei compositori sia nei cori, si nota la ricerca di un repertorio di facile riuscita ed effetto. E torniamo al discorso di prima. Se eccessivo, trovo sia un atto di sfiducia nel pubblico e nella sua crescita. Paradossalmente il rischio è lo stesso dei tempi dell’avanguardia: la non comunicazione.
In sintesi: credo nella musica come espressione e condivisione. Questo non deve impoverire né chi scrive, né chi canta e tantomeno chi ascolta.

M. Zuccante: Le tue opere si caratterizzano per un profilo stilistico molto personale e facilmente riconoscibile. Forse sbaglio, ma mi sembra che nel disegnare le linee melodiche ti ispiri ai modi dello jubilus, che nello svolgere le tessiture polifoniche rievochi il continuum delle campiture degli antichi organa, che nel concepire l’impianto armonico ricalchi la semplice verticalità delle laudi polifoniche. Insomma il tuo linguaggio sarebbe ancorato a consolidate forme della tradizione. Confermi questa mia interpretazione?

GM. Durighello: Ti ringrazio, e direi di sì, che confermo. Posso solo aggiungere che quello che tu delinei non è stato, soprattutto nei primi tempi, frutto di una progettualità, di una architettura intenzionalmente progettata, quanto piuttosto un moto spontaneo. Il mondo stilistico al quale fai riferimento mi ha sempre affascinato. E probabilmente quell’antico o arcaico che mi affascina e che è in me mi spinge a un certo tratto stilistico e linguaggio. In tutto questo però, lo ammetto, mi sento più un barbaro che un raffinato.
In questi ultimi anni, invece, calcolo tutto. Le mie ultime partiture sono oggetto di una attenta riflessione mistico-simbolica. E anche qui, ciò che mi affascina maggiormente e a cui attingo, è quel mondo al quale tu fai riferimento.

M. Zuccante: Cantata è la definizione formale con la quale hai voluto nominare alcuni lavori. Queste titolazioni assumono un valore speciale nel tuo catalogo? Queste sono le composizioni in cui si riconosce il tuo messaggio estetico più autentico? Parlane.

GM. Durighello: Amo la forma breve (come il motetto ad esempio; ma anche composizioni di poche battute, che durano un attimo), ma sento anche il bisogno di dilatare un testo e una vicenda con un respiro più ampio, nella durata e nell’organico. Ho cominciato così a nominare «Cantata» una composizione per voce (soli e/o coro) e ensemble strumentale anche se non articolata in sezioni o parti, e senza alcun riferimento formale alla cantata barocca.
Se in queste composizioni si riconosce il mio messaggio più autentico? In alcune forse sì. Tra queste ne cito due, Natalis annuntio del 1997 (che proprio tu mi hai commissionato!) e Sacrificium laudis del 2003. Queste due cantate in effetti possono rappresentare come un sunto, un compendio e quindi un diario sincero di come ero in quegli anni, come uomo e compositore.
Ma al pari mi riconosco e mi rileggo volentieri in altre tipologie formali. Motetti e sillogi di mottetti.

M. Zuccante: I canali di diffusione delle opere musicali hanno subito una profonda trasformazione in questi ultimi anni. Come compositore, quale valutazione fai sulla questione dell’editoria musicale? L’avvento delle nuove tecnologie e la penetrazione della rete informatica a tutti i livelli pongono infatti il settore di fronte ad una trasformazione radicale.

GM. Durighello: È un tasto delicato e complesso. Io devo essere riconoscente a chi ha creduto in me e nelle mie musiche quando ero ancora ai primi passi e ha pubblicato i miei lavori. E come fruitore amo il cartaceo e difficilmente ne faccio a meno. Oggi però le cose sono effettivamente cambiate.
Da un lato è cambiata la filosofia dell’editoria. L’editore, anche quello che comunque crede e si impegna nel campo della musica e della musica corale contemporanea, oggi ha preso una direzione deviante, non mirando più alla diffusione e distribuzione dell’opera. Ne consegue un alto costo di copertina, che esprime la sfiducia nella diffusione e la scelta «primo non rimetterci». Il primo compratore è l’autore stesso. Questo vale anche per i CD. L’editoria investe solo sul sicuro e non è più attiva promotrice di cultura e novità e scambio. Il grosso editore, inoltre, guadagna sui diritti d’autore.
D’altro lato, in Italia soprattutto, non c’è la filosofia ed il gusto dell’acquistare un testo. Prima e più che Internet il danno l’ha fatto la fotocopia facile. Ho spesso fatto lamentela con allievi ed amici quando essi venivano da me a consultare Riviste o Collane e non facevano l’abbonamento a quella rivista, o non compravano quel tal libro. Le riviste e le collane sono morte o rischiano di morire, o sopravvivono solo grazie all’associazionismo.
Riguardo alla rete informatica tu sai che io da poco sono stato “costretto” ad entrare nella famiglia. Credo  che una cosa non debba escludere l’altra e che anzi l’informazione via rete possa agevolare la conoscenza, l’informazione e il gusto e quindi il desiderio di acquisire anche in cartaceo un testo. Certo oggi la rete è il primo luogo ove una persona cerca.
Ritorniamo al problema del costo del libro, però. Calcolando il guadagno che l’editore fa con i diritti d’autore acquisiti, calcolando le effettive spese di stampa e distribuzione, ed anche le tasse e spese varie, il costo di copertina deve essere di molto abbattuto. E occorre a mio avviso ritornare ad una filosofia positiva, che esce dalla bieca mentalità aziendale per farsi promotrice di cultura. Non sono un esperto, ma credo che anche sul mero piano del guadagno, con una filosofia diversa le case editrici unirebbero al beneficio anche un più sicuro profitto. E sarebbe cosa intelligente lavorare sul binomio rete-cartaceo facendo risorgere i valori che hanno animato a suo tempo i fondatori delle varie case editrici.

M. Zuccante: Mi rivolgo all’esperto di musica liturgica. Molti musicisti si aspettavano che il pontificato di Ratzinger sarebbe stato foriero di rilevanti cambiamenti in materia. Il “papa musicista” sembrava essere la persona ideale per intervenire sul “decoro” della musica liturgica. Egli aveva infatti scritto che «le esperienze degli ultimi anni hanno messo in evidenza che il ripiegamento sull’usuale non ha reso la liturgia più aperta, ma solo più povera. La necessaria semplicità non la si deve ottenere con l’impoverimento». Ora che papa Ratzinger (o meglio ex papa, o – come si dice – papa emerito) ha lasciato anzitempo il suo incarico, cosa ti aspetti dai futuri orientamenti della Chiesa in merito alla musica liturgica? In sostanza, come pensi che si risolverà quella che Ratzinger stesso aveva definito l’opposizione tra l’ ”esoterico” – cioè la “musica vera e propria” – e l’ “usuale” – cioè la musica più ordinaria e funzionale?

GM. Durighello: Forse papa Ratzinger sapeva bene che un intervento può cadere nel vuoto, se chi deve accoglierlo non ha la disponibilità ad accoglierlo? Gli orientamenti ci sono, infatti. Belli, chiari e ribaditi.
Pensando al clero, il primo chiamato a farsi carico di questi orientamenti, c’è una duplice considerazione da fare. Doverosa e insieme rispettosa. Innanzitutto è diffuso un atteggiamento che dà allo stile e alle intuizioni del singolo pastore troppo spesso la precedenza sugli orientamenti comuni, giustificandosi su questioni di ordine pastorale. Dove si trovano invece pastori attenti ai contenuti del Magistero i risultati si vedono. In secondo luogo pochi sono i seminari in cui si fa una seria preparazione liturgica e musicoliturgica.
Riguardo al laicato il panorama è ancora più vario e complesso. Da chi non ha competenze né liturgiche ne é musicali eppure riveste una grande influenza… al musicista che arreca ancor più danno… a bravi operatori, musicisti e non, che cercano con impegno di lavorare in armonia con gli orientamenti della Chiesa.
Ma soprattutto ogni liturgia e ogni musica liturgica rispecchia la comunità che la produce. La comunità non è un elemento passivo, ma attivo nella produzione di liturgia. Credo che il nocciolo come sempre nella storia stia qui: più la Chiesa sarà autenticamente Chiesa e più la sua liturgia sarà bella e buona e vera. Allo stesso tempo le comunità (pastori e laici) dovrebbero comprendere e gustare che proprio vivendo bene la liturgia si possono aiutare le comunità ad essere più autenticamente e belle e buone e vere. È il gioco… dell’uovo e della gallina. Occorre questa duplice sensibilità che si affonda ancora nelle parole del Concilio quando dice che la Liturgia è “il culmine  e la fonte della vita della Chiesa”.

M. Zuccante: Ancora sull’argomento della musica liturgica, con una precisazione sul “senso del sacro”. Ho letto recentemente che, per illustrare meglio la parabola del figliol prodigo, un frate padovano durante l’omelia ha fatto ascoltare due canzonette di Jovanotti e Vasco Rossi. Il religioso ha motivato la sua “omelia musicale”, dicendo che aveva uno scopo pedagogico. Premetto che da laico non intendo giudicare sulle strategie di comunicazione dei religiosi. Mi sono interessato alla dimensione del sacro, in quanto sfera che attrae qualsiasi essere umano. Mi sembra che nelle manifestazioni della religiosità contemporanea (e della musica che le accompagna), l’esteriore e l’interiore, l’infimo e il sublime, il chiassoso e il raccolto, il ridondante e il frugale, il piacevole e l’arduo, si livellino e s’impastino in un amalgama vago e molle, ove si rischia di smarrire la collocazione ed il valore del “sacro”. Che ne pensi?

GM. Durighello: Sul caso specifico, non saprei dire. Occorre conoscere il contesto preciso di quella scelta omiletica. In linea generale l’omelia è la “ridizione” della Parola ascoltata. Lo scopo è che la Parola si faccia vita, si incarni nella quotidianità. Soprattutto in ambito cittadino anche a me è successo di assistere ad omelie nelle quali l’intento pastorale di aggancio alla realtà dei presenti era molto accentuata, con forme e modalità che hanno avuto probabilmente l’effetto voluto su alcuni, ma altrettanto probabilmente disorientato altri. Un tempo questo tipo di azione omiletica era riservata a momenti catechistici o di educazione cristiana esterni alla liturgia. Oggi il rapporto tra queste occasioni e la liturgia è più complesso. Spesso la partecipazione alla messa è l’unica possibilità per un sacerdote di relazionarsi con delle persone, e per queste di ascoltare le parole del sacerdote. Inoltre la tipologia dell’assemblea è molto variegata. Da qui probabilmente il tentativo di certe scelte, anche se, ripeto, non saprei e non posso esprimermi sul caso concreto.
Sul senso del sacro… Credo sia importante sottolineare che «sacro» non è, né etimologicamente, né nella sua essenza, il contrario di profano. Per il credente il tempo e lo spazio sacro, e quindi anche il tempo e lo spazio liturgico, sono una “apparente” separazione di un tempo e di un luogo, con la funzione di arrivare a percepire e vivere che tutto il tempo e tutto lo spazio è sacro, che tutto il tempo e tutto lo spazio è il creato voluto, amato e posto in essere dal Creatore.
E qui si pone il problema come sopra lo hai evidenziato. Fino a che punto ciò che percepiamo profano deve/può entrare nel tempo/spazio sacro-liturgico? O fino a che punto invece questo spazio-tempo deve avere delle caratteristiche di sacralità, le quali, separate e purificate da ciò che è percepito profano, possano poi aprirsi al profano, rivelandogli il suo significato più profondo, che è scoprirsi creazione, chiamata alla bellezza per l’eternità. Non è facile rispondere, e tutte le antinomie che nella storia del canto liturgico si sono sperimentate trovano qui la loro origine. Portare l’umano al divino… e portare il divino all’uomo. Entrambi queste istanze, a mio avviso, devono coesistere o non ci potrà essere Liturgia nel senso vero del termine. La liturgia deve portare l’uomo a Dio e Dio all’Uomo. Per il credente Cristo è vero Dio e vero uomo, e in quanto tale, primo liturgo e cantore, e modello di ogni canto che voglia appunto essere portatore di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio.
In questo senso gli opposti nel cristianesimo devono giungere a coincidenza. Le antinomie convergere. Questo è il dinamismo “simbolico” cristiano. Il suo contrario è “diabolico”. Però dobbiamo essere accorti: la congiunzione degli opposti non deve essere un risultato “vago e molle”, dal quale anche tu giustamente metti in guardia. Ed anche Gesù disse esplicitamente che ciò che non è né freddo né caldo, né carne né pesce, lo faceva vomitare. L’attenzione agli opposti deve essere invece sempre un vero e concreto impegno di cantare l’uomo a Dio e Dio all’uomo.  E in questo impegno i rischi sono ancora due, estremi e tremendi: escludere tanto l’umano da dar vita ad una liturgia nella quale l’altare appaia troppo alto e muto; oppure al contrario con l’intento di parlare all’uomo d’oggi, un eccesso di elemento terreno, con il rischio che la Liturgia si realizzi con un mescolarsi e rimescolarsi dell’uomo nella sua situazione, senza potersi da questa elevare. Nei due casi il senso del sacro è sconfitto. Per il credente, ripeto, solo guardando ad ambedue le nature di Cristo, potrà svilupparsi un modo autenticamente umano e cristiano di vivere la Liturgia, come incontro totale dell’uomo con Dio e di Dio con l’uomo. Nella pratica, questo ci costringe ad un continuo, paziente impegno nel dialogo e nella reciproca carità.

M. Zuccante: Infine, Gianmartino, una domanda sul versante quotidiano del lavoro come insegnante. Dopo una duratura esperienza come docente nelle scuole dell’obbligo, hai indirizzato il tuo impiego professionale nel Conservatorio di musica. Pensi che si possano individuare alcuni aspetti di continuità tra il progetto pedagogico ed educativo della scuola dell’obbligo e la specificità della formazione dei futuri professionisti della musica? Ritieni che le due scuole procedano su binari assolutamente privi di contatto o che vi sia una qualche reciproca ricaduta, conseguente delle rispettive finalità?

GM. Durighello: Sinceramente non saprei rispondere con coscienza e proprietà. Per quanto mi è dato percepire, dei contatti tra la scuola dell’obbligo e i Conservatori ci sono, ma manca una chiara visione che accomuni queste due realtà in un progetto pedagogico, educativo e formativo. Il rapporto è per lo più legato allo studio dello strumento. La nuova fisionomia del Conservatorio, che si sta delineando con la riforma, spinge questo istituto a relazionarsi con l’ambiente circostante, ma la finalità è in soldoni il suo sviluppo soprattutto per quanto concerne prestigio e situazione economica. A mio avviso è mancata e manca la coscienza che aveva animato l’ideale pedagogico dei nostri padri, quello di far crescere una cultura musicale di base. Ancora come sempre molto è lasciato alla volontà e capacità dei singoli istituti e dei singoli insegnanti. Dove c’è questa volontà e questa capacità, si vedono belle cose. Ma in generale, sinceramente, la mia opinione è negativa. La speranza è nelle persone singole, non certo nelle strutture. Invece molto spesso le strutture impiegano molte energie ad alimentare se stesse.

GMD1Gianmartino Durighello

GM. Durighello, “Natalis Annuntio” (estratto), Coro Istitutioni Harmoniche, M. Zuccante, dir. (prima esecuzione, 1997)
Gianmartino Durighello, compositore, musicologo e didatta, è titolare della cattedra di «Esercitazioni Corali» presso il Conservatorio “A. Steffani” di Castelfranco Veneto ed insegna «Musicologia Sacra», «Spiritualità ed Estetica del canto gregoriano» e «Tecniche di composizione per la Liturgia» nel Biennio di specializzazione in Musica Sacra presso lo stesso Istituto.
È consulente artistico dell’Asac-Regione Veneto.
Come compositore ha collaborato con vari enti, musicisti e formazioni corali ed è stato chiamato come docente in master class e laboratori di composizione.
Alcune sue composizioni sono state premiate in concorsi nazionali ed internazionali, trasmesse da RAI Uno e da emittenti private, scelte come brano d’obbligo in concorsi, inserite come brano di studio in corsi di formazione e specializzazione, e incise.
Insegna «Musicologia Liturgica» e «Direzione di Coro» presso l’Istituto di Musica per la Liturgia della Diocesi di Padova.
Ha pubblicato testi di spiritualità liturgica e lectio divina.

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